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Gaetano Fracassio – Allegoria e vissuto del Finale
Parlare degli Ipertesti di Gaetano Fracassio significa innanzitutto chiedersi quale rapporto ci può essere e quale rapporto c’è stato tra la pittura e la parola
Comunicato stampa
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Fracassio, o della scrittura
Parlare degli Ipertesti di Gaetano Fracassio significa innanzitutto chiedersi quale rapporto ci può essere e quale rapporto c'è stato tra la pittura e la parola: la domanda non è gratuita perchè Fracassio dimostra altrove1 di essere un grande pittore, e quindi ci si chiede cosa spinga un pittore che ama usare la pittura pura, una pittura, inoltre, che ha precisi riferimenti all'ambito metafisico, a inserire all'interno delle proprie rappresentazioni la parola scritta, e a farlo secondo modalità via via più complicate, che giungono a porre in pari evidenza il carattere alfabetico e l'immagine figurativa.
Posso già anticipare il mio punto di vista: Gaetano Fracassio vuole incarnare l'artista globale, l'artista che sa fare pittura, ma che si cala nel suo tempo, cannibalizzandone tutte le tecniche, le possibilità espressive, cogliendo degli anni in cui vive tutte le possibili suggestioni, anticipando anzi mode e gusti nei soggetti e nella composizione. Se infatti i dipinti ad olio raffiguranti stanze vuote e cieli azzurri, sedie in attesa di uomini e atmosfere sospese, sono stati concepiti assieme ai primi dipinti ipertestuali in cui un frutto, un ortaggio, una sedia nuovamente, diventano pretesti per fare una pittura in cui la parola scritta, l'annotazione, il verbo diaristico diventano parte integrante del tessuto pittorico, complicano la superficie del quadro increspandolo con il solco del pennino, in cui il pensiero dell'artista diviene tangibile, e arricchisce la struttura compositiva dell'opera, qui, negli Ipertesti, assistiamo ad un passo in più: c'è una maggiore aggressività da parte dei caratteri tipografici scelti, con parole finalmente leggibili, ma proprio per questo in piena evidenza, c'è una cornice molto spesso scritta, c'è un andare oltre la semplice superficie del quadro, che si fa scultura, che si espande utilizzando (come già altrove era capitato) piccoli quadretti che lo completano e ne fanno al tempo stesso parte integrante; ma si arriva anche al quadro-scultura vero e proprio, come si può vedere nell'opera "Unico Viaggio", in cui la parte dipinta è posta sui giganteschi cartellini di questa immaginosa valigia, che poi è a sua volta non è che un telaio pronto ad accogliere una tela, che però non c'è.
E qui bisogna fare almeno altre tre osservazioni: innanzitutto come è cambiata la pittura che accompagna questi ipertesti. Essa non è più la pittura ad olio dei quadri a cui facevamo riferimento prima, ma è pittura che si avvale della fotografia, di un frammento di realtà rubato tal quale, ma riprodotto poi in particolar modo, con un tono di colore straniante, e inglobato in un'opera che gli conferisce un nuovo contesto e significato.
In secondo luogo la coincidenza tra questo tipo di composizioni e la rinnovata attività di Gaetano Fracassio quale scultore2, lui che di formazione scultore è, e che ora gioca a costruire piccole valigie di cartone, o a fonderne di perenni nel bronzo, lavorando sul tema del viaggio a lui talmente caro da solidificarlo nel metallo.
Terzo: l'aspetto ludico, ironico, giocoso del lavoro di Fracassio, novello Duchamp dell'arte, che ci prende tutti un po' in giro con i titoli, con i soggetti che ci sono e non ci sono come la tela-valigia di cui si diceva prima, con l'opera che c'è ma non si vede (le sue valigie che racchiudono una fotografia), che se la ride di tutto il carrozzone dell'arte continuando sostanzialmente a fare quello che gli pare, cortocircuitando attorno ai proprio temi preferiti, e alle proprie ossessioni tecniche e compositive, lasciando a noi che scriviamo il compito di trovare un senso, un percorso, di spiegare agli altri, di giustificare scelte, di trovare antecedenti e quadri storici in cui inserire tutto questo, e in fondo dicendoci: ma l'arte è già tutta qui, che bisogno avete di parlarne, se basterebbe solo guardare?
