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Ceramica oggi
iù di venti opere inedite, realizzate di recente dagli artisti partecipanti al Laboratorio di ceramica di Ondina Brunetti
Comunicato stampa
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Dal 1982 opera a Trieste, in via Rigutti - scrive Accerboni - il laboratorio di ceramica creato e diretto da Ondina Brunetti che, alacremente e tenacemente, insegna ad artisti affermati e a giovani talenti l’arte antica di cuocere la terra con il calore a temperature che vanno dai 900° ai 1100°, conducendo spesso d’estate i corsi anche in Val Cellina con entusiasmanti seminari en plein air. Alla rassegna partecipano undici artisti, tra cui la stessa Brunetti, che si dedica alla ceramica da quasi quarant’anni, dopo molteplici e significative esperienze di lieve inclinazione surrealista nell’ambito della pittura, della scultura e dell’incisione.
La docente, formatasi alla Scuola Triennale di Ceramica, a quella dell’Acquaforte fondata da Carlo Sbisà e attraverso i corsi di Figura diretti al Museo Revoltella da Nino Perizi, espone una sapida favola realizzata in ceramica, che ci parla giocosamente d’amore attraverso il rospo, assiso sul trono, che tra breve si trasformerà nel principe azzurro, grazie alle attenzioni di una principessa: un modo di evadere dalla realtà e dalle asprezze della vita, che trae spunto anche da un’infanzia trascorsa molto spesso a contatto con la natura nelle montagne dell’alto Friuli, luogo di favola e di sogno, dove abitavano i nonni. Un intento favolistico, che però procede fino al limite del grottesco, è perseguito altresì da Pino Callea, artista triestino a suo tempo allievo della Scuola di Cartellonismo e di quella dell’Acquaforte intitolata a Carlo Sbisà, e, tra gli altri, di Nino Perizi e Marjan Kravos. Con la scultura intitolata “Gufi stanchi” e altre terrecotte di originale inclinazione fantastica, Callea travalica i canoni consueti della ceramica, coniugando alla terza dimensione la pittura.
Il segno insistito e d’ispirazione costruttivista di Tullio Clamar, grafico triestino recentemente scomparso, che ebbe al suo attivo la partecipazione a importanti rassegne in Italia e all’estero, ha inciso la creta con il tema prediletto dei paesaggi urbani e suburbani, conseguendo esiti di essenziale finezza. Grazie anche alla tecnica raku, semplice, sofisticata e collegata all’essenzialità del rito giapponese del tè e alla religione scintoista. Tale tecnica compare pure nelle opere presentate dall’artista Rado Jagodic – che si è formato, tra l’altro, all’I.S.I.A. (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche) e con il pittore Nino Perizi e che ha al suo attivo la partecipazione a numerosi simposi internazionali d’arte, a mostre collettive e personali in Italia e all’estero. Pittore e grafico, Jagodic si mostra, nella ceramica, capace di una felice e morbida sintesi formale e di un incisivo cromatismo. Anche il semirefrattario bianco, elegantemente trattato con la tecnica Mishima dall’artista madrilena Marga Bravo Alonso, allude alla cultura del Sol Levante: si riferisce infatti a un tipo di scrittura usata in Giappone per i calendari e gli almanacchi stampati anticamente nell’omonima città.
Il calore e la diversa dilatazione del corpo argilloso di base e dello smalto sovrapposto rappresentano la peculiarità delle opere in refrattario con colatura a smalto realizzate in colore bianco dall’artista milanese Loredana Sommaruga. L’esito di tale craquelé (cavillatura) è sobrio ma al tempo stesso incisivo. La ceramista Loriana Marcato propone invece degli impasti di semirefrattario color antracite, decorati da un motivo ispirato all’antica tecnica dell’ingobbio - che dona al manufatto una colorazione coprente - e illuminati da una vernice vitrea (vetrina) dall’effetto brillante. Quest’ultima dà luce anche a due sobri ed equilibrati piatti in semirefrattario color tabacco realizzati con talento da Daniela Bergamo. In mostra compaiono pure le ceramiche create in impasto refrattario colorato, graffiato e inciso con raffinatezza, da Bruna Martingano Petronio e quelle dal decoro classico, ancora graffiato e inciso, da Adriana Legat Spehar. Conclude la rassegna l’originale composizione in refrattario con giustapposizione di altri materiali realizzata da Annamaria Varglien.
