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Angelo Pitrone – Migranti
La mostra segna un percorso di vita vissuta attraverso le immagini di volti e le storie di migranti giunti in Sicilia da lontani paesi extraeuropei e fermatisi a vivere nell’isola, in comunità urbane che rappresentano un valido esempio di dialogo tra etnie diverse.
Comunicato stampa
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La Galleria Fotografica Luigi Ghirri presenta una selezione del progetto fotografico omonimo confluito, nel 2009, in una esposizione
ideata e curata da Ezio PAGANO - direttore del Museum di Bagheria -, promossa dal
CRASES - Centro Regionale Attività Socio-culturali all'Estero ed in Sicilia - e presentata
a Mendoza, in Argentina, in collaborazione con il locale Consolato italiano.
La Siclia crocevia del Mediterraneo - terra di transito e di immigrazione - nelle immagini
del fotografo agrigentino Angelo PITRONE, attento e curioso documentarista, ci appare
come un melting pot in formazione dove, nel rispetto delle culture di provenienza e grazie
al dialogo interculturale, i nuovi sicliani colti in momenti di vita collettiva tra Palermo,
Mazara del Vallo, Agrigento e le città del ragusano, trovano lo spazio fisico e sociale per
costruire, o ricostruire, la propria identità ferita. Il tema del multiculturalismo si fa strada
in Sicilia e intreccia fili invisibili tra le etnie come altrove nel mondo e come nella stessa
isola è accaduto per molti secoli ma i volti e le storie, purtroppo, spesso si alimentano
anche della tragedia personale e collettiva: tante le vite spezzate e dimenticate tra i flutti
di questo mare che unisce ma che in molte, troppe occasioni continua a rappresentare
una barriera invalicabile per tanti diseredati.
Fotografia per riflettere e ripensare il proprio rapporto con il mondo poco oltre la porta
di casa, con l’altro da sé e con le paure che i migranti ci incutono, memori dei timori
per tutto ciò che arriva dalle terre dell’Hic sunt leones.
Sebastiano FAVITTA e Attilio GERBINO
Caltagirone, settembre 2011
Migranti siciliani di Angelo PITRONE
Che salpino le navi, / si levino le ancore e si gonfino le vele, / verranno giorni limpidi e dobbiamo approfittare / di questi venti gelidi / del Greco e del Maestrale, lasciamo che
ci spingano al di là di questo mare, / non c’è più niente per cui piangere o tornare. / Si perdano i rumori e presto si allontanino i ricordi e questi odori, / verranno giorni vergini e
comunque giorni nuovi, / ci inventeremo regole, ci sceglieremo i nomi / e certo ci ritroveremo / a fare vecchi errori, / ma solo per scoprire di essere migliori.
Daniele SILVESTRI, Le navi, 2011
I Migranti di Angelo PITRONE sono stati ritratti in varie città della Sicilia, ma nella trama che ordisce il tessuto di questa mostra
possiamo intravedere le storie di tutti i migranti del mondo, attraverso vicende individuali di sofferenza e speranza. La sofferenza è
dietro le spalle, la speranza l’approdo. Conosco da vicino il mondo dei migranti: in tanti anni di lavoro sono entrata in stretto contatto
di magrebini, congolesi, ecuadoriani, cinesi, ucraini, serbi, albanesi, rumeni. Ho ascoltato racconti, letto ricordi, compreso la fatica
di chi non possiede una lingua e talvolta si sente estraneo e respinto anche solo per questa ragione. Tante etnie, tante storie simili
nell’Italia di oggi da sud a nord, e un solo denominatore comune, quello messo in luce dalle suggestive immagini di Angelo PITRONE:
individui strappati al loro Paese d’origine, déraciné, con un bel vocabolo preso a prestito dal francese, “senza radici”.