"Costantemente vittima della visione"
Raccogliamo quindi la sfida, e proviamo a spiegare: come l'artista stesso ha dichiarato, egli è una vittima della visione. Noi tutti siamo sommersi dalle immagini, e Gaetano registra in vario modo il mondo, ma registra anche, e sussume in sè, tutta una tradizione precedente. Guardando i suoi lavori giovanili degli anni Ottanta si scopre una sorprendente continuità con le ricerche segniche e concettuali degli anni di formazione, gli anni settanta. Anche se l'artista ha sempre dichiarato di aver avuto altri modelli, molto più ancorati alla pittura in senso proprio, il suo spirito di ribellione l'ha portato a sperimentare il gesto, l'alfabeto, la creazione di un proprio complesso di segni significanti, in anni in cui la pittura era dominata dalle ricerche della transavanguardia, anni in cui, cioè, la pittura voleva essere di nuovo pittura, riprendendo sì la lezione di inizio secolo, ovvero la stessa che negli anni settanta viene esasperata dai concettuali, ma ora nel senso del ritorno al concreto dipingere. Fracassio è andato in altra direzione, riprendendo, tanto per richiamare qualche nome, i dipinti di un Gastone Novelli, le ricerche di un Öyvind Fahlström, e il gioco delle citazioni potrebbe continuare. Così come alla base degli ipertesti ci potremmo vedere la pop art, le cornici futuriste, l'uso della fotografia che entra nella pittura così come lo si è visto negli anni settanta, eccetera. Proprio a Milano, la città in cui Gaetano Fracassio vive e lavora, si sono svolte due mostre significative sul rapporto parola-immagine, che ci piace qui richiamare alla memoria perchè delineano appunto il quadro storico di cui si diceva sopra: la prima3 si è svolta nel 197. alla Rotonda della Besana, a cura di Flavio Caroli e Luciano Caramel, e ha inteso, proprio negli anni in cui si stavano sviluppando le ricerche sul testo da parte dei pittori, ritracciare compiutamente i precedenti storici del fenomeno, dalle poesie di Blake, al futurismo, al costruttivismo al dadaismo alla poesia concreta alla pop art, centrando il discorso però a partire dalla parola scritta; la seconda, curata da Lorella Giudici4, in qualche modo, a diversi anni di distanza, e a storicizzazione avvenuta, sembra invertire i termini del problema, dando maggiore rilievo alla pittura nell'equazione parola-immagine, e mettendo soprattutto in campo una serie di concetti chiave che mi pare si sposino bene con una possibile intepretazione dell'opera di Fracassio, in cui, come si scriveva all'inizio, l'artista, di base pittore, aspira a una creazione totale, ma ripeto, a partire dall'immagine, dalla visione, dal suo mestiere di uomo che mette i colori sulla tela: del futurismo la Giudici sottolinea come l'uso della parola volesse essere fusione di "forma e materia, lingua e pensiero, disegno e musica"; di Kosuth riprende l'"art as idea as idea", che porta la parola dipinta a farsi quadro essa stessa; a un certo punto cita la celebre definizione di Leonardo "la pittura è una cosa mentale", ripresa concettualmente da Duchamp; dell'uso della scrittura che si è avvicendato nell'opera di tanti artisti mette in evidenza le diverse, possibili valenze, ovvero quella poetica e visuale, quella all'opposto ancorata a una dimensione asettica di rifiuto della soggettività, con la ripresa dell'alfabeto puro; quella infine del graffito materico. Tutto ciò ha a che fare con il lavoro di Gaetano Fracassio. Così come c'entra, con il Fracassio divoratore di immagini, il discorso filosofico che affronta Caroli5, quando dichiara che con la stampa "finisce il rapporto con il mondo, perchè il mondo tende a identificarsi con un prodotto dell'intelletto, e tende a diventare, esso stesso, segno."
Artista totale, artista del proprio tempo.