La docente, formatasi alla Scuola Triennale di Ceramica, a quella dell’Acquaforte fondata da Carlo Sbisà e attraverso i corsi di Figura diretti al Museo Revoltella da Nino Perizi, espone una sapida favola realizzata in ceramica, che ci parla giocosamente d’amore attraverso il rospo, assiso sul trono, che tra breve si trasformerà nel principe azzurro, grazie alle attenzioni di una principessa: un modo di evadere dalla realtà e dalle asprezze della vita, che trae spunto anche da un’infanzia trascorsa molto spesso a contatto con la natura nelle montagne dell’alto Friuli, luogo di favola e di sogno, dove abitavano i nonni. Un intento favolistico, che però procede fino al limite del grottesco, è perseguito altresì da Pino Callea, artista triestino a suo tempo allievo della Scuola di Cartellonismo e di quella dell’Acquaforte intitolata a Carlo Sbisà, e, tra gli altri, di Nino Perizi e Marjan Kravos. Con la scultura intitolata “Gufi stanchi” e altre terrecotte di originale inclinazione fantastica, Callea travalica i canoni consueti della ceramica, coniugando alla terza dimensione la pittura.
Il segno insistito e d’ispirazione costruttivista di Tullio Clamar, grafico triestino recentemente scomparso, che ebbe al suo attivo la partecipazione a importanti rassegne in Italia e all’estero, ha inciso la creta con il tema prediletto dei paesaggi urbani e suburbani, conseguendo esiti di essenziale finezza. Grazie anche alla tecnica raku, semplice, sofisticata e collegata all’essenzialità del rito giapponese del tè e alla religione scintoista. Tale tecnica compare pure nelle opere presentate dall’artista Rado Jagodic – che si è formato, tra l’altro, all’I.S.I.A. (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche) e con il pittore Nino Perizi e che ha al suo attivo la partecipazione a numerosi simposi internazionali d’arte, a mostre collettive e personali in Italia e all’estero. Pittore e grafico, Jagodic si mostra, nella ceramica, capace di una felice e morbida sintesi formale e di un incisivo cromatismo. Anche il semirefrattario bianco, elegantemente trattato con la tecnica Mishima dall’artista madrilena Marga Bravo Alonso, allude alla cultura del Sol Levante: si riferisce infatti a un tipo di scrittura usata in Giappone per i calendari e gli almanacchi stampati anticamente nell’omonima città.
Il calore e la diversa dilatazione del corpo argilloso di base e dello smalto sovrapposto rappresentano la peculiarità delle opere in refrattario con colatura a smalto realizzate in colore bianco dall’artista milanese Loredana Sommaruga. L’esito di tale craquelé (cavillatura) è sobrio ma al tempo stesso incisivo. La ceramista Loriana Marcato propone invece degli impasti di semirefrattario color antracite, decorati da un motivo ispirato all’antica tecnica dell’ingobbio - che dona al manufatto una colorazione coprente - e illuminati da una vernice vitrea (vetrina) dall’effetto brillante. Quest’ultima dà luce anche a due sobri ed equilibrati piatti in semirefrattario color tabacco realizzati con talento da Daniela Bergamo. In mostra compaiono pure le ceramiche create in impasto refrattario colorato, graffiato e inciso con raffinatezza, da Bruna Martingano Petronio e quelle dal decoro classico, ancora graffiato e inciso, da Adriana Legat Spehar. Conclude la rassegna l’originale composizione in refrattario con giustapposizione di altri materiali realizzata da Annamaria Varglien.
19
dicembre 2005
Ceramica oggi
Dal 19 al 30 dicembre 2005
arti decorative e industriali
Location
AIAT
Trieste, Via San Nicolò, 20, (Trieste)
Trieste, Via San Nicolò, 20, (Trieste)
Orario di apertura
da lunedì a venerdì dalle 9.00 alle 18.00
Vernissage
19 Dicembre 2005, ore 17
Curatore


