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Vanni Cuoghi – Pensierini cattivi
azione diretta in vetrina
Comunicato stampa
Segnala l'evento
THE LABO: partiamo iniziando…
Vanni Cuoghi :…da bambino leggevo moltissimi fumetti, ma il mio personaggio preferito era Tarzan. Iniziai a disegnare la figura umana, copiando i disegni di Burne Hogart e Joe Kubert.
Un giorno per caso vidi una riproduzione del Giudizio Universale di Michelangelo, rimasi esterrefatto perché non avevo mai visto così tanti “Tarzan” tutti insieme.
Continuai a leggere fumetti, ma iniziai a copiare Michelangelo.
TL:…crescendo tra le categorie ‘alte’ e ‘basse’ della storia dell’arte si rischia di farne una miscela interessante… Nascono così gli “Intervalli”?
V.C.:Dal 1985 ho sempre scritto e illustrato ad acquerello piccole fiabe che regalavo agli amici in occasione del Natale o del loro compleanno. Dall’1989 al 1992 ho fatto qualche piccola illustrazione per la rivista “Airone” e per sei mesi ho frequentato G. B. Carpi all’accademia Disney.
L’acquerello mi ha sempre permesso di fissare velocemente sulla carta i bozzetti che eseguivo per le grandi decorazioni.
Gli “intervalli” sono nati nel 2004 in alternativa ai dipinti in pasta d’argento.
Avevo bisogno di leggerezza.
Le grandi tavole di legno disegnate a grafite richiedevano, nell’esecuzione, un alto grado di concentrazione, così, per alleggerire e vedere in distanza il lavoro, iniziai una piccola serie di acquerelli.
Mi piaceva l’idea di poter “tradire” il mio lavoro di allora con una serie di rappresentazioni che erano l’esatto opposto di quello che stavo facendo: le paste d’argento erano su tavola e gli acquerelli su carta, il disegno richiedeva una grande perizia mentre nell’acquerello trovavo la freschezza dell’idea pura agguantata per i capelli, le paste d’argento dovevo per forza eseguirle in studio mentre gli acquerelli potevo farli dovunque.
TL:La velocità d’interpretazione opposta alla visione meditata. Un impulso creativo che, oltre a non lasciare spazio a ripensamenti, sembra essersi insinuato tra le certezze del ‘pictor optimus’…
V.C.:Ad un certo punto mi accorsi che l’acquerello era diventato un tarlo; guardavo il quotidiano con occhi nuovi, tutto era fonte di ispirazione e la realtà mi si svelava per quello che era.
I pruriti contemporanei, i tic della società e le sue paure mi apparivano nuovi, bellissimi e terribili.
Decisi così di iniziare a raccontare tutto questo, filtrandolo attraverso una rappresentazione che solo in apparenza è ironica e fiabesca.
TL:Agendo in ‘velocità’ il rischio evidente è quello di saturare la propria capacità critica. L’immediatezza di un pensiero e la sua ‘tenuta’ sul foglio hanno però necessità di essere messi alla prova…
V.C.:Siccome quello che mi circonda quotidianamente è continua fonte di ispirazione, ho preso l’abitudine di girare con un piccolo registratore in tasca, così quando sono in coda in tangenziale, o in una sala d’aspetto, o in qualsiasi altro luogo e vengo fulminato da un’idea o una visione, la registro a voce.
Poi eseguo una piccola scrematura annotando e schizzando su un quaderno quello che mi sembra valga la pena di tenere.
La seconda potatura avviene nel momento in cui decido di realizzare il lavoro. Rappresento solo quello di cui sono veramente convinto e che cela in sé un piccolo mistero.
TL:Quello che colpisce nella tua idea di rappresentazione, sta nell’idea formale del racconto. Presentato in bella veste, in realtà a ben guardare quel piccolo foglio ci trascina in un mondo distorto, pieno di ansie e paure, lacerato da ancestrali dubbi…
V.C.:Nel 1700 certe nobildonne veneziane giravano per le corti d’Europa portando con sé al guinzaglio gibboni o babbuini.
Erano convinte che la bruttezza dell’animale esaltasse la loro bellezza.