E’ dedicata a un migrante francese vissuto nello scorso secolo una delle più celebri poesie di Giuseppe UNGARETTI
Si chiamava / Moammed Sceab / Discendente / di emiri di nomadi / suicida / perché non aveva più / Patria / Amò la Francia / e mutò nome / Fu Marcel / ma non era Francese /
e non sapeva più / vivere / nella tenda dei suoi / dove si ascolta la cantilena / del Corano / gustando un caffè / E non sapeva / sciogliere / il canto / del suo abbandono /
L’ho accompagnato / insieme alla padrona dell’albergo / dove abitavamo / a Parigi / dal numero 5 della rue des Carmes / appassito vicolo in discesa. / Riposa /
nel camposanto d’Ivry / sobborgo che pare / sempre / in una giornata / di una / decomposta fiera / E forse io solo / so ancora / che visse
Giuseppe UNGARETTI, In memoria, 1916
Credo che nelle scabre parole del nostro poeta stia il senso del sentirsi migranti: esuli nella propria terra ed esuli nel luogo ove si
è stati accolti. Forse dalla seconda generazione questo stato d’animo potrà essere cancellato, ma chi parte spesso vive come sospeso
fra le tradizioni che si è lasciato dietro e il nuovo orizzonte culturale, non ancora sufficientemente conosciuto e fatto proprio.
La stagione acerba è arrivata / e il sole è più lontano / lasciamo la pianura adesso / adesso andiamo. / Partiamo mentre dormono / i bambini e le donne / il cielo è nebbia e stona /
coi colori delle gonne. / Il rosso, il giallo, il viola / contro il grigio della fame / bagliori nella notte / son l'argento, l'oro e il rame.
Giorgio CONTE, Nomadi, 1999
Guardando le foto di Angelo PITRONE dovremmo non dimenticare che il verbo latino mĭgrāre deriva dal greco ameíbo “cambiare,
scambiare, dare in cambio”. Accogliere questi uomini, queste donne, questi bambini significa consentire loro una vita decorosa, serena,
e ricevere in cambio il valore aggiunto delle loro radici, nel mutuo rispetto che non deve mai abbandonare una società civile degna
del suo nome. E per fortuna, osservando queste fotografie, i protagonisti ci appaiono ormai come migrati, non più migrantes, termine
che porta con sé la transitorietà insita nel participio presente: in queste fotografie si vedono bambini sorridenti, si incontrano sguardi
limpidi e sereni di italiani con la pelle scura o gli occhi a mandorla. Fra tutte scelgo una fotografia, un simbolo che narra una storia
di viaggio oltre lo spazio e oltre il tempo, quella del barcone con gli occhi dipinti. L’uso di decorare la prora delle navi risale al tempo
greco, e nasce come segno di scaramanzia o di devozione verso le divinità marine, per chiederne la protezione.
Così troviamo nell'area mediterranea, sulla parte anteriore delle navi egizie, greche e romane, elementi distintivi quali il vello votivo dell'animale sacrificato agli dei prima della
partenza, oppure l'apposizione di un occhio apotropaico (dal greco apotrépein = "allontanare"), atto a tener lontane le influenze maligne. Nella tradizione orientale quello era
l'occhio della nave, intesa come creatura vivente, capace di scegliere da se stessa la rotta migliore. Quando la nave acquista una coppia di occhi prodieri, diventa simbolicamente
un essere vivente che sa riconoscere il cammino e, guardando, sa salvarsi dal malo occhio della sventura.
Lia LUCHINI, Storia delle polene, sullacrestadell’onda.it, 2003
Alcuni migranti sorridono, nelle foto di Angelo PITRONE, il viaggio oltre mare li ha condotti a un porto dove potranno ricostruire la loro
esistenza. Mentre osserviamo questi ritratti, questi incisivi scatti in bianco e nero che ci restituiscono il vissuto degli africani e degli
asiatici di Sicilia, il nostro pensiero si soffermi anche a ricordare coloro che, saliti su un barcone carichi di speranza, ora riposano
nel camposanto di Scicli. Per sapere, come scrive Giuseppe Ungaretti, che sono vissuti.
