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Paolo Troilo – Troilo
L’ossessione asmatica dell’artista verso il suo corpo, messo a nudo in contrazioni al limite, prosegue e si evolve in opere note per l’irruenza espressiva e la potenza titanica.
Comunicato stampa
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Nuova personale, stessi soggetti. Paolo Troilo torna e si moltiplica.
L’ossessione asmatica dell’artista verso il suo corpo, messo a nudo in contrazioni al limite, prosegue e si evolve in opere note per l’irruenza espressiva e la potenza titanica. I suoi autoritratti - formulati con una gestualità da action painting e nella dicotomia del “digitale”, inteso come scatto fotografico preparatorio da una parte e impronta fisica delle dita dall’altro - sono gli appuntamenti del quotidiano confronto autoanalitico di Paolo Troilo. La tecnica, nella scelta di un rapporto viscerale con la pittura, è il metodo personale dell’artista e al contempo veicolo di un significato più universale: l’emancipazione di una espressività genuina e non censurata.
Libera da convenzioni formali, la fisicità del soggetto dipinto si agita e si contorce come in un moderno Prometeo alle prese con le sue pulsioni.
L’introspezione, visionaria e reiterata, è presentata in questa mostra con nuovi lavori nei quali il corpo dell’artista si sdoppia in “Troili” clonati e multipli, fusioni platoniche in lotta per la singola sopravvivenza.
La sfida si congela in un equilibrio contraddittorio di forze; quella inscenata è una partita nella quale Troilo è sia arbitrio che giocatore. Chi sopravvivrà e perché?
Lontani dall’essere mera autocelebrazione, questi dipinti riflettono un’urgenza declinata su diversi piani di lettura: da una parte la necessità di sfuggire alle regole, tentando la fuga, dall’altra la volontà di sopravvivere ad esse, preservando e lottando con il proprio io interiore.
Alla consueta scelta dell’artista di utilizzare un acromatismo virato sulle gradazioni dei grigi e sui contrasti del bianco e del nero, si aggiunge una venatura di colore nella grande installazione pensata ad hoc per lo spazio espositivo: una macchia, concreta e reale, oggetto della contesa di giganteschi figure.
Paolo Troilo espone inoltre per l’occasione le sue prime elaborazioni scultoree, diretta evoluzione in 3D del precedente ciclo pittorico – legato alle dinamiche di gioco dei videogame - dove virtuale e reale si confondono dando vita a forme visionarie.
BIOGRAFIA
Paolo Troilo nasce nel 1972 a Taranto. Vive e lavora a Milano.
Inizia a collaborare nel 1997 con la Saatchi&Saatchi di Milano dove resterà per 6 anni in qualità di Art Director Senior, realizzando memorabili campagne pubblicitarie ( fra le altre quella della Clio Community, primo esempio di pubblicità virale che utilizza la street art come mezzo di espressione). È autore del pluripremiato spot, sempre per la Renault Clio, nel quale un ragazzo faceva un origami con la carta delle caramelle usando solo la lingua. Come Direttore Creativo di Arnold Worldwide Italia in coppia con Alessandro Sabini ha ideato altre note campagne, come la finta campagna immobiliare per la vendita di case in collina, firmata Mtv, che è diventata caso nazionale finendo sui quotidiani Corriere della Sera, La Repubblica, Libero e Striscia la notizia. Nel 2006 fonda Arnold Guerrilla prima agenzia di Guerrilla Marketing in Italia ottenendo il bronzo all'International Advertising Festival di Cannes dopo solo un anno di vita.Le sue prime esposizioni come artista sono nel 2006. I suoi quadri sono stati presentati a Miart e ad Arte Verona. Ha al suo attivo diverse collettive e mostre personali sul territorio nazionale (tra le altre gallerie che lo hanno ospitato si ricordano: Galleria d'arte contemporanea di Parma, Fabbrica Eos Arte Contemporanea di Milano, Anna Breda Arte Contemporanea di Padova, Mondo Arte Gallery di Milano, Visionnaire Design Gallery di Milano e Galleria Gagliari Arte Contempornaea di San Gimignano).
