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Takako Chiba – Spirito della Parola
La Fondazione Musarra onlus presenta un progetto dell’artista giapponese Takako Chiba a cura di Giacomo Miracola
Comunicato stampa
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La quotidiana sepoltura
Minemura Toshiaki
Per esprimere le sensazioni trasmesse dalle opere di Chiba Takako, vorrei richiamare quelle atmosfere cariche di tensione emotiva che, con una stretta al cuore, proviamo quando il tempo cambia repentinamente o nell’istante in cui il giorno diventa notte. Opposizioni e attrazioni tra coppie di sentimenti, emozioni, direzioni contrapposte si addensano nelle sue opere in nodi quasi impossibili da districare: disperazione e consolazione, lacerare e ricucire, prigionia e liberazione, cesura e continuità, spazio inciso e spazio vuoto, stringere e sciogliere, seppellire e svelare, grido e silenzio, dolore e voluttà, risveglio e oblio. [...] potremmo considerarle un riflesso della sua pluriennale pratica dell’arte della calligrafia: non sarebbe del tutto errato, ma anche sovrapponendo la peculiare tensione delle sue opere alla tradizione spiritualista della calligrafia, non riceveremmo un ulteriore ausilio per decifrare l’originalità di queste indissolubili ambivalenze. L’esperienza della calligrafia non determina in modo diretto la natura delle opere, anzi essa stessa genera un conflitto tra orientamenti antinomici: è un gomitolo gettato dentro il labirinto che circonda l’artista e in cui brancola alla ricerca dell’uscita. Per lo meno io la penso così. [...]
Circa due anni piu’ tardi l’artista mi fece vedere la fotografia della sua ultima opera intitolata “L’epitaffio” che voleva esporre alla personale organizzata in Sicilia. Si trattava di una superficie rettangolare bianca, disadorna, ottenuta incollando numerosi strati di carta giapponese sopra un grezzo sacco di canapa e rifinita con il gesso. Il carattere disadorno avrebbe potuto rimandare ad “Achrome” di Piero Manzoni, in cui la tensione verso l’assoluto dell’essenza materica trascende la percezione sensoriale. Ma il lavoro di Chiba non si limitava a una pura operazione concettuale consistente nel mostrare un fascio di fogli di carta: la sovrapposizione dei fogli incollati uno a uno con una colla appositamente realizzata dall’artista conferiva una sensazione di appiccicosa tenacia che si manifestava con sensualità nel movimento ondulato della superficie. Ci chiediamo che bisogno c’era di incollare e sovrapporre con tanta pervicacia: in realtà, tra gli innumerevoli strati di carta, l’artista aveva sigillato dei suoi vecchi studi calligrafici a inchiostro realizzati circa otto anni prima [...] il gesto della sepoltura. [...]
Seppellire quindi non significa abbandonare: l’artista non vuole rinnegare l’arte della calligrafia ma vuole rinnovare con questa un rapporto di quotidiana sepoltura.[...]
In Cina e in Giappone si è a lungo ritenuto che calligrafia e pittura avessero origine comune. Ma è un errore pensare che la calligrafia sia contigua all’arte della pittura intesa, nella maniera occidentale, come composizione di superfici dipinte. Il gesto della calligrafia è simile alla rievocazione di un’anima defunta, in quanto si tracciano, o meglio si incidono delle linee sia nei confronti dello spazio fisico della carta sia di quello invisibile dell’idea. Volendo estremizzare il concetto, la pittura è un’arte mondana, affermazione e addizione di elementi visibili, mentre la calligrafia si avvicina alla scultura, arte spirituale di negazione e sottrazione degli elementi visibili in funzione di idee e di masse trascendenti. Per rendersene conto basta osservare alcune opere realizzate tempo addietro da Chiba: “5 crepe”, “Il tempo calmo”, “Il tempo opaco”, “Speranza” non nascono dalla volontà di costituire delle superfici nel senso della pittura, ma anzi da quella di lacerarle e di disgregarle, in modo da svelare, come nella scultura, una dimensione ancora più profonda. Tra gli artisti occidentali, Lucio Fontana con i suoi “Tagli” ha realmente compreso l’essenza della calligrafia, piuttosto che Pierre Soulages o Franz Kline con il loro stile “calligrafico”.
Credo che la calligrafia, come la scultura, sia nata come un’arte destinata a spezzare, tagliare, lacerare l’io affiorante. Chiba è talmente compresa della sua essenza, da non poter più vivere nell’inerzia dell’ambiente della callligrafia “mondanizzata”; l’artista è rimasta irrimediabilmente identificata nella vera natura della calligrafia, lacerante e disgregante. Lacerare e disgregare non significano abbandonare: occorre il gesto della sepoltura. D’altra parte l’ambivalenza della sepoltura porta nuovamente al bisogno di legare, coprire, cucire, anche se questo dovesse di nuovo generare, sotto forma di un colpo di pennello, un nuovo atto di lacerazione...