Gaetano, la vittina della visione, reagisce quindi come reagiamo noi uomini del ventunesimo secolo: con la tecnologia. Egli dichiara che l'Ipertesto è come una videata di internet, in cui ci sono vari elementi che si sovrappongono, ma in cui ogni elemento ha una sua identità che mantiene rispetto al tutto; l'ipertesto è quindi una sorta di ricomposizione della realtà, una risposta al caos, in cui allo spettatore viene richiesto un certo tempo di lettura per metter insieme i frammenti del reale, a partire da quelle fotografie che valgono esse per prime come annotazioni, e che vengono completate dalla parola scritta, che negli Ipertesti proprio all'immagine rappresentata fa riferimento, trasformando il brano diaristico dei precedenti oli in qualcosa di più preciso e meglio contestualizzato. Ma Fracassio reagisce anche al sistema dell'arte, con una protesta che si fa arte essaa stessa: negli ipertesti vengono usate quali collages pagine di riviste d'arte così come pagine di riviste anarchiche, oltre a citazioni di poesia e brani letterari cari all'autore (in particolare Montale, che difficilmente correggeva quel che scriveva, in un "buona la prima" che richiama il gesto dello scrivere).
Ma poi parlando con l'artista si scopre anche una cosa in più: il gioco consiste nel far riflettere sulla nostra condizione di perenni viandanti, e allora ci si sente dire che la bicicletta che compare ossessivamente nelle immagini fotografiche dipinte non è che un elaborazione al computer, una giustapposizione di questo simbolo alla realtà della fotografia. Il viaggio è viaggio mentale, lo si può solo raccontare. E quindi circolarmente torniamo all'inizio: l'arte è tutta qui, in una continua sollecitazione a leggere le opere dell'artista, che in vario modo e con vai mezzi ci spinge a chiederci "cosa stamo guardando esattamente?", rispondendo a chi si chiede se l'arte è utile con un sorriso e una strizzatina d'occhi: "leggete, guardate, fate associazioni mentali, tutta la mia opera è un'unica opera, tutti i quadri, le sculture, gli ipertesti parlano di noi, piccoli grandi esseri pieni di contraddizioni".
Cm. 40 x 35 x 28 (reperto n° 12812) provenienza e destinazione ignote..., illeggibili nelle targhette e così altrettanto per quanto riguarda bolli e timbri, che potrebbero aiutarne l’identificazione; l’acqua, l’umidità o semplicemente il tempo li hanno irrimediabilmente semidistrutti. Il contenitore si presenta danneggiato ma non manomesso, deformato fino ad assumere una forma quasi grottesca, integro nella confezione regolamentare a norma di legislatura postale, le legature, i nodi, i piombi; nessun indizio sul tipo di trasporto impiegato, aereo, gomma o ferrovia. Sebbene il suddetto contenitore presenti alcuni buchi e lacerazioni, non lascia scorgere il contenuto.
Allegato uno: il verbale dell’ispezione doganale risulta nel numero di pratica (1488) del 13 maggio anno (illeggibile) della città (illeggibile) ma irrintracciabile nel documento completo.
Allegato due: nè odori, macchie o tracce generiche sospette potrebbero indurre ad immaginare contenuti legalmente illeciti quali: droghe, spezie, lavande, profumi, cibi illegali al transito o all’ingresso nel paese, sterco di animali, opere di pregio o valore artistico, armi da guerra, propaganda politica marxista, trotzkista, anarchica, comunista, comunista-castrista; alcool o sigarette esentasse, valuta in dollari USA non dichiarata, materiale pornopedofilo altrettanto non dichiarato.
Identificazione del reperto 12812: cartone industriale “ondulato canneté”, spago di canapa, sigilli piombati; colore: marrone; sesso, razza, nazionalità … (annullato); aspetto: disastrato, come sottoposto a lungo viaggio, cattivo stivaggio, negligenza, ecc. …; età: non identificabile.
