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Stefano Casciani – Instant Karma
Oggetti, Disegni, un’Installazione + special guest: vedovamazzei
Comunicato stampa
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INSTANT KARMA
“Séttala o Settàla?” Questa mostra avrebbe potuto anche chiamarsi così, da uno dei pochi racconti della vita di mio padre fatti da lui, quando nell’inverno del 1961 arrivò a Milano per quello che adesso si chiamerebbe “uno stage retribuito di un anno in una prestigiosa azienda della ristorazione”. Allora invece significava semplicemente lasciare per dodici mesi, cinquantadue settimane, trecentosessantacinque giorni, casa, moglie e tanti figli a Roma, ed affrontare solo notte e nebbia della capitale morale. Dunque, quella sera di non so che giorno di non so che mese, cercando la pensione, o casa, dove sarebbe andato ad abitare e ovviamente perso nella maglia stradale edilizia tutta uguale della zona tra Porta Venezia e la Centrale, Alfredo provò a chiedere al primo passante dov’era la via che cercava, forse sbagliando accento di quel cognome: e si sentì rispondere con questa specie di mantra, che da quando ho sentito il suo racconto mi è rimasto in testa, e che non dimenticherò mai: “Via Séttala o Settàla?”.
Il destino dell’uomo, o più semplicemente la quantità di freddo, umidità e solitudine che gli entrerà nelle ossa fino a un giorno lontano aiutarlo a morire, quella sera dipendeva da un accento, un’inflessione, il rigore ortofonico di un fesso così fesso da non concepire che non c’è nessuna differenza tra Séttala o Settàla, perché a Milano c’è solo una via con quel nome. Perciò mi è tornato subito in mente quel mantra quando i galleristi di Artra - che stanno proprio in Via Séttala (o Settàla?) - mi hanno chiesto di fare una mostra da loro, conosciuti per far conoscere soprattutto giovani artisti alternativi. A me, che di tutte queste cose ormai potrei essere forse solo artista, è però sembrato che questo invito avesse di più a che fare con un momento della mia vita, dove il karma o non so chi o cosa, hanno deciso che c’era bisogno di una bella ristrutturazione, un po’ come appunto canta John Lennon in quella sua canzone con questo titolo: “Istant Karma is gonna get you, gonna knock you right in the head”.
Una bella botta in testa, quasi tutto quello che credevi andasse bene invece non va più e ti ritrovi a fare i conti con la tua vita, ma essendo questa un mistero non risolto da nessuno, più facile, forse molto più facile cercare di capire, o far capire, il tuo lavoro. E cosa c’è di meglio di una mostra?
Così da Artra sono esposte cose vecchie e cose nuove: ci sono i famosi vasi da fiori che ho cominciato a disegnare vent’anni fa, perché mi tenessero compagnia, e mi sembrava che fosse meglio produrli da solo, cioè insieme a mia moglie - allora - Gabi, invece che cercare un produttore sufficientemente colto, o ricco, o incosciente da metterli nel suo catalogo (queste cose le ha spiegate bene, molto bene Sandro Mendini in uno scritto di circa tre anni fa). In mostra ci sono anche molti disegni o disegnini, fatti per spiegare a qualcuno come fare un certo oggetto che non riesci a fare da solo, oppure per convincere un qualche industriale che la tua idea è veramente buona e gli farà guadagnare un sacco di soldi, o semplicemente perché i vasi, le sedie, le lampade, i fiori e le piante che stai disegnando passeranno e non le vedrai più: soprattutto non le vedrai più con i tuoi occhi e la sensazione di essere finalmente vicino a qualcuno che ti fa tornare la voglia di disegnare, come quando eri ragazzino e avevi tutto il tempo del mondo, ma non lo sapevi. Il tempo, il tempo che hai fermato da grande per fare questi disegni è la cosa più importante…
E poi, proprio all’inizio della mostra, c’è un piccolo lavoro a cui tengo molto, che si chiama MaMi, come un’antica canzone post-resistenziale pure dedicata a Milano, ai suoi tram, alle sue galere di San Vitùr e a chi ci è finito dentro per quello che una volta si chiamava “amor patrio”, o anche per Giustizia e Libertà o la Brigata Garibaldi o che so io. E in fondo, a parte la memoria di mio padre nella nebbia e mezza vita che ci ho passato, questa città è stata per molto tempo, e ogni tanto lo è ancora, soprattutto il ricordo di certe foto bianco e nero un po’ sfocate di facce e corpi giovani, che s’intuiscono magri dentro impermeabili molto larghi, larghi abbastanza da farci entrare sotto un mitra o qualche pistola, abbastanza caldi da dare coraggio a chi li portava per correre per certe vie strette o larghe, per sparare a canaglie fasciste e/o naziste: e anche per non farcela più a correre, essere presi e messi – per esempio - contro l’altissimo muro di sostegno dei binari sopraelevati della Centrale, per avere forse il tempo di gridare sussurrare o pensare qualcosa di utile solo al cuore sotto tiro, come Viva l’Italia, o mamma mia, o Lucia ti amo ti amerò sempre… Poi BANG, BANG, BANG e Amen.