Essere Paolo Troilo di Luca Beatrice
Celebrità, edonismo, narcisismo, oggi è sempre più facile crogiolarsi nell’esaltazione dell’io grazie alla proliferazione di strumenti che incitano l’autocelebrazione. Non bastavano fotografie digitali, istantanee, video self-made: a tanto materiale serviva una vetrina per mettersi in mostra. Ecco allora comparire i vari social-network, da Myspace a Linkedln, il più popolare Facebook e via dicendo, dove costruire a piacimento l’autoritratto innaturale di se stessi. Molte, tante, troppe le possibili varianti. Pirandello ne resterebbe estasiato, alla faccia di un naso pendulo che nel misero specchio di una toeletta personale fa crollare la psicologia del suo personaggio sicuramente più riuscito. Le crisi identitarie, se ancora possono chiamarsi tali, sono cosa di altro secolo. Oggi l’identità è mutabile e plasmabile, nell’universo globale, e solo virtualmente sociale: ci si dopa di Photoshop e si parla con parole di altri, si rigetta, snaturandole, nozioni e citazioni. Il divismo da rotocalco è cosa ormai di poco conto, a portata di mano. L’affronto di Pirandello, nel quale l’unicità della persona si rivelava in realtà essere una moltitudine di varianti dello stesso soggetto, non è più icona di una verità che si lascia mettere in discussione. Gli specchi in cui guardarci oggi si costruiscono a tavolino, sono realizzati grossolanamente dallo stesso protagonista che vi si specchierà. Sono fatti su misura, già deformati, sempre abbellenti, ovviamente. Possiamo essere noi i sarti della nostra immagine. Perché la verità, quella di carne e ossa, può traslare su piani di realtà virtuali terribilmente conformati e conformanti.
I ritratti, dicevamo, o meglio i “profili” si moltiplicano senza regole. Quelle estetiche per lo meno. Siamo ben lontani dall’introspezione critica e analitica degli autoritratti amati e odiati dagli artisti di tutti i tempi. Non c’è la follia di Gauguin, e nemmeno l’irrequietezza malata di Bacon. Oggi in quei “profili” c’è la nuova malattia di inizio secolo. Celebrità e divismo da quattro soldi.
Se potessimo entrare, anche solo per un secondo, nella nostra mente e vederci come attraverso l’obbiettivo di una telecamera, registrando gesti e comportamenti, l’orlo della schizofrenia sarebbe presto valicato. Si entrerebbe in un universo senza veli, nessun fittizio “profilo” a preservarci, solo la ripresa diretta della nostra persona. Il tema, certo drammatico se osservato in modo serioso, è affrontato in forma di una tragicommedia dal regista Spike Jonze; all’esordio della sua carriera cinematografica, tenta un racconto simbolico e buffo sul culto dell’individualità, sulle multi personalità, e sulla perdita della proprio identità. Essere John Malkovich (1999) – titolo e slogan nel film - è un’esperienza conturbante. Soprattutto quando non sono altri aspiranti disillusi a entrare nella mente dell’attore per 15 minuti di celebrità, ma quando è lo stesso protagonista a farsi auto risucchiare nel dedalo della sua psiche. Per un cortocircuito psicologico, la percezione del mondo diventa l’incubo di una realtà clonata sulla stessa immagine, con non più uno o nessuno, ma centomila Malkovich da non saperne più riconoscere l’originale.
Paolo Troilo arrischia lo stesso viaggio dentro i confini della sua persona. Torna a stupirci, senza l’uso di effetti speciali, utilizzando grandi tele in cui l’unico figurante è il suo autoritratto. Torna e si raddoppia. Si moltiplica per meglio dire. I suoi cloni reiterati interpretano la sfida, individuale ma estendibile a una riflessione più globale, che volge all’indagine delle relazioni che intercorrono tra l’io soggettivo e i meccanismi sociali e interpersonali di immedesimazione collettiva. Sfide quotidiane tra due o più giocatori, entro le quali i ruoli - che è l’arbitro e chi il giocatore? – si confondono volutamente.
Cercare l’esplosione dei gesti, il grido di rabbia, lo sfogo fisico, brutale, di un corpo che prova a separarsi dal suo mister Hide è l’altro lato di un ragazzo – oltre che di un artista – costruitosi professionalmente come art director e pubblicitario, dove sappiamo vigere un universo fondante sulle leggi dell’apparenza e della formalità. Dopo aver dedicato anni a trovare i giusti ingredienti per ammaliare attraverso escamotage massmediatici – con campagne pubblicitarie pluripremiate e di riconoscibile valore creativo – Paolo Troilo è scoppiato in un’espressività urlante. La sua pittura, corposa e primordiale, fisica e potente, è l’inevitabile risposta per non soccombere in un omologante conformismo. La pittura è medium.