Mi piacciono queste opere di Gaetano… potrebbero contenere o aver contenuto qualunque cosa: le mie ceneri, una fotografia erotica compromettente ormai improbabile, un’immagine sacra, un santino con tanto di preghiera, un messaggio etico, estetico, poetico, morale dello stesso Fracassio, il manifesto, il “manifesto” di un’ennesima avanguardia, bergamasca, non m’importa, non sono curioso dell’intimità del lavoro degli altri artisti, solo del mio, quando non è troppo prevedibile. Queste opere mi riportano… queste opere mi fanno pensare… in questo momento eviterei di esprimermi… non sono pagato per questo, e tanto meno intendo cavarmela con “quattro cazzate” di repertorio per il lavoro di un collega di cui ho stima e rispetto. Ho già detto che le opere di Fracassio mi piacciono, è superficiale –detto così-? … forse… ma onesto. Evito persino la citazione d’obbligo colta, chè in questo periodo sono particolarmente preoccupato per la sorte del pianeta e per la mia pessima salute. A proposito di retorica letteraria: le valigie di cartone, purtroppo, le si vedono ancora, in realtà, legate con lo spago o con la cintura dei calzoni; e faccio due supposizioni: o le chiusure erano troppo scadenti o le valigie troppo piene e pesanti; mi torna in mente Modesto Lanzone (merita una nota biografica). Mi diceva di essere arrivato a San Francisco senza un soldo in tasca proprio con la valigia di cartone che poi in realtà è una fibra vegetale molto resistente impastata di colla e vernici, e che ne so io? E poi non importa a nessuno del cartone legato con lo spago… A quattordici anni Modesto arriva da un paesino della Liguria, Framura, in California, e l’America lo premierà: fa parte della prima decina di persone più ricche della baia, l’aveva meritato; più tardi, quello stesso paese che gli aveva dato tutto, tutto si riprende, in un batter d’occhio, compresa la vita.
Mi divertivo a provocarlo, dopo aver bevuto di tutto fino alle due e mezza del mattino, il ristorante era finalmente chiuso e Modesto raccontava, fra l’epico e il retorico, ma, vero, il suo viaggio della disperazione: “Si, … la valigia di cartone legata con lo spago,” diceva, “ma piena zeppa di mazzette di dollari americani…”, come al cinema, Modesto faceva finta di arrabbiarsi, buttarmi qualcosa addosso, un tovagliolo, poi una risata, come al cinema.
Cercare… trovare.
…E il mago disse: “Quando troverai sul tuo cammino un chiodo rugginoso e torto va’ dalla parte opposta a quella che indica; allora che incontrerai un paio di forbici con le punte a te verso, torna indietro sulla mancina finchè ti si mostrerà una piastra d’argento…” allora…cercare, trovare, incontrare, addirittura le cose si mostrano, si trova ciò che serve o servirà, la necessità ci fa vedere ciò che c’era, anche prima e in modo non casuale.
Avanzava come una caravella nel maestrale, carica di cartoni com’era, almeno due metri e passa sopra la sponda, che velatura!, l’APE di Santino, gravata da faticoso peso lentamente guadagnava metro dopo metro la via Venini, mugolando il monotono lamento dell’esausto motore. Il primo sasso imprevisto sbilanciò il trabiccolo che continuò ad avanzare beccheggiando mantenendosi a fatica sulle ruotine che parevano schizzare di lì a poco dall’asse. Ma l’inevitabile avvenne: s’impennò, si ribaltò con tutto il suo carico come il leviatano ferito dopo l’ultimo lamento fremito sussulto e rovesciò un quintale di preziosi cartoni proprio di fronte a via degli Elemosinieri.
Le scatole di cartone contengono, ne sono certo, il fascino dell’oggetto trovato, fatto, costruito, studiato da Gaetano perché Fracassio lo scovasse; odorano dell’indefinita sottile intellettuale ambiguità delle prime opere di Christo e Rotella.
In moltissime case americane, specialmente in Massachusetts, troverai sulla mensola del caminetto vero o finto che sia nel living room le prime scarpine di John che adesso è “capitano di una grande industria, sergente dei marines, morto in Vietnam o a dormire senza scarpe sotto un ponte…” Fuse in bronzo o in argento, mi ha sempre fatto “un po’ senso” questa memoria necrofila… ma carica di fascino feticista. Come la stampa della lastra incisa che, malgrado tutta l’esperienza che puoi avere, ti donerà sempre stupore, il foglio, che esce dalle fauci del torchio; ma l’ho fatto proprio io? Nel compiacimento inconsapevole compiaciuto… Così deve essere per la fusione che ti sorprende, ti gratifica e delude in un momento solo.
E poi, poi…chi non ha mai giocato con le scatole di cartone da piccolo, o ci ha fatto giocare figli o nipoti… o per lo meno le ha prese a calci…?