10 marzo 2006
“Séttala o Settàla?” Questa mostra avrebbe potuto anche chiamarsi così, da uno dei pochi racconti della vita di mio padre fatti da lui, quando nell’inverno del 1961 arrivò a Milano per quello che adesso si chiamerebbe “uno stage retribuito di un anno in una prestigiosa azienda della ristorazione”. Allora invece significava semplicemente lasciare per dodici mesi, cinquantadue settimane, trecentosessantacinque giorni, casa, moglie e tanti figli a Roma, ed affrontare solo notte e nebbia della capitale morale. Dunque, quella sera di non so che giorno di non so che mese, cercando la pensione, o casa, dove sarebbe andato ad abitare e ovviamente perso nella maglia stradale edilizia tutta uguale della zona tra Porta Venezia e la Centrale, Alfredo provò a chiedere al primo passante dov’era la via che cercava, forse sbagliando accento di quel cognome: e si sentì rispondere con questa specie di mantra, che da quando ho sentito il suo racconto mi è rimasto in testa, e che non dimenticherò mai: “Via Séttala o Settàla?”.
Il destino dell’uomo, o più semplicemente la quantità di freddo, umidità e solitudine che gli entrerà nelle ossa fino a un giorno lontano aiutarlo a morire, quella sera dipendeva da un accento, un’inflessione, il rigore ortofonico di un fesso così fesso da non concepire che non c’è nessuna differenza tra Séttala o Settàla, perché a Milano c’è solo una via con quel nome. Perciò mi è tornato subito in mente quel mantra quando i galleristi di Artra - che stanno proprio in Via Séttala (o Settàla?) - mi hanno chiesto di fare una mostra da loro, conosciuti per far conoscere soprattutto giovani artisti alternativi. A me, che di tutte queste cose ormai potrei essere forse solo artista, è però sembrato che questo invito avesse di più a che fare con un momento della mia vita, dove il karma o non so chi o cosa, hanno deciso che c’era bisogno di una bella ristrutturazione, un po’ come appunto canta John Lennon in quella sua canzone con questo titolo: “Istant Karma is gonna get you, gonna knock you right in the head”.
Una bella botta in testa, quasi tutto quello che credevi andasse bene invece non va più e ti ritrovi a fare i conti con la tua vita, ma essendo questa un mistero non risolto da nessuno, più facile, forse molto più facile cercare di capire, o far capire, il tuo lavoro. E cosa c’è di meglio di una mostra?
Così da Artra sono esposte cose vecchie e cose nuove: ci sono i famosi vasi da fiori che ho cominciato a disegnare vent’anni fa, perché mi tenessero compagnia, e mi sembrava che fosse meglio produrli da solo, cioè insieme a mia moglie - allora - Gabi, invece che cercare un produttore sufficientemente colto, o ricco, o incosciente da metterli nel suo catalogo (queste cose le ha spiegate bene, molto bene Sandro Mendini in uno scritto di circa tre anni fa). In mostra ci sono anche molti disegni o disegnini, fatti per spiegare a qualcuno come fare un certo oggetto che non riesci a fare da solo, oppure per convincere un qualche industriale che la tua idea è veramente buona e gli farà guadagnare un sacco di soldi, o semplicemente perché i vasi, le sedie, le lampade, i fiori e le piante che stai disegnando passeranno e non le vedrai più: soprattutto non le vedrai più con i tuoi occhi e la sensazione di essere finalmente vicino a qualcuno che ti fa tornare la voglia di disegnare, come quando eri ragazzino e avevi tutto il tempo del mondo, ma non lo sapevi. Il tempo, il tempo che hai fermato da grande per fare questi disegni è la cosa più importante…
E poi, proprio all’inizio della mostra, c’è un piccolo lavoro a cui tengo molto, che si chiama MaMi, come un’antica canzone post-resistenziale pure dedicata a Milano, ai suoi tram, alle sue galere di San Vitùr e a chi ci è finito dentro per quello che una volta si chiamava “amor patrio”, o anche per Giustizia e Libertà o la Brigata Garibaldi o che so io. E in fondo, a parte la memoria di mio padre nella nebbia e mezza vita che ci ho passato, questa città è stata per molto tempo, e ogni tanto lo è ancora, soprattutto il ricordo di certe foto bianco e nero un po’ sfocate di facce e corpi giovani, che s’intuiscono magri dentro impermeabili molto larghi, larghi abbastanza da farci entrare sotto un mitra o qualche pistola, abbastanza caldi da dare coraggio a chi li portava per correre per certe vie strette o larghe, per sparare a canaglie fasciste e/o naziste: e anche per non farcela più a correre, essere presi e messi – per esempio - contro l’altissimo muro di sostegno dei binari sopraelevati della Centrale, per avere forse il tempo di gridare sussurrare o pensare qualcosa di utile solo al cuore sotto tiro, come Viva l’Italia, o mamma mia, o Lucia ti amo ti amerò sempre… Poi BANG, BANG, BANG e Amen.
10 marzo 2006
29
marzo 2006
Stefano Casciani – Instant Karma
Dal 29 marzo al 10 aprile 2006
arte contemporanea
Location
GALLERIA ARTRA
Milano, Via Francesco Burlamacchi, 1, (Milano)
Milano, Via Francesco Burlamacchi, 1, (Milano)
Orario di apertura
dal martedì al sabato 15-19
Vernissage
29 Marzo 2006, ore 18.30
Sito web
www.stefanocasciani.com
Autore