Minemura Toshiaki
Per esprimere le sensazioni trasmesse dalle opere di Chiba Takako, vorrei richiamare quelle atmosfere cariche di tensione emotiva che, con una stretta al cuore, proviamo quando il tempo cambia repentinamente o nell’istante in cui il giorno diventa notte. Opposizioni e attrazioni tra coppie di sentimenti, emozioni, direzioni contrapposte si addensano nelle sue opere in nodi quasi impossibili da districare: disperazione e consolazione, lacerare e ricucire, prigionia e liberazione, cesura e continuità, spazio inciso e spazio vuoto, stringere e sciogliere, seppellire e svelare, grido e silenzio, dolore e voluttà, risveglio e oblio. [...] potremmo considerarle un riflesso della sua pluriennale pratica dell’arte della calligrafia: non sarebbe del tutto errato, ma anche sovrapponendo la peculiare tensione delle sue opere alla tradizione spiritualista della calligrafia, non riceveremmo un ulteriore ausilio per decifrare l’originalità di queste indissolubili ambivalenze. L’esperienza della calligrafia non determina in modo diretto la natura delle opere, anzi essa stessa genera un conflitto tra orientamenti antinomici: è un gomitolo gettato dentro il labirinto che circonda l’artista e in cui brancola alla ricerca dell’uscita. Per lo meno io la penso così. [...]
Circa due anni piu’ tardi l’artista mi fece vedere la fotografia della sua ultima opera intitolata “L’epitaffio” che voleva esporre alla personale organizzata in Sicilia. Si trattava di una superficie rettangolare bianca, disadorna, ottenuta incollando numerosi strati di carta giapponese sopra un grezzo sacco di canapa e rifinita con il gesso. Il carattere disadorno avrebbe potuto rimandare ad “Achrome” di Piero Manzoni, in cui la tensione verso l’assoluto dell’essenza materica trascende la percezione sensoriale. Ma il lavoro di Chiba non si limitava a una pura operazione concettuale consistente nel mostrare un fascio di fogli di carta: la sovrapposizione dei fogli incollati uno a uno con una colla appositamente realizzata dall’artista conferiva una sensazione di appiccicosa tenacia che si manifestava con sensualità nel movimento ondulato della superficie. Ci chiediamo che bisogno c’era di incollare e sovrapporre con tanta pervicacia: in realtà, tra gli innumerevoli strati di carta, l’artista aveva sigillato dei suoi vecchi studi calligrafici a inchiostro realizzati circa otto anni prima [...] il gesto della sepoltura. [...]
Seppellire quindi non significa abbandonare: l’artista non vuole rinnegare l’arte della calligrafia ma vuole rinnovare con questa un rapporto di quotidiana sepoltura.[...]
In Cina e in Giappone si è a lungo ritenuto che calligrafia e pittura avessero origine comune. Ma è un errore pensare che la calligrafia sia contigua all’arte della pittura intesa, nella maniera occidentale, come composizione di superfici dipinte. Il gesto della calligrafia è simile alla rievocazione di un’anima defunta, in quanto si tracciano, o meglio si incidono delle linee sia nei confronti dello spazio fisico della carta sia di quello invisibile dell’idea. Volendo estremizzare il concetto, la pittura è un’arte mondana, affermazione e addizione di elementi visibili, mentre la calligrafia si avvicina alla scultura, arte spirituale di negazione e sottrazione degli elementi visibili in funzione di idee e di masse trascendenti. Per rendersene conto basta osservare alcune opere realizzate tempo addietro da Chiba: “5 crepe”, “Il tempo calmo”, “Il tempo opaco”, “Speranza” non nascono dalla volontà di costituire delle superfici nel senso della pittura, ma anzi da quella di lacerarle e di disgregarle, in modo da svelare, come nella scultura, una dimensione ancora più profonda. Tra gli artisti occidentali, Lucio Fontana con i suoi “Tagli” ha realmente compreso l’essenza della calligrafia, piuttosto che Pierre Soulages o Franz Kline con il loro stile “calligrafico”.
Credo che la calligrafia, come la scultura, sia nata come un’arte destinata a spezzare, tagliare, lacerare l’io affiorante. Chiba è talmente compresa della sua essenza, da non poter più vivere nell’inerzia dell’ambiente della callligrafia “mondanizzata”; l’artista è rimasta irrimediabilmente identificata nella vera natura della calligrafia, lacerante e disgregante. Lacerare e disgregare non significano abbandonare: occorre il gesto della sepoltura. D’altra parte l’ambivalenza della sepoltura porta nuovamente al bisogno di legare, coprire, cucire, anche se questo dovesse di nuovo generare, sotto forma di un colpo di pennello, un nuovo atto di lacerazione...
24
giugno 2007
Takako Chiba – Spirito della Parola
Dal 24 giugno al 26 agosto 2007
arte contemporanea
Location
PALAZZO MUSARRA
Capo D'orlando, Via Messina, 51, (Messina)
Capo D'orlando, Via Messina, 51, (Messina)
Orario di apertura
Venerdì-sabato-domenica, 20.00 – 23.00
Vernissage
24 Giugno 2007, ore 20.30
Autore
Curatore


