Create an account
Welcome! Register for an account
La password verrà inviata via email.
Recupero della password
Recupera la tua password
La password verrà inviata via email.
-
- container colonna1
- Categorie
- #iorestoacasa
- Agenda
- Archeologia
- Architettura
- Arte antica
- Arte contemporanea
- Arte moderna
- Arti performative
- Attualità
- Bandi e concorsi
- Beni culturali
- Cinema
- Contest
- Danza
- Design
- Diritto
- Eventi
- Fiere e manifestazioni
- Film e serie tv
- Formazione
- Fotografia
- Libri ed editoria
- Mercato
- MIC Ministero della Cultura
- Moda
- Musei
- Musica
- Opening
- Personaggi
- Politica e opinioni
- Street Art
- Teatro
- Viaggi
- Categorie
- container colonna2
- Servizi
- Sezioni
- container colonna1
Lucia Covi – Pieghe
Con pochi particolari Lucia Covi sa creare un universo di segni che allude ad altre dimensioni: la nervatura di una foglia di un rosso acceso si impone come una fantascientifica creatura maligna, la struttura di un sacco buttato in un angolo evoca le felici intuizioni di Burri, mentre le forme contorte del metallo fuso immobilizzato dal suo raffreddarsi sembrano un reperto proveniente da un passato di cui si è persa memoria
Comunicato stampa
Segnala l'evento
IL FASCINO DELLE COSE
Fin da piccoli ci hanno insegnato a non usare troppo spesso il termine “cosa” perché è troppo generico, poco connotativo e, in virtù di quella sua musicalità tronca, perfino un po’ sgradevole al suono. Eppure questa volta dobbiamo proprio chiamare “cose” gli oggetti che Lucia Covi riprende con grande maestria facendosi guidare dalla consapevolezza di essere molto spesso di fronte a quanto di solito è considerato banale o insignificante. La fotografa, tuttavia, sa bene che nulla per lo sguardo ha queste caratteristiche: non esiste la banalità se non nella nostra incapacità di cogliere i particolari che si nascondono nella materia proprio come non ha senso definire insignificante quanto può rivelare, a un più attento sguardo, inaspettate bellezze.
Capita dunque di osservare da vicino paesaggi creati dalla carta che lentamente viene smangiata dall’umidità e si affloscia morbidamente su se stessa, oppure il sogghigno di un cartone che si apre rivelando la slabbratura impudica della sua struttura. Ma ben presto il desiderio di riconoscere gli oggetti fotografati lascia il posto al piacere di osservarli in quanto tali ed è così che le “cose” si animano di una forza inaspettata. Il legno si fende nelle spaccature lavorate dal tempo, dal vento e dall’acqua e si trasforma in un flusso di materia ricca di suggestioni: basta socchiudere gli occhi per vedere volti, espressioni, corpi sinuosi che sembrano imprigionati nel legno, orbite nere che fissano il vuoto.
Con pochi particolari Lucia Covi sa creare un universo di segni che allude ad altre dimensioni: la nervatura di una foglia di un rosso acceso si impone come una fantascientifica creatura maligna, la struttura di un sacco buttato in un angolo evoca le felici intuizioni di Burri, mentre le forme contorte del metallo fuso immobilizzato dal suo raffreddarsi sembrano un reperto proveniente da un passato di cui si è persa memoria.
E’ bizzarro ricordare che ci troviamo di fronte a tutto quanto è stato gettato via perché inutile, a tutto quanto non solo ha perso uno scopo (ci sono libri che non si leggono più, cartoni sfasciati, alberi morti, foglie disseccate) ma perfino un vero nome per trasformarsi nell’universo indefinito delle “cose”. Lucia Covi cattura tutto quanto e lo mette in un suo ideale magazzino dove tutto acquista un nuovo senso, questa volta esclusivamente estetico: qui le plastiche acquistano coloriture affascinanti, il metallo si apre rivelando il segreto di un’elica cui la ruggine conferisce una bellezza altera.