Sandro Martini
giugno 2006
Parlare degli Ipertesti di Gaetano Fracassio significa innanzitutto chiedersi quale rapporto ci può essere e quale rapporto c'è stato tra la pittura e la parola: la domanda non è gratuita perchè Fracassio dimostra altrove1 di essere un grande pittore, e quindi ci si chiede cosa spinga un pittore che ama usare la pittura pura, una pittura, inoltre, che ha precisi riferimenti all'ambito metafisico, a inserire all'interno delle proprie rappresentazioni la parola scritta, e a farlo secondo modalità via via più complicate, che giungono a porre in pari evidenza il carattere alfabetico e l'immagine figurativa.
Posso già anticipare il mio punto di vista: Gaetano Fracassio vuole incarnare l'artista globale, l'artista che sa fare pittura, ma che si cala nel suo tempo, cannibalizzandone tutte le tecniche, le possibilità espressive, cogliendo degli anni in cui vive tutte le possibili suggestioni, anticipando anzi mode e gusti nei soggetti e nella composizione. Se infatti i dipinti ad olio raffiguranti stanze vuote e cieli azzurri, sedie in attesa di uomini e atmosfere sospese, sono stati concepiti assieme ai primi dipinti ipertestuali in cui un frutto, un ortaggio, una sedia nuovamente, diventano pretesti per fare una pittura in cui la parola scritta, l'annotazione, il verbo diaristico diventano parte integrante del tessuto pittorico, complicano la superficie del quadro increspandolo con il solco del pennino, in cui il pensiero dell'artista diviene tangibile, e arricchisce la struttura compositiva dell'opera, qui, negli Ipertesti, assistiamo ad un passo in più: c'è una maggiore aggressività da parte dei caratteri tipografici scelti, con parole finalmente leggibili, ma proprio per questo in piena evidenza, c'è una cornice molto spesso scritta, c'è un andare oltre la semplice superficie del quadro, che si fa scultura, che si espande utilizzando (come già altrove era capitato) piccoli quadretti che lo completano e ne fanno al tempo stesso parte integrante; ma si arriva anche al quadro-scultura vero e proprio, come si può vedere nell'opera "Unico Viaggio", in cui la parte dipinta è posta sui giganteschi cartellini di questa immaginosa valigia, che poi è a sua volta non è che un telaio pronto ad accogliere una tela, che però non c'è.
E qui bisogna fare almeno altre tre osservazioni: innanzitutto come è cambiata la pittura che accompagna questi ipertesti. Essa non è più la pittura ad olio dei quadri a cui facevamo riferimento prima, ma è pittura che si avvale della fotografia, di un frammento di realtà rubato tal quale, ma riprodotto poi in particolar modo, con un tono di colore straniante, e inglobato in un'opera che gli conferisce un nuovo contesto e significato.
In secondo luogo la coincidenza tra questo tipo di composizioni e la rinnovata attività di Gaetano Fracassio quale scultore2, lui che di formazione scultore è, e che ora gioca a costruire piccole valigie di cartone, o a fonderne di perenni nel bronzo, lavorando sul tema del viaggio a lui talmente caro da solidificarlo nel metallo.
Terzo: l'aspetto ludico, ironico, giocoso del lavoro di Fracassio, novello Duchamp dell'arte, che ci prende tutti un po' in giro con i titoli, con i soggetti che ci sono e non ci sono come la tela-valigia di cui si diceva prima, con l'opera che c'è ma non si vede (le sue valigie che racchiudono una fotografia), che se la ride di tutto il carrozzone dell'arte continuando sostanzialmente a fare quello che gli pare, cortocircuitando attorno ai proprio temi preferiti, e alle proprie ossessioni tecniche e compositive, lasciando a noi che scriviamo il compito di trovare un senso, un percorso, di spiegare agli altri, di giustificare scelte, di trovare antecedenti e quadri storici in cui inserire tutto questo, e in fondo dicendoci: ma l'arte è già tutta qui, che bisogno avete di parlarne, se basterebbe solo guardare?
