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D’ailleurs, c’est toujours les autres qui meurent
collettiva
Comunicato stampa
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“D’altronde, sono sempre gli altri che muoiono”
Con le immagini efferate che ci propinano fino alla saturazione gli odierni mass media, e i nostri occhi bulimici che le trangugiano come se niente fosse, il tema della morte non dovrebbe essere più un tabù. Ci scorrono davanti, quelle immagini, e finisce che non le vediamo più, diventiamo letteralmente non vedenti. L’unica morte vera, non riconducibile a finzione, rimasta tabù, l’unica che ci tocca, è la nostra propria.
E’ dovuto certo a questo, se all’inizio mi sono limitato a chiedere a scrittori e artisti una vaga frase lapidaria, e non, come avrei voluto, un epitaffio tout court. Non riuscivo a formulare un invito esplicito, non timido, non equivoco. Il pericolo era di ritrovarsi a conti fatti con aforismi nobili ma generici.
Questo mio riserbo, questo approccio soft a una materia così delicata, forse comprensibile, non mi avrebbe portato lontano. Sentivo come uno stallo, i miei interlocutori erano tiepidi. Non appena ho proposto loro l’aggancio con il mitico epitaffio di Duchamp, “D’altronde, sono sempre gli altri che muoiono”, c’è stato un convinto entusiasmo. Si era rotta come un’inconscia omertà.
In teoria ogni essere umano ha il suo epitaffio in tasca. Che poi lo usi o no, è un altro paio di maniche. In alcuni momenti ho avuto l’impulso di scendere per strada e di proporre a un passante, pescato a caso, di partecipare.
Ma eleggendo Duchamp a nume tutelare della mostra non potevo che rivolgermi a menti e penne raffinate. L’epitaffio non è forse divenuto sin dall’antichità un sottile esercizio letterario? Io ci vedo sia l’abbarbicamento alla vita che una liaison amoureuse con la morte. Una specie di ponticello, una liana, gettati con nonchalance sull’Acheronte. Questo è l’epitaffio per me.
Ognuno dei partecipanti è chiamato a scrivere sul muro bianco, nei modi che riterrà più opportuni, le sue scarnificate, ponderate parole. La sera dopo, su quello stesso muro, mondato, apparirà un’altra scritta lapidaria. I documenti, testi e fotografie, saranno riuniti in un catalogo conclusivo con un testo di Marco Lodoli che mi ha aiutato nella scelta dei nomi.
Una mostra come questa, insolita, forse anche temeraria, per avere successo non deve prevenire troppo i tempi, né cadere troppo in là. Il mio fiuto ha ritenuto che fosse venuto oggi, non ieri né domani, il momento di vararla.
Sotto a chi tocca, dunque. Fino all’ultimo epitaffio.
Fabio Sargentini
Roma, 20 febbraio 2006
Con le immagini efferate che ci propinano fino alla saturazione gli odierni mass media, e i nostri occhi bulimici che le trangugiano come se niente fosse, il tema della morte non dovrebbe essere più un tabù. Ci scorrono davanti, quelle immagini, e finisce che non le vediamo più, diventiamo letteralmente non vedenti. L’unica morte vera, non riconducibile a finzione, rimasta tabù, l’unica che ci tocca, è la nostra propria.
E’ dovuto certo a questo, se all’inizio mi sono limitato a chiedere a scrittori e artisti una vaga frase lapidaria, e non, come avrei voluto, un epitaffio tout court. Non riuscivo a formulare un invito esplicito, non timido, non equivoco. Il pericolo era di ritrovarsi a conti fatti con aforismi nobili ma generici.
Questo mio riserbo, questo approccio soft a una materia così delicata, forse comprensibile, non mi avrebbe portato lontano. Sentivo come uno stallo, i miei interlocutori erano tiepidi. Non appena ho proposto loro l’aggancio con il mitico epitaffio di Duchamp, “D’altronde, sono sempre gli altri che muoiono”, c’è stato un convinto entusiasmo. Si era rotta come un’inconscia omertà.
In teoria ogni essere umano ha il suo epitaffio in tasca. Che poi lo usi o no, è un altro paio di maniche. In alcuni momenti ho avuto l’impulso di scendere per strada e di proporre a un passante, pescato a caso, di partecipare.
Ma eleggendo Duchamp a nume tutelare della mostra non potevo che rivolgermi a menti e penne raffinate. L’epitaffio non è forse divenuto sin dall’antichità un sottile esercizio letterario? Io ci vedo sia l’abbarbicamento alla vita che una liaison amoureuse con la morte. Una specie di ponticello, una liana, gettati con nonchalance sull’Acheronte. Questo è l’epitaffio per me.
Ognuno dei partecipanti è chiamato a scrivere sul muro bianco, nei modi che riterrà più opportuni, le sue scarnificate, ponderate parole. La sera dopo, su quello stesso muro, mondato, apparirà un’altra scritta lapidaria. I documenti, testi e fotografie, saranno riuniti in un catalogo conclusivo con un testo di Marco Lodoli che mi ha aiutato nella scelta dei nomi.
Una mostra come questa, insolita, forse anche temeraria, per avere successo non deve prevenire troppo i tempi, né cadere troppo in là. Il mio fiuto ha ritenuto che fosse venuto oggi, non ieri né domani, il momento di vararla.
Sotto a chi tocca, dunque. Fino all’ultimo epitaffio.
Fabio Sargentini
Roma, 20 febbraio 2006
03
marzo 2006
D’ailleurs, c’est toujours les autres qui meurent
Dal 03 al 26 marzo 2006
arte contemporanea
Location
GALLERIA L’ATTICO – FABIO SARGENTINI
Roma, Via Del Paradiso, 41, (Roma)
Roma, Via Del Paradiso, 41, (Roma)
Vernissage
3 Marzo 2006, ore 19