Nella costanza del proprio io riprodotto senza censure, si mette in scena il teatro dall’artista. Troilo contro Troilo. Un gioco di specchi, o meglio, una rifrazione sempre uguale eppure scomposta – in variazioni minime di atteggiamenti e posture - dello stesso soggetto. Il suo corpo, ripetuto sull’asse ora verticale ora orizzontale, si fonde in forme altre, come quelle che in psicometria sono le ben note “macchie di Rorschach”: riflessioni di monocromie espanse nella cui estensione intravedere un contenuto ora umano, naturale o astratto. È la convivenza di multipersonalità all’interno dello stesso contenitore. Beninteso, solo contenitore, perché il senso è da intuirsi nella lotta irrisolta tra titani incapaci di relazionarsi. Si respira l’aria dal superuomo nietzschiano, privato delle sue comode certezze; si avverte l’urgenza di riconoscersi in un combattimento, con unghie e denti ben in vista dove sopravvivere può voler dire anche soffrire, sicuramente lottare, chiamando in causa una sempre più spesso repressa animalità.
Paolo Troilo entra nei meandri di una visionarietà che non accetta la clonazione dell’individuo, che sfida il virtuale attraverso la sopravvivenza di un gesto reale.
Non è l’autocelebrazione studiata a tavolino con strumenti stereotipati. Lo scatto fotografico digitale è per Troilo schizzo preparatorio per composizioni più complesse.
Da qualsiasi direzione lo si voglia guardare, il tema del doppio e dell’identità, qui dichiaratamente esposto in figurazioni concrete, è il leit motiv di un ossessione irrisolta.
I “multipli di Troilo” non lasciano tregua. Non a chi li guarda, non all’artista che ha scelto l’arte come unico strumento per veicolare il suo messaggio.
Siamo di fronte a una pittura, in senso stretto, dove la tecnica - banditi i pennelli, sono le mani a imprimere direttamente macchie di colore sulla tela – è già racconto di per sé. La pittura, dicevamo, è medium: l’autoritratto torna e acquista il merito che ontologicamente l’arte gli ha consegnato nei secoli. Non è finzione. È l’affronto di un film, questa volta reale, riassunto nella questione di cosa significhi per l’artista “Essere Paolo Troilo”.
L’ossessione asmatica dell’artista verso il suo corpo, messo a nudo in contrazioni al limite, prosegue e si evolve in opere note per l’irruenza espressiva e la potenza titanica. I suoi autoritratti - formulati con una gestualità da action painting e nella dicotomia del “digitale”, inteso come scatto fotografico preparatorio da una parte e impronta fisica delle dita dall’altro - sono gli appuntamenti del quotidiano confronto autoanalitico di Paolo Troilo. La tecnica, nella scelta di un rapporto viscerale con la pittura, è il metodo personale dell’artista e al contempo veicolo di un significato più universale: l’emancipazione di una espressività genuina e non censurata.
Libera da convenzioni formali, la fisicità del soggetto dipinto si agita e si contorce come in un moderno Prometeo alle prese con le sue pulsioni.
L’introspezione, visionaria e reiterata, è presentata in questa mostra con nuovi lavori nei quali il corpo dell’artista si sdoppia in “Troili” clonati e multipli, fusioni platoniche in lotta per la singola sopravvivenza.
La sfida si congela in un equilibrio contraddittorio di forze; quella inscenata è una partita nella quale Troilo è sia arbitrio che giocatore. Chi sopravvivrà e perché?
Lontani dall’essere mera autocelebrazione, questi dipinti riflettono un’urgenza declinata su diversi piani di lettura: da una parte la necessità di sfuggire alle regole, tentando la fuga, dall’altra la volontà di sopravvivere ad esse, preservando e lottando con il proprio io interiore.
Alla consueta scelta dell’artista di utilizzare un acromatismo virato sulle gradazioni dei grigi e sui contrasti del bianco e del nero, si aggiunge una venatura di colore nella grande installazione pensata ad hoc per lo spazio espositivo: una macchia, concreta e reale, oggetto della contesa di giganteschi figure.
Paolo Troilo espone inoltre per l’occasione le sue prime elaborazioni scultoree, diretta evoluzione in 3D del precedente ciclo pittorico – legato alle dinamiche di gioco dei videogame - dove virtuale e reale si confondono dando vita a forme visionarie.
BIOGRAFIA
Paolo Troilo nasce nel 1972 a Taranto. Vive e lavora a Milano.
