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Vincenzo Balena – Tempo contadino
Inaugurazione della scultura
Comunicato stampa
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Vincenzo Balena
Tutta la vita in un cerchio
Chiara Gatti
Dal Dizionario di Stregologia: «Dicasi “cerchio magico” il luogo in cui le streghe posizionano i propri altari. Esso viene tracciato per terra con la punta di un coltello rituale e con un diametro esatto di tre metri, all’interno dei quali sono inscritti i nomi delle stagioni, i geni delle ore, oltre ai simboli della Terra, del Sole e della Luna».
Fantasie? Forse sì. Ma, fattucchiere a parte, la storia magica del simbolo del cerchio, con i suoi rimandi rituali, stagionali, celesti, cosmici e propiziatori è vecchia quanto il mondo. Così antica che, nella filosofia platonica, il leggendario tempio di Apollo degli Iperborei si dice fosse perfetto come un anello. Nei rituali pagani poi, e soprattutto nella simbologia cosmica dei Celti, il cerchio era emblema di spirito ed energia. Se i Babilonesi, per primi, lo divisero in spicchi per misurare il tempo, in epoca paleocristiana tutte le chiese templari adottarono la pianta rotonda a immagine dell’universo, mentre nel corso del Rinascimento la simbologia magica del cerchio raccolse esempi illustri, come l’uomo vitruviano di Leonardo o le fantasmatiche ruote radianti tracciate da Bramante nella cupola di Santa Maria delle Grazie a Milano, ancora oggi oggetto di enigmatiche interpretazioni.
Dal culto solare dei primitivi ai motivi dei mandala tibetani c’è, insomma, tutta una letteratura in fatto di cerchi, tondi, ruote, dischi e anelli. Motivi cui Vincenzo Balena, artista sensibile al valore allegorico della rappresentazione, sembra aver attinto con cura nell’ideazione di un “cerchio della vita” dove le forme della scultura e del rilievo creano sottili giochi di rimandi a un immaginario arcaico e a misteriosi culti agresti che portano con sé anche citazioni narrative sui ritmi della esperienza contadina, sul ciclo perenne delle cose, sulla storia del divenire dell’uomo nel rapporto diretto con la natura, che attraverso le stagioni scandisce i tempi della sua esistenza.
Magia e quotidianità, in questo senso, ruotano all’unisono. La magia è quella della vita stessa che costantemente si rinnova, si rigenera in una successione infinita di momenti ciclici come il mondo e i battiti della terra; corsi e ricorsi di un dinamismo circolare, perfetto ed eterno. «Nessuno ha vissuto nel passato, nessuno vivrà nel futuro. Il tempo è come un cerchio che giri infinitamente» diceva il filosofo tedesco Shopenhauer. La quotidianità, invece, è quella del dialogo durevole fra l’individuo e il cosmo; un dialogo dalle origini remote, ancestrali, che affonda le radici nelle fasi lente e quasi sacrali di quelle giornate narrate sulla pietra dai popoli primitivi, pagine di diario incise con coltelli di selce scheggiata che Balena dissotterra e lascia affiorare nel calcestruzzo quasi fosse la roccia aspra della Valcamonica o della Valmasca.
Delicato cantore del tempo che passa e delle tracce che esso lascia sulla pelle del territorio, Balena orchestra così lacerti di un’epoca lontana, memorie filiformi e graffiti rupestri, con impronte di materia vivida, brandelli di juta grezza, rami, semi, foglie e baccelli, frutti delle stagioni, nei colori della terra e del sole, del fango e della pioggia. Prodotti della natura che gli si sbriciolano fra le dita, come i chicchi del granoturco, croccanti come il frumento maturo, destinati a lasciare un’orma nel cerchio, vestigia di un tempo perpetuo, dove fra presente e passato non c’è alcuna differenza. «Il cotto, la cera, il bronzo, l’alluminio, il legno: la storia più recente della scultura di Vincenzo Balena sembra strutturarsi naturalmente a somiglianza di quella della civiltà, del mondo in cui gli uomini hanno via via abitato la terra» ha scritto a tal proposito il letterato Giovanni Raboni. E, infatti, Balena, nella sua archeologia del contemporaneo, sembra sottrarre al tempo i sensi stessi della terra, i suoi umori, i profumi, le tonalità, sigillando tutta la vita in quel cerchio magico che ancora registra il passare delle stagioni in una nuova, odierna materia fossile, dove la pietra ha lasciato spazio al cemento, e il legno dell’aratro preistorico all’acciaio corten di una lama moderna, mezzaluna affilata a corona del disco.