Ma è una tela nera che rivela la sua eleganza sinuosa perché non si può fare a meno di osservare i suoi movimenti come fossero quelli di una danza, come se avesse mantenuto nelle sue fibre una storia antica che ci piace immaginare tanto tempo fa quando vestiva il corpo di una ballerina che si muoveva da sola, sullo sfondo di un muro dalla superficie corrosa, mentre tutto attorno c’era solo il rumore del silenzio.
Roberto Mutti
Fin da piccoli ci hanno insegnato a non usare troppo spesso il termine “cosa” perché è troppo generico, poco connotativo e, in virtù di quella sua musicalità tronca, perfino un po’ sgradevole al suono. Eppure questa volta dobbiamo proprio chiamare “cose” gli oggetti che Lucia Covi riprende con grande maestria facendosi guidare dalla consapevolezza di essere molto spesso di fronte a quanto di solito è considerato banale o insignificante. La fotografa, tuttavia, sa bene che nulla per lo sguardo ha queste caratteristiche: non esiste la banalità se non nella nostra incapacità di cogliere i particolari che si nascondono nella materia proprio come non ha senso definire insignificante quanto può rivelare, a un più attento sguardo, inaspettate bellezze.
Capita dunque di osservare da vicino paesaggi creati dalla carta che lentamente viene smangiata dall’umidità e si affloscia morbidamente su se stessa, oppure il sogghigno di un cartone che si apre rivelando la slabbratura impudica della sua struttura. Ma ben presto il desiderio di riconoscere gli oggetti fotografati lascia il posto al piacere di osservarli in quanto tali ed è così che le “cose” si animano di una forza inaspettata. Il legno si fende nelle spaccature lavorate dal tempo, dal vento e dall’acqua e si trasforma in un flusso di materia ricca di suggestioni: basta socchiudere gli occhi per vedere volti, espressioni, corpi sinuosi che sembrano imprigionati nel legno, orbite nere che fissano il vuoto.
Con pochi particolari Lucia Covi sa creare un universo di segni che allude ad altre dimensioni: la nervatura di una foglia di un rosso acceso si impone come una fantascientifica creatura maligna, la struttura di un sacco buttato in un angolo evoca le felici intuizioni di Burri, mentre le forme contorte del metallo fuso immobilizzato dal suo raffreddarsi sembrano un reperto proveniente da un passato di cui si è persa memoria.
E’ bizzarro ricordare che ci troviamo di fronte a tutto quanto è stato gettato via perché inutile, a tutto quanto non solo ha perso uno scopo (ci sono libri che non si leggono più, cartoni sfasciati, alberi morti, foglie disseccate) ma perfino un vero nome per trasformarsi nell’universo indefinito delle “cose”. Lucia Covi cattura tutto quanto e lo mette in un suo ideale magazzino dove tutto acquista un nuovo senso, questa volta esclusivamente estetico: qui le plastiche acquistano coloriture affascinanti, il metallo si apre rivelando il segreto di un’elica cui la ruggine conferisce una bellezza altera.
Ma è una tela nera che rivela la sua eleganza sinuosa perché non si può fare a meno di osservare i suoi movimenti come fossero quelli di una danza, come se avesse mantenuto nelle sue fibre una storia antica che ci piace immaginare tanto tempo fa quando vestiva il corpo di una ballerina che si muoveva da sola, sullo sfondo di un muro dalla superficie corrosa, mentre tutto attorno c’era solo il rumore del silenzio.
Roberto Mutti
18
marzo 2006
Lucia Covi – Pieghe
Dal 18 al 31 marzo 2006
arte contemporanea
Location
CENTRO CULTURALE CASCINA GRANDE
Rozzano, Viale Palmiro Togliatti, (Milano)
Rozzano, Viale Palmiro Togliatti, (Milano)
Orario di apertura
da lunedì a sabato 9.30–12.30 e 14–18
Vernissage
18 Marzo 2006, ore 17
Autore