"Costantemente vittima della visione"
Raccogliamo quindi la sfida, e proviamo a spiegare: come l'artista stesso ha dichiarato, egli è una vittima della visione. Noi tutti siamo sommersi dalle immagini, e Gaetano registra in vario modo il mondo, ma registra anche, e sussume in sè, tutta una tradizione precedente. Guardando i suoi lavori giovanili degli anni Ottanta si scopre una sorprendente continuità con le ricerche segniche e concettuali degli anni di formazione, gli anni settanta. Anche se l'artista ha sempre dichiarato di aver avuto altri modelli, molto più ancorati alla pittura in senso proprio, il suo spirito di ribellione l'ha portato a sperimentare il gesto, l'alfabeto, la creazione di un proprio complesso di segni significanti, in anni in cui la pittura era dominata dalle ricerche della transavanguardia, anni in cui, cioè, la pittura voleva essere di nuovo pittura, riprendendo sì la lezione di inizio secolo, ovvero la stessa che negli anni settanta viene esasperata dai concettuali, ma ora nel senso del ritorno al concreto dipingere. Fracassio è andato in altra direzione, riprendendo, tanto per richiamare qualche nome, i dipinti di un Gastone Novelli, le ricerche di un Öyvind Fahlström, e il gioco delle citazioni potrebbe continuare. Così come alla base degli ipertesti ci potremmo vedere la pop art, le cornici futuriste, l'uso della fotografia che entra nella pittura così come lo si è visto negli anni settanta, eccetera. Proprio a Milano, la città in cui Gaetano Fracassio vive e lavora, si sono svolte due mostre significative sul rapporto parola-immagine, che ci piace qui richiamare alla memoria perchè delineano appunto il quadro storico di cui si diceva sopra: la prima3 si è svolta nel 197. alla Rotonda della Besana, a cura di Flavio Caroli e Luciano Caramel, e ha inteso, proprio negli anni in cui si stavano sviluppando le ricerche sul testo da parte dei pittori, ritracciare compiutamente i precedenti storici del fenomeno, dalle poesie di Blake, al futurismo, al costruttivismo al dadaismo alla poesia concreta alla pop art, centrando il discorso però a partire dalla parola scritta; la seconda, curata da Lorella Giudici4, in qualche modo, a diversi anni di distanza, e a storicizzazione avvenuta, sembra invertire i termini del problema, dando maggiore rilievo alla pittura nell'equazione parola-immagine, e mettendo soprattutto in campo una serie di concetti chiave che mi pare si sposino bene con una possibile intepretazione dell'opera di Fracassio, in cui, come si scriveva all'inizio, l'artista, di base pittore, aspira a una creazione totale, ma ripeto, a partire dall'immagine, dalla visione, dal suo mestiere di uomo che mette i colori sulla tela: del futurismo la Giudici sottolinea come l'uso della parola volesse essere fusione di "forma e materia, lingua e pensiero, disegno e musica"; di Kosuth riprende l'"art as idea as idea", che porta la parola dipinta a farsi quadro essa stessa; a un certo punto cita la celebre definizione di Leonardo "la pittura è una cosa mentale", ripresa concettualmente da Duchamp; dell'uso della scrittura che si è avvicendato nell'opera di tanti artisti mette in evidenza le diverse, possibili valenze, ovvero quella poetica e visuale, quella all'opposto ancorata a una dimensione asettica di rifiuto della soggettività, con la ripresa dell'alfabeto puro; quella infine del graffito materico. Tutto ciò ha a che fare con il lavoro di Gaetano Fracassio. Così come c'entra, con il Fracassio divoratore di immagini, il discorso filosofico che affronta Caroli5, quando dichiara che con la stampa "finisce il rapporto con il mondo, perchè il mondo tende a identificarsi con un prodotto dell'intelletto, e tende a diventare, esso stesso, segno."
Artista totale, artista del proprio tempo.
Gaetano, la vittina della visione, reagisce quindi come reagiamo noi uomini del ventunesimo secolo: con la tecnologia. Egli dichiara che l'Ipertesto è come una videata di internet, in cui ci sono vari elementi che si sovrappongono, ma in cui ogni elemento ha una sua identità che mantiene rispetto al tutto; l'ipertesto è quindi una sorta di ricomposizione della realtà, una risposta al caos, in cui allo spettatore viene richiesto un certo tempo di lettura per metter insieme i frammenti del reale, a partire da quelle fotografie che valgono esse per prime come annotazioni, e che vengono completate dalla parola scritta, che negli Ipertesti proprio all'immagine rappresentata fa riferimento, trasformando il brano diaristico dei precedenti oli in qualcosa di più preciso e meglio contestualizzato. Ma Fracassio reagisce anche al sistema dell'arte, con una protesta che si fa arte essaa stessa: negli ipertesti vengono usate quali collages pagine di riviste d'arte così come pagine di riviste anarchiche, oltre a citazioni di poesia e brani letterari cari all'autore (in particolare Montale, che difficilmente correggeva quel che scriveva, in un "buona la prima" che richiama il gesto dello scrivere).