Ricordate la città perduta di Bedolina, dove tremila anni fa i Camuni consideravano il lavoro agricolo sacro come la vita e veneravano l’aratro come un nume tutelare, un idolo domestico, raffigurandolo decine di volte su pareti di sasso duro come i lineamenti dei loro volti cotti dal sole? Bene, Balena ne rievoca qui la storia nei segni sintetici di ascendenza etrusca o paleocristiana tracciati proprio nella calce come su una stele primordiale. Il risultato è lirico e solenne. È una narrazione epica dell’uomo e del suo rapporto con la natura, dei tempi contadini sereni e allo stesso tempo austeri come le musiche di Bach che fanno da sottofondo a L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi. Così poetici che ancora ti chiedi dove finisca la fatica e inizi l’idillio.
«Un paese vuol dire non essere mai soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo che, anche quando non ci sei, resta ad aspettarti» risponderebbe il selvatico Anguilla di Pavese ne La luna e i falò. Come a dire che l’antidoto alla schiena spezzata dal lavoro e alla pelle bruciata dall’estate rovente è il legame con la comunità e con la terra che l’accoglie.
Eccola qui la vera magia del cerchio. Non c’è nulla di trascendente al di fuori del sodalizio perfetto fra l’uomo e la natura. Che Balena distilla nel suo disco ideale, fra simbologie segrete e prelievi di un mondo reale, ingredienti di un racconto collettivo dedicato alla vita contadina, in cui la storia della fatica è una storia dell’uomo e del suo destino.
(…) La realizzazione dell’opera non sarebbe stata possibile senza il contributo di Giuseppe Bianchi ideatore e promotore dell’iniziativa.
Tutta la vita in un cerchio
Chiara Gatti
Dal Dizionario di Stregologia: «Dicasi “cerchio magico” il luogo in cui le streghe posizionano i propri altari. Esso viene tracciato per terra con la punta di un coltello rituale e con un diametro esatto di tre metri, all’interno dei quali sono inscritti i nomi delle stagioni, i geni delle ore, oltre ai simboli della Terra, del Sole e della Luna».
Fantasie? Forse sì. Ma, fattucchiere a parte, la storia magica del simbolo del cerchio, con i suoi rimandi rituali, stagionali, celesti, cosmici e propiziatori è vecchia quanto il mondo. Così antica che, nella filosofia platonica, il leggendario tempio di Apollo degli Iperborei si dice fosse perfetto come un anello. Nei rituali pagani poi, e soprattutto nella simbologia cosmica dei Celti, il cerchio era emblema di spirito ed energia. Se i Babilonesi, per primi, lo divisero in spicchi per misurare il tempo, in epoca paleocristiana tutte le chiese templari adottarono la pianta rotonda a immagine dell’universo, mentre nel corso del Rinascimento la simbologia magica del cerchio raccolse esempi illustri, come l’uomo vitruviano di Leonardo o le fantasmatiche ruote radianti tracciate da Bramante nella cupola di Santa Maria delle Grazie a Milano, ancora oggi oggetto di enigmatiche interpretazioni.
Dal culto solare dei primitivi ai motivi dei mandala tibetani c’è, insomma, tutta una letteratura in fatto di cerchi, tondi, ruote, dischi e anelli. Motivi cui Vincenzo Balena, artista sensibile al valore allegorico della rappresentazione, sembra aver attinto con cura nell’ideazione di un “cerchio della vita” dove le forme della scultura e del rilievo creano sottili giochi di rimandi a un immaginario arcaico e a misteriosi culti agresti che portano con sé anche citazioni narrative sui ritmi della esperienza contadina, sul ciclo perenne delle cose, sulla storia del divenire dell’uomo nel rapporto diretto con la natura, che attraverso le stagioni scandisce i tempi della sua esistenza.
