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Scultori al muro
Cinque scultori, dunque, con cinque opere a parete
Comunicato stampa
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Sembra proprio che la scultura in questi ultimi decenni sia stata scacciata dal tempio. È dai tempi del ready-made e del dadaismo che l’oggetto reale le insidia lo statuto e lo spazio, le toglie ossigeno, aria. Più di recente l’installazione le ha minato le fondamenta, l’ha incalzata fino a spingerla spesso sulla parete, abbandonando il campo a una marea montante: virtuale e oggettuale. Il titolo di questa mostra, “Scultori al muro”, allude forse a questa strategia, alla scommessa di portare in salvo sul piano bidimensionale i valori plastici della rappresentazione.
Cinque scultori, dunque, con cinque opere a parete. Pascali espone il “Serpente” del 1966, un’opera appartenente alla serie degli animali bianchi, eseguita con la tecnica della tela tesa su céntine di legno. È uno degli ultimi animali di Pino rimasti a Roma, dopo che gli altri si sono ormai sparpagliati nei musei e nelle collezioni del pianeta. La sua forma rettilinea, con una lieve increspatura dorsale, mi ha sempre fatto pensare all’illusionista orientale sul punto di trasformare la corda rigida e tesa in un serpente sinuoso.
Nunzio è presente con un gesso, “Demone” del 1985, inedito per quanto mi ricordi. È un lavoro dove Nunzio non teme di confrontarsi a viso aperto con la figura. Cos’è un demone se non un angelo in disgrazia che ha preservato le ali? La mano d’acquarello ne incupisce il candore. La scultura non sembra appoggiata al muro, ma generata da esso.
L’opera di Nagasawa, “Pastorale” del 1974, è un bastone nodoso ricavato con un procedimento a togliere da un tronco di castagno. Fa parte, con la “Porta” e la “Piroga”, di una triade lignea di Hidetoshi. Attira la mano, questo bastone, si ha voglia di passargli i polpastrelli sopra. Ha un corpo suo, una linfa sua. Non è il bastone del viandante, è il viandante lui-même.
Questi i lavori storici presenti nella mostra. Di stretta attualità, appena concepiti, sono invece i lavori di Corsini e Capitano. Tutti e due introducono nell’opera un elemento di realtà, una sorta di ready-made che coincide con un capo di vestiario: per il primo una tunica femminile, per il secondo un paio di pantaloni maschili. Ma in entrambi il ready-made travalica l’ottica duchampiana, non surroga la scultura, ma docilmente ne assume i connotati.
Vittorio Corsini espone, dunque, una tunica bianca di semplice cotone, dal cui ventre rigonfio traspare, per un gioco interno di acqua e di luce, un barlume di vita, un’anima in fieri. In questo lavoro, che non a caso si intitola “Madre”, c’è tutto il lirismo cinetico di Corsini.
Giuseppe Capitano la sua scultura l’ha chiamata “Malavita”. Da un paio di calzoni appesi al muro, bombati come fossero gonfi di vento, spunta in mezzo alle gambe una coda di canapa vagamente diabolica. Dapprima il volto di chi guarda si apre a un sorriso, subito dopo si aggrotta d’inquietudine.
Scultura, lingua morta? Ancora, secondo me, vende cara la pelle.
Roma 26 novembre 2005 Fabio Sargentini
Cinque scultori, dunque, con cinque opere a parete. Pascali espone il “Serpente” del 1966, un’opera appartenente alla serie degli animali bianchi, eseguita con la tecnica della tela tesa su céntine di legno. È uno degli ultimi animali di Pino rimasti a Roma, dopo che gli altri si sono ormai sparpagliati nei musei e nelle collezioni del pianeta. La sua forma rettilinea, con una lieve increspatura dorsale, mi ha sempre fatto pensare all’illusionista orientale sul punto di trasformare la corda rigida e tesa in un serpente sinuoso.
Nunzio è presente con un gesso, “Demone” del 1985, inedito per quanto mi ricordi. È un lavoro dove Nunzio non teme di confrontarsi a viso aperto con la figura. Cos’è un demone se non un angelo in disgrazia che ha preservato le ali? La mano d’acquarello ne incupisce il candore. La scultura non sembra appoggiata al muro, ma generata da esso.
L’opera di Nagasawa, “Pastorale” del 1974, è un bastone nodoso ricavato con un procedimento a togliere da un tronco di castagno. Fa parte, con la “Porta” e la “Piroga”, di una triade lignea di Hidetoshi. Attira la mano, questo bastone, si ha voglia di passargli i polpastrelli sopra. Ha un corpo suo, una linfa sua. Non è il bastone del viandante, è il viandante lui-même.
Questi i lavori storici presenti nella mostra. Di stretta attualità, appena concepiti, sono invece i lavori di Corsini e Capitano. Tutti e due introducono nell’opera un elemento di realtà, una sorta di ready-made che coincide con un capo di vestiario: per il primo una tunica femminile, per il secondo un paio di pantaloni maschili. Ma in entrambi il ready-made travalica l’ottica duchampiana, non surroga la scultura, ma docilmente ne assume i connotati.
Vittorio Corsini espone, dunque, una tunica bianca di semplice cotone, dal cui ventre rigonfio traspare, per un gioco interno di acqua e di luce, un barlume di vita, un’anima in fieri. In questo lavoro, che non a caso si intitola “Madre”, c’è tutto il lirismo cinetico di Corsini.
Giuseppe Capitano la sua scultura l’ha chiamata “Malavita”. Da un paio di calzoni appesi al muro, bombati come fossero gonfi di vento, spunta in mezzo alle gambe una coda di canapa vagamente diabolica. Dapprima il volto di chi guarda si apre a un sorriso, subito dopo si aggrotta d’inquietudine.
Scultura, lingua morta? Ancora, secondo me, vende cara la pelle.
Roma 26 novembre 2005 Fabio Sargentini
09
dicembre 2005
Scultori al muro
Dal 09 dicembre 2005 al 10 febbraio 2006
arte contemporanea
Location
GALLERIA L’ATTICO – FABIO SARGENTINI
Roma, Via Del Paradiso, 41, (Roma)
Roma, Via Del Paradiso, 41, (Roma)
Vernissage
9 Dicembre 2005, ore 19
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