Marina BENEDETTO
Savona, settembre 2011
ideata e curata da Ezio PAGANO - direttore del Museum di Bagheria -, promossa dal
CRASES - Centro Regionale Attività Socio-culturali all'Estero ed in Sicilia - e presentata
a Mendoza, in Argentina, in collaborazione con il locale Consolato italiano.
La Siclia crocevia del Mediterraneo - terra di transito e di immigrazione - nelle immagini
del fotografo agrigentino Angelo PITRONE, attento e curioso documentarista, ci appare
come un melting pot in formazione dove, nel rispetto delle culture di provenienza e grazie
al dialogo interculturale, i nuovi sicliani colti in momenti di vita collettiva tra Palermo,
Mazara del Vallo, Agrigento e le città del ragusano, trovano lo spazio fisico e sociale per
costruire, o ricostruire, la propria identità ferita. Il tema del multiculturalismo si fa strada
in Sicilia e intreccia fili invisibili tra le etnie come altrove nel mondo e come nella stessa
isola è accaduto per molti secoli ma i volti e le storie, purtroppo, spesso si alimentano
anche della tragedia personale e collettiva: tante le vite spezzate e dimenticate tra i flutti
di questo mare che unisce ma che in molte, troppe occasioni continua a rappresentare
una barriera invalicabile per tanti diseredati.
Fotografia per riflettere e ripensare il proprio rapporto con il mondo poco oltre la porta
di casa, con l’altro da sé e con le paure che i migranti ci incutono, memori dei timori
per tutto ciò che arriva dalle terre dell’Hic sunt leones.
Sebastiano FAVITTA e Attilio GERBINO
Caltagirone, settembre 2011
Migranti siciliani di Angelo PITRONE
Che salpino le navi, / si levino le ancore e si gonfino le vele, / verranno giorni limpidi e dobbiamo approfittare / di questi venti gelidi / del Greco e del Maestrale, lasciamo che
ci spingano al di là di questo mare, / non c’è più niente per cui piangere o tornare. / Si perdano i rumori e presto si allontanino i ricordi e questi odori, / verranno giorni vergini e
comunque giorni nuovi, / ci inventeremo regole, ci sceglieremo i nomi / e certo ci ritroveremo / a fare vecchi errori, / ma solo per scoprire di essere migliori.
Daniele SILVESTRI, Le navi, 2011
I Migranti di Angelo PITRONE sono stati ritratti in varie città della Sicilia, ma nella trama che ordisce il tessuto di questa mostra
possiamo intravedere le storie di tutti i migranti del mondo, attraverso vicende individuali di sofferenza e speranza. La sofferenza è
dietro le spalle, la speranza l’approdo. Conosco da vicino il mondo dei migranti: in tanti anni di lavoro sono entrata in stretto contatto
di magrebini, congolesi, ecuadoriani, cinesi, ucraini, serbi, albanesi, rumeni. Ho ascoltato racconti, letto ricordi, compreso la fatica
di chi non possiede una lingua e talvolta si sente estraneo e respinto anche solo per questa ragione. Tante etnie, tante storie simili
nell’Italia di oggi da sud a nord, e un solo denominatore comune, quello messo in luce dalle suggestive immagini di Angelo PITRONE:
individui strappati al loro Paese d’origine, déraciné, con un bel vocabolo preso a prestito dal francese, “senza radici”.