Inizia a collaborare nel 1997 con la Saatchi&Saatchi di Milano dove resterà per 6 anni in qualità di Art Director Senior, realizzando memorabili campagne pubblicitarie ( fra le altre quella della Clio Community, primo esempio di pubblicità virale che utilizza la street art come mezzo di espressione). È autore del pluripremiato spot, sempre per la Renault Clio, nel quale un ragazzo faceva un origami con la carta delle caramelle usando solo la lingua. Come Direttore Creativo di Arnold Worldwide Italia in coppia con Alessandro Sabini ha ideato altre note campagne, come la finta campagna immobiliare per la vendita di case in collina, firmata Mtv, che è diventata caso nazionale finendo sui quotidiani Corriere della Sera, La Repubblica, Libero e Striscia la notizia. Nel 2006 fonda Arnold Guerrilla prima agenzia di Guerrilla Marketing in Italia ottenendo il bronzo all'International Advertising Festival di Cannes dopo solo un anno di vita.Le sue prime esposizioni come artista sono nel 2006. I suoi quadri sono stati presentati a Miart e ad Arte Verona. Ha al suo attivo diverse collettive e mostre personali sul territorio nazionale (tra le altre gallerie che lo hanno ospitato si ricordano: Galleria d'arte contemporanea di Parma, Fabbrica Eos Arte Contemporanea di Milano, Anna Breda Arte Contemporanea di Padova, Mondo Arte Gallery di Milano, Visionnaire Design Gallery di Milano e Galleria Gagliari Arte Contempornaea di San Gimignano).
Essere Paolo Troilo di Luca Beatrice
Celebrità, edonismo, narcisismo, oggi è sempre più facile crogiolarsi nell’esaltazione dell’io grazie alla proliferazione di strumenti che incitano l’autocelebrazione. Non bastavano fotografie digitali, istantanee, video self-made: a tanto materiale serviva una vetrina per mettersi in mostra. Ecco allora comparire i vari social-network, da Myspace a Linkedln, il più popolare Facebook e via dicendo, dove costruire a piacimento l’autoritratto innaturale di se stessi. Molte, tante, troppe le possibili varianti. Pirandello ne resterebbe estasiato, alla faccia di un naso pendulo che nel misero specchio di una toeletta personale fa crollare la psicologia del suo personaggio sicuramente più riuscito. Le crisi identitarie, se ancora possono chiamarsi tali, sono cosa di altro secolo. Oggi l’identità è mutabile e plasmabile, nell’universo globale, e solo virtualmente sociale: ci si dopa di Photoshop e si parla con parole di altri, si rigetta, snaturandole, nozioni e citazioni. Il divismo da rotocalco è cosa ormai di poco conto, a portata di mano. L’affronto di Pirandello, nel quale l’unicità della persona si rivelava in realtà essere una moltitudine di varianti dello stesso soggetto, non è più icona di una verità che si lascia mettere in discussione. Gli specchi in cui guardarci oggi si costruiscono a tavolino, sono realizzati grossolanamente dallo stesso protagonista che vi si specchierà. Sono fatti su misura, già deformati, sempre abbellenti, ovviamente. Possiamo essere noi i sarti della nostra immagine. Perché la verità, quella di carne e ossa, può traslare su piani di realtà virtuali terribilmente conformati e conformanti.
I ritratti, dicevamo, o meglio i “profili” si moltiplicano senza regole. Quelle estetiche per lo meno. Siamo ben lontani dall’introspezione critica e analitica degli autoritratti amati e odiati dagli artisti di tutti i tempi. Non c’è la follia di Gauguin, e nemmeno l’irrequietezza malata di Bacon. Oggi in quei “profili” c’è la nuova malattia di inizio secolo. Celebrità e divismo da quattro soldi.
Se potessimo entrare, anche solo per un secondo, nella nostra mente e vederci come attraverso l’obbiettivo di una telecamera, registrando gesti e comportamenti, l’orlo della schizofrenia sarebbe presto valicato. Si entrerebbe in un universo senza veli, nessun fittizio “profilo” a preservarci, solo la ripresa diretta della nostra persona. Il tema, certo drammatico se osservato in modo serioso, è affrontato in forma di una tragicommedia dal regista Spike Jonze; all’esordio della sua carriera cinematografica, tenta un racconto simbolico e buffo sul culto dell’individualità, sulle multi personalità, e sulla perdita della proprio identità. Essere John Malkovich (1999) – titolo e slogan nel film - è un’esperienza conturbante. Soprattutto quando non sono altri aspiranti disillusi a entrare nella mente dell’attore per 15 minuti di celebrità, ma quando è lo stesso protagonista a farsi auto risucchiare nel dedalo della sua psiche. Per un cortocircuito psicologico, la percezione del mondo diventa l’incubo di una realtà clonata sulla stessa immagine, con non più uno o nessuno, ma centomila Malkovich da non saperne più riconoscere l’originale.
