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Piero Pompili – Combat
Presentazione del libro fotografico. Partecipano all’incontro con l’autore Carlo Fabrizio Carli, Andrea Caterini, Mario Desiati
Comunicato stampa
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Che senso ha il combattimento nel lavoro fotografico raccolto nel libro di Piero Pompili Combat (Oscar Mondadori, 2006)?
È subito chiaro che a Pompili non interessa la gloria del lottatore, del pugile in specifico modo, ma capire come un ring – un luogo – possa diventare, trasfigurandosi, un mondo: una metafora della realtà. Allora il combattimento, e c’è una tradizione letteraria a testimoniarlo (uno fra tutti il duello dell’Onegin puskiniano), diviene non un sogno di gloria ma la lotta per la libertà: la fatica che il corpo e lo spirito fanno per raggiungere la conoscenza. Il corpo e lo spirito, dunque. Per Pompili le due cose sembrano coincidere.
Ecco, il corpo non è il luogo attraverso cui l’espressione della verità si cela, non è il corpo che Pompili ritrae, gnostico (e qui c’è una differenza poetica tra i suoi corpi e quelli ad esempio di Walter Siti che sfrutta il corpo come artificio attraverso cui la verità, la conoscenza può essere raggiunta, svelata). Per Pompili il corpo è già spirito: espressione, grafia di interiorità.
Per questo motivo i ritratti rimandano ad una pittura caravaggesca, e perché no, pasoliniana, in cui più che di trascendenza, si può parlare di religiosità dell’oggetto contemplato e ritratto, dove la nudità – intesa come espressione reattiva della carne, con le sue gocce di sudore, contrazioni muscolari, tensioni nervose che danno movimento al corpo, fanno dello spirito un’azione – si fa espressione, rappresentazione di verità.
Il combattimento sul ring diventa allora la diatriba primordiale tra bene e male. In realtà, nessuno vuole sapere chi vincerà tra i due: lo spettatore è attratto, come nella vita, quindi spettatore sempre di se stesso, sia dall’uno che dall’altro e solo nel contatto, nel combattimento riuscirà ad individuare l’armonia, il sogno di bellezza che i due poli opposti nel suo fisico attrarsi vengono a creare.
Ovviamente i combattenti hanno sete di vincita ma allo stesso modo in cui hanno sete di conoscenza e sono consapevoli che per vincere devono studiare l’altro, conoscerlo e quindi amarlo. Così il bene si trova a dover attraversare le parti buie del male per potersene liberare, così il male deve passare per il bene per conoscere la sua libertà espressiva.
Insomma la boxe, così rappresentata da Piero Pompili, è una splendida e umana metafora della vita.
Andrea Caterini
È subito chiaro che a Pompili non interessa la gloria del lottatore, del pugile in specifico modo, ma capire come un ring – un luogo – possa diventare, trasfigurandosi, un mondo: una metafora della realtà. Allora il combattimento, e c’è una tradizione letteraria a testimoniarlo (uno fra tutti il duello dell’Onegin puskiniano), diviene non un sogno di gloria ma la lotta per la libertà: la fatica che il corpo e lo spirito fanno per raggiungere la conoscenza. Il corpo e lo spirito, dunque. Per Pompili le due cose sembrano coincidere.
Ecco, il corpo non è il luogo attraverso cui l’espressione della verità si cela, non è il corpo che Pompili ritrae, gnostico (e qui c’è una differenza poetica tra i suoi corpi e quelli ad esempio di Walter Siti che sfrutta il corpo come artificio attraverso cui la verità, la conoscenza può essere raggiunta, svelata). Per Pompili il corpo è già spirito: espressione, grafia di interiorità.
Per questo motivo i ritratti rimandano ad una pittura caravaggesca, e perché no, pasoliniana, in cui più che di trascendenza, si può parlare di religiosità dell’oggetto contemplato e ritratto, dove la nudità – intesa come espressione reattiva della carne, con le sue gocce di sudore, contrazioni muscolari, tensioni nervose che danno movimento al corpo, fanno dello spirito un’azione – si fa espressione, rappresentazione di verità.
Il combattimento sul ring diventa allora la diatriba primordiale tra bene e male. In realtà, nessuno vuole sapere chi vincerà tra i due: lo spettatore è attratto, come nella vita, quindi spettatore sempre di se stesso, sia dall’uno che dall’altro e solo nel contatto, nel combattimento riuscirà ad individuare l’armonia, il sogno di bellezza che i due poli opposti nel suo fisico attrarsi vengono a creare.
Ovviamente i combattenti hanno sete di vincita ma allo stesso modo in cui hanno sete di conoscenza e sono consapevoli che per vincere devono studiare l’altro, conoscerlo e quindi amarlo. Così il bene si trova a dover attraversare le parti buie del male per potersene liberare, così il male deve passare per il bene per conoscere la sua libertà espressiva.
Insomma la boxe, così rappresentata da Piero Pompili, è una splendida e umana metafora della vita.
Andrea Caterini
15
gennaio 2007
Piero Pompili – Combat
15 gennaio 2007
fotografia
presentazione
presentazione
Location
LA NUOVA PESA CENTRO PER L’ARTE CONTEMPORANEA
Roma, Via Del Corso, 530, (Roma)
Roma, Via Del Corso, 530, (Roma)
Vernissage
15 Gennaio 2007, ore 18
Editore
MONDADORI
Autore