Ma poi parlando con l'artista si scopre anche una cosa in più: il gioco consiste nel far riflettere sulla nostra condizione di perenni viandanti, e allora ci si sente dire che la bicicletta che compare ossessivamente nelle immagini fotografiche dipinte non è che un elaborazione al computer, una giustapposizione di questo simbolo alla realtà della fotografia. Il viaggio è viaggio mentale, lo si può solo raccontare. E quindi circolarmente torniamo all'inizio: l'arte è tutta qui, in una continua sollecitazione a leggere le opere dell'artista, che in vario modo e con vai mezzi ci spinge a chiederci "cosa stamo guardando esattamente?", rispondendo a chi si chiede se l'arte è utile con un sorriso e una strizzatina d'occhi: "leggete, guardate, fate associazioni mentali, tutta la mia opera è un'unica opera, tutti i quadri, le sculture, gli ipertesti parlano di noi, piccoli grandi esseri pieni di contraddizioni".
Cm. 40 x 35 x 28 (reperto n° 12812) provenienza e destinazione ignote..., illeggibili nelle targhette e così altrettanto per quanto riguarda bolli e timbri, che potrebbero aiutarne l’identificazione; l’acqua, l’umidità o semplicemente il tempo li hanno irrimediabilmente semidistrutti. Il contenitore si presenta danneggiato ma non manomesso, deformato fino ad assumere una forma quasi grottesca, integro nella confezione regolamentare a norma di legislatura postale, le legature, i nodi, i piombi; nessun indizio sul tipo di trasporto impiegato, aereo, gomma o ferrovia. Sebbene il suddetto contenitore presenti alcuni buchi e lacerazioni, non lascia scorgere il contenuto.
Allegato uno: il verbale dell’ispezione doganale risulta nel numero di pratica (1488) del 13 maggio anno (illeggibile) della città (illeggibile) ma irrintracciabile nel documento completo.
Allegato due: nè odori, macchie o tracce generiche sospette potrebbero indurre ad immaginare contenuti legalmente illeciti quali: droghe, spezie, lavande, profumi, cibi illegali al transito o all’ingresso nel paese, sterco di animali, opere di pregio o valore artistico, armi da guerra, propaganda politica marxista, trotzkista, anarchica, comunista, comunista-castrista; alcool o sigarette esentasse, valuta in dollari USA non dichiarata, materiale pornopedofilo altrettanto non dichiarato.
Identificazione del reperto 12812: cartone industriale “ondulato canneté”, spago di canapa, sigilli piombati; colore: marrone; sesso, razza, nazionalità … (annullato); aspetto: disastrato, come sottoposto a lungo viaggio, cattivo stivaggio, negligenza, ecc. …; età: non identificabile.
Mi piacciono queste opere di Gaetano… potrebbero contenere o aver contenuto qualunque cosa: le mie ceneri, una fotografia erotica compromettente ormai improbabile, un’immagine sacra, un santino con tanto di preghiera, un messaggio etico, estetico, poetico, morale dello stesso Fracassio, il manifesto, il “manifesto” di un’ennesima avanguardia, bergamasca, non m’importa, non sono curioso dell’intimità del lavoro degli altri artisti, solo del mio, quando non è troppo prevedibile. Queste opere mi riportano… queste opere mi fanno pensare… in questo momento eviterei di esprimermi… non sono pagato per questo, e tanto meno intendo cavarmela con “quattro cazzate” di repertorio per il lavoro di un collega di cui ho stima e rispetto. Ho già detto che le opere di Fracassio mi piacciono, è superficiale –detto così-? … forse… ma onesto. Evito persino la citazione d’obbligo colta, chè in questo periodo sono particolarmente preoccupato per la sorte del pianeta e per la mia pessima salute. A proposito di retorica letteraria: le valigie di cartone, purtroppo, le si vedono ancora, in realtà, legate con lo spago o con la cintura dei calzoni; e faccio due supposizioni: o le chiusure erano troppo scadenti o le valigie troppo piene e pesanti; mi torna in mente Modesto Lanzone (merita una nota biografica). Mi diceva di essere arrivato a San Francisco senza un soldo in tasca proprio con la valigia di cartone che poi in realtà è una fibra vegetale molto resistente impastata di colla e vernici, e che ne so io? E poi non importa a nessuno del cartone legato con lo spago… A quattordici anni Modesto arriva da un paesino della Liguria, Framura, in California, e l’America lo premierà: fa parte della prima decina di persone più ricche della baia, l’aveva meritato; più tardi, quello stesso paese che gli aveva dato tutto, tutto si riprende, in un batter d’occhio, compresa la vita.