Paolo Troilo arrischia lo stesso viaggio dentro i confini della sua persona. Torna a stupirci, senza l’uso di effetti speciali, utilizzando grandi tele in cui l’unico figurante è il suo autoritratto. Torna e si raddoppia. Si moltiplica per meglio dire. I suoi cloni reiterati interpretano la sfida, individuale ma estendibile a una riflessione più globale, che volge all’indagine delle relazioni che intercorrono tra l’io soggettivo e i meccanismi sociali e interpersonali di immedesimazione collettiva. Sfide quotidiane tra due o più giocatori, entro le quali i ruoli - che è l’arbitro e chi il giocatore? – si confondono volutamente.
Cercare l’esplosione dei gesti, il grido di rabbia, lo sfogo fisico, brutale, di un corpo che prova a separarsi dal suo mister Hide è l’altro lato di un ragazzo – oltre che di un artista – costruitosi professionalmente come art director e pubblicitario, dove sappiamo vigere un universo fondante sulle leggi dell’apparenza e della formalità. Dopo aver dedicato anni a trovare i giusti ingredienti per ammaliare attraverso escamotage massmediatici – con campagne pubblicitarie pluripremiate e di riconoscibile valore creativo – Paolo Troilo è scoppiato in un’espressività urlante. La sua pittura, corposa e primordiale, fisica e potente, è l’inevitabile risposta per non soccombere in un omologante conformismo. La pittura è medium.
Nella costanza del proprio io riprodotto senza censure, si mette in scena il teatro dall’artista. Troilo contro Troilo. Un gioco di specchi, o meglio, una rifrazione sempre uguale eppure scomposta – in variazioni minime di atteggiamenti e posture - dello stesso soggetto. Il suo corpo, ripetuto sull’asse ora verticale ora orizzontale, si fonde in forme altre, come quelle che in psicometria sono le ben note “macchie di Rorschach”: riflessioni di monocromie espanse nella cui estensione intravedere un contenuto ora umano, naturale o astratto. È la convivenza di multipersonalità all’interno dello stesso contenitore. Beninteso, solo contenitore, perché il senso è da intuirsi nella lotta irrisolta tra titani incapaci di relazionarsi. Si respira l’aria dal superuomo nietzschiano, privato delle sue comode certezze; si avverte l’urgenza di riconoscersi in un combattimento, con unghie e denti ben in vista dove sopravvivere può voler dire anche soffrire, sicuramente lottare, chiamando in causa una sempre più spesso repressa animalità.
Paolo Troilo entra nei meandri di una visionarietà che non accetta la clonazione dell’individuo, che sfida il virtuale attraverso la sopravvivenza di un gesto reale.
Non è l’autocelebrazione studiata a tavolino con strumenti stereotipati. Lo scatto fotografico digitale è per Troilo schizzo preparatorio per composizioni più complesse.
Da qualsiasi direzione lo si voglia guardare, il tema del doppio e dell’identità, qui dichiaratamente esposto in figurazioni concrete, è il leit motiv di un ossessione irrisolta.
I “multipli di Troilo” non lasciano tregua. Non a chi li guarda, non all’artista che ha scelto l’arte come unico strumento per veicolare il suo messaggio.
Siamo di fronte a una pittura, in senso stretto, dove la tecnica - banditi i pennelli, sono le mani a imprimere direttamente macchie di colore sulla tela – è già racconto di per sé. La pittura, dicevamo, è medium: l’autoritratto torna e acquista il merito che ontologicamente l’arte gli ha consegnato nei secoli. Non è finzione. È l’affronto di un film, questa volta reale, riassunto nella questione di cosa significhi per l’artista “Essere Paolo Troilo”.
11
novembre 2009
Paolo Troilo – Troilo
Dall'undici novembre al 12 dicembre 2009
arte contemporanea
Location
FABBRICA EOS
Milano, Piazzale Antonio Baiamonti, 2, (Milano)
Milano, Piazzale Antonio Baiamonti, 2, (Milano)
Orario di apertura
da martedì a sabato 10.00-13.00 16.00-19.00
Vernissage
11 Novembre 2009, ore 18.30
Ufficio stampa
PRESS & MEDIA
Autore
Curatore