E’ dedicata a un migrante francese vissuto nello scorso secolo una delle più celebri poesie di Giuseppe UNGARETTI
Si chiamava / Moammed Sceab / Discendente / di emiri di nomadi / suicida / perché non aveva più / Patria / Amò la Francia / e mutò nome / Fu Marcel / ma non era Francese /
e non sapeva più / vivere / nella tenda dei suoi / dove si ascolta la cantilena / del Corano / gustando un caffè / E non sapeva / sciogliere / il canto / del suo abbandono /
L’ho accompagnato / insieme alla padrona dell’albergo / dove abitavamo / a Parigi / dal numero 5 della rue des Carmes / appassito vicolo in discesa. / Riposa /
nel camposanto d’Ivry / sobborgo che pare / sempre / in una giornata / di una / decomposta fiera / E forse io solo / so ancora / che visse
Giuseppe UNGARETTI, In memoria, 1916
Credo che nelle scabre parole del nostro poeta stia il senso del sentirsi migranti: esuli nella propria terra ed esuli nel luogo ove si
è stati accolti. Forse dalla seconda generazione questo stato d’animo potrà essere cancellato, ma chi parte spesso vive come sospeso
fra le tradizioni che si è lasciato dietro e il nuovo orizzonte culturale, non ancora sufficientemente conosciuto e fatto proprio.
La stagione acerba è arrivata / e il sole è più lontano / lasciamo la pianura adesso / adesso andiamo. / Partiamo mentre dormono / i bambini e le donne / il cielo è nebbia e stona /
coi colori delle gonne. / Il rosso, il giallo, il viola / contro il grigio della fame / bagliori nella notte / son l'argento, l'oro e il rame.
Giorgio CONTE, Nomadi, 1999
Guardando le foto di Angelo PITRONE dovremmo non dimenticare che il verbo latino mĭgrāre deriva dal greco ameíbo “cambiare,
scambiare, dare in cambio”. Accogliere questi uomini, queste donne, questi bambini significa consentire loro una vita decorosa, serena,
e ricevere in cambio il valore aggiunto delle loro radici, nel mutuo rispetto che non deve mai abbandonare una società civile degna
del suo nome. E per fortuna, osservando queste fotografie, i protagonisti ci appaiono ormai come migrati, non più migrantes, termine
che porta con sé la transitorietà insita nel participio presente: in queste fotografie si vedono bambini sorridenti, si incontrano sguardi
limpidi e sereni di italiani con la pelle scura o gli occhi a mandorla. Fra tutte scelgo una fotografia, un simbolo che narra una storia
di viaggio oltre lo spazio e oltre il tempo, quella del barcone con gli occhi dipinti. L’uso di decorare la prora delle navi risale al tempo
greco, e nasce come segno di scaramanzia o di devozione verso le divinità marine, per chiederne la protezione.
Così troviamo nell'area mediterranea, sulla parte anteriore delle navi egizie, greche e romane, elementi distintivi quali il vello votivo dell'animale sacrificato agli dei prima della
partenza, oppure l'apposizione di un occhio apotropaico (dal greco apotrépein = "allontanare"), atto a tener lontane le influenze maligne. Nella tradizione orientale quello era
l'occhio della nave, intesa come creatura vivente, capace di scegliere da se stessa la rotta migliore. Quando la nave acquista una coppia di occhi prodieri, diventa simbolicamente
un essere vivente che sa riconoscere il cammino e, guardando, sa salvarsi dal malo occhio della sventura.
Lia LUCHINI, Storia delle polene, sullacrestadell’onda.it, 2003
Alcuni migranti sorridono, nelle foto di Angelo PITRONE, il viaggio oltre mare li ha condotti a un porto dove potranno ricostruire la loro
esistenza. Mentre osserviamo questi ritratti, questi incisivi scatti in bianco e nero che ci restituiscono il vissuto degli africani e degli
asiatici di Sicilia, il nostro pensiero si soffermi anche a ricordare coloro che, saliti su un barcone carichi di speranza, ora riposano
nel camposanto di Scicli. Per sapere, come scrive Giuseppe Ungaretti, che sono vissuti.
Marina BENEDETTO
Savona, settembre 2011
29
settembre 2011
Angelo Pitrone – Migranti
Dal 29 settembre al 09 ottobre 2011
fotografia
Location
GALLERIA FOTOGRAFICA LUIGI GHIRRI
Caltagirone, Via Duomo, 11, (Catania)
Caltagirone, Via Duomo, 11, (Catania)
Orario di apertura
10-24
Vernissage
29 Settembre 2011, ore 18.00
Autore
Curatore