Mi divertivo a provocarlo, dopo aver bevuto di tutto fino alle due e mezza del mattino, il ristorante era finalmente chiuso e Modesto raccontava, fra l’epico e il retorico, ma, vero, il suo viaggio della disperazione: “Si, … la valigia di cartone legata con lo spago,” diceva, “ma piena zeppa di mazzette di dollari americani…”, come al cinema, Modesto faceva finta di arrabbiarsi, buttarmi qualcosa addosso, un tovagliolo, poi una risata, come al cinema.
Cercare… trovare.
…E il mago disse: “Quando troverai sul tuo cammino un chiodo rugginoso e torto va’ dalla parte opposta a quella che indica; allora che incontrerai un paio di forbici con le punte a te verso, torna indietro sulla mancina finchè ti si mostrerà una piastra d’argento…” allora…cercare, trovare, incontrare, addirittura le cose si mostrano, si trova ciò che serve o servirà, la necessità ci fa vedere ciò che c’era, anche prima e in modo non casuale.
Avanzava come una caravella nel maestrale, carica di cartoni com’era, almeno due metri e passa sopra la sponda, che velatura!, l’APE di Santino, gravata da faticoso peso lentamente guadagnava metro dopo metro la via Venini, mugolando il monotono lamento dell’esausto motore. Il primo sasso imprevisto sbilanciò il trabiccolo che continuò ad avanzare beccheggiando mantenendosi a fatica sulle ruotine che parevano schizzare di lì a poco dall’asse. Ma l’inevitabile avvenne: s’impennò, si ribaltò con tutto il suo carico come il leviatano ferito dopo l’ultimo lamento fremito sussulto e rovesciò un quintale di preziosi cartoni proprio di fronte a via degli Elemosinieri.
Le scatole di cartone contengono, ne sono certo, il fascino dell’oggetto trovato, fatto, costruito, studiato da Gaetano perché Fracassio lo scovasse; odorano dell’indefinita sottile intellettuale ambiguità delle prime opere di Christo e Rotella.
In moltissime case americane, specialmente in Massachusetts, troverai sulla mensola del caminetto vero o finto che sia nel living room le prime scarpine di John che adesso è “capitano di una grande industria, sergente dei marines, morto in Vietnam o a dormire senza scarpe sotto un ponte…” Fuse in bronzo o in argento, mi ha sempre fatto “un po’ senso” questa memoria necrofila… ma carica di fascino feticista. Come la stampa della lastra incisa che, malgrado tutta l’esperienza che puoi avere, ti donerà sempre stupore, il foglio, che esce dalle fauci del torchio; ma l’ho fatto proprio io? Nel compiacimento inconsapevole compiaciuto… Così deve essere per la fusione che ti sorprende, ti gratifica e delude in un momento solo.
E poi, poi…chi non ha mai giocato con le scatole di cartone da piccolo, o ci ha fatto giocare figli o nipoti… o per lo meno le ha prese a calci…?
Sandro Martini
giugno 2006
06
agosto 2006
Gaetano Fracassio – Allegoria e vissuto del Finale
Dal 06 al 31 agosto 2006
arte contemporanea
Location
FORTEZZA CASTELFRANCO
Finale Ligure, Via Generale Enrico Caviglia, (Savona)
Finale Ligure, Via Generale Enrico Caviglia, (Savona)
Orario di apertura
tutti i giorni 18.00 / 22.00 – venerdì, sabato e domenica
Vernissage
6 Agosto 2006, ore 18.30
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