Magia e quotidianità, in questo senso, ruotano all’unisono. La magia è quella della vita stessa che costantemente si rinnova, si rigenera in una successione infinita di momenti ciclici come il mondo e i battiti della terra; corsi e ricorsi di un dinamismo circolare, perfetto ed eterno. «Nessuno ha vissuto nel passato, nessuno vivrà nel futuro. Il tempo è come un cerchio che giri infinitamente» diceva il filosofo tedesco Shopenhauer. La quotidianità, invece, è quella del dialogo durevole fra l’individuo e il cosmo; un dialogo dalle origini remote, ancestrali, che affonda le radici nelle fasi lente e quasi sacrali di quelle giornate narrate sulla pietra dai popoli primitivi, pagine di diario incise con coltelli di selce scheggiata che Balena dissotterra e lascia affiorare nel calcestruzzo quasi fosse la roccia aspra della Valcamonica o della Valmasca.
Delicato cantore del tempo che passa e delle tracce che esso lascia sulla pelle del territorio, Balena orchestra così lacerti di un’epoca lontana, memorie filiformi e graffiti rupestri, con impronte di materia vivida, brandelli di juta grezza, rami, semi, foglie e baccelli, frutti delle stagioni, nei colori della terra e del sole, del fango e della pioggia. Prodotti della natura che gli si sbriciolano fra le dita, come i chicchi del granoturco, croccanti come il frumento maturo, destinati a lasciare un’orma nel cerchio, vestigia di un tempo perpetuo, dove fra presente e passato non c’è alcuna differenza. «Il cotto, la cera, il bronzo, l’alluminio, il legno: la storia più recente della scultura di Vincenzo Balena sembra strutturarsi naturalmente a somiglianza di quella della civiltà, del mondo in cui gli uomini hanno via via abitato la terra» ha scritto a tal proposito il letterato Giovanni Raboni. E, infatti, Balena, nella sua archeologia del contemporaneo, sembra sottrarre al tempo i sensi stessi della terra, i suoi umori, i profumi, le tonalità, sigillando tutta la vita in quel cerchio magico che ancora registra il passare delle stagioni in una nuova, odierna materia fossile, dove la pietra ha lasciato spazio al cemento, e il legno dell’aratro preistorico all’acciaio corten di una lama moderna, mezzaluna affilata a corona del disco.
Ricordate la città perduta di Bedolina, dove tremila anni fa i Camuni consideravano il lavoro agricolo sacro come la vita e veneravano l’aratro come un nume tutelare, un idolo domestico, raffigurandolo decine di volte su pareti di sasso duro come i lineamenti dei loro volti cotti dal sole? Bene, Balena ne rievoca qui la storia nei segni sintetici di ascendenza etrusca o paleocristiana tracciati proprio nella calce come su una stele primordiale. Il risultato è lirico e solenne. È una narrazione epica dell’uomo e del suo rapporto con la natura, dei tempi contadini sereni e allo stesso tempo austeri come le musiche di Bach che fanno da sottofondo a L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi. Così poetici che ancora ti chiedi dove finisca la fatica e inizi l’idillio.
«Un paese vuol dire non essere mai soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo che, anche quando non ci sei, resta ad aspettarti» risponderebbe il selvatico Anguilla di Pavese ne La luna e i falò. Come a dire che l’antidoto alla schiena spezzata dal lavoro e alla pelle bruciata dall’estate rovente è il legame con la comunità e con la terra che l’accoglie.
Eccola qui la vera magia del cerchio. Non c’è nulla di trascendente al di fuori del sodalizio perfetto fra l’uomo e la natura. Che Balena distilla nel suo disco ideale, fra simbologie segrete e prelievi di un mondo reale, ingredienti di un racconto collettivo dedicato alla vita contadina, in cui la storia della fatica è una storia dell’uomo e del suo destino.
(…) La realizzazione dell’opera non sarebbe stata possibile senza il contributo di Giuseppe Bianchi ideatore e promotore dell’iniziativa.
12
settembre 2010
Vincenzo Balena – Tempo contadino
12 settembre 2010
presentazione
Location
PIAZZA DI RONCO
Cernusco Sul Naviglio, piazza di ronco, (Milano)
Cernusco Sul Naviglio, piazza di ronco, (Milano)
Vernissage
12 Settembre 2010, ore 17 Interverrà Chiara Gatti
storica e critica dell'arte
Autore