I miei disegni ricalcano lo stile illustrativo dei libri di lettura e dei sussidiari di quando ero bambino, ma i miei racconti celano temi di una durezza sconcertante. All’iconografia contraddistinta da colori pastello e da figure innocenti , si contrappone talvolta una narrazione che scava nelle nostre più intime paure.
La camiciola surrealista con cui travesto le rappresentazioni mostra in trasparenza la realtà contemporanea. I miei personaggi, in particolare i bambini, non mostrano mai sul volto i segni della sofferenza; è come se fossero burattini in balia di un destino crudele e beffardo. L’inespressività inoltre raffredda il dramma rendendolo ridicolo.
Altre volte invece la rappresentazione del sogno bambino amplificato ci aiuta a ricordare i momenti poetici che hanno caratterizzato la nostra infanzia.
Importante è poi il galleggiare di queste figure su un campo bianco che in certi casi appare spropositato; in questo “vuoto” i miei personaggi, nel bene e nel male, fanno i conti con se stessi , con la loro solitudine e il loro smarrimento.
TL:L’immagine ed il titolo che l’accompagna sono talmente sintonici e connaturati che viene il dubbio su cosa nasca prima. L’antica retorica sosteneva che ‘nomina sunt consequentia rerum’, cioè i nomi si incidono nella mente di conseguenza alle cose, offrendone un’immagine successiva per la nostra lettura. Tu nomini le tue opere partendo da questo presupposto, quindi ‘inventando’ dapprima l’immagine, la ‘res’, oppure il titolo, il ‘nomen’, è preventivo ed illuminante per l’efficacia dell’immagine stessa.
V.C.:Scrivo sempre il titolo sul retro dell’opera perché voglio che sia innanzitutto l’immagine a parlare. In realtà ciò che mi interessa prevalentemente è il racconto che ognuno fa a sé stesso.
Il titolo deve essere solo la ciliegina sulla torta, il gioco di parole avviene sempre in un secondo tempo perché io penso sempre prima all’immagine .
Con questi dipinti io mi espongo in prima persona, perché racconto molto di me, ma ho visto, più di una volta, che gli acquirenti dei miei lavori amano e scelgono le opere che più gli assomigliano o che ricalcano una situazione che loro hanno vissuto o che stanno vivendo.
Chissà forse, come scrisse Calderon della Barca, la vita è sogno?
Vanni Cuoghi :…da bambino leggevo moltissimi fumetti, ma il mio personaggio preferito era Tarzan. Iniziai a disegnare la figura umana, copiando i disegni di Burne Hogart e Joe Kubert.
Un giorno per caso vidi una riproduzione del Giudizio Universale di Michelangelo, rimasi esterrefatto perché non avevo mai visto così tanti “Tarzan” tutti insieme.
Continuai a leggere fumetti, ma iniziai a copiare Michelangelo.
TL:…crescendo tra le categorie ‘alte’ e ‘basse’ della storia dell’arte si rischia di farne una miscela interessante… Nascono così gli “Intervalli”?
V.C.:Dal 1985 ho sempre scritto e illustrato ad acquerello piccole fiabe che regalavo agli amici in occasione del Natale o del loro compleanno. Dall’1989 al 1992 ho fatto qualche piccola illustrazione per la rivista “Airone” e per sei mesi ho frequentato G. B. Carpi all’accademia Disney.
L’acquerello mi ha sempre permesso di fissare velocemente sulla carta i bozzetti che eseguivo per le grandi decorazioni.
Gli “intervalli” sono nati nel 2004 in alternativa ai dipinti in pasta d’argento.
Avevo bisogno di leggerezza.
Le grandi tavole di legno disegnate a grafite richiedevano, nell’esecuzione, un alto grado di concentrazione, così, per alleggerire e vedere in distanza il lavoro, iniziai una piccola serie di acquerelli.
Mi piaceva l’idea di poter “tradire” il mio lavoro di allora con una serie di rappresentazioni che erano l’esatto opposto di quello che stavo facendo: le paste d’argento erano su tavola e gli acquerelli su carta, il disegno richiedeva una grande perizia mentre nell’acquerello trovavo la freschezza dell’idea pura agguantata per i capelli, le paste d’argento dovevo per forza eseguirle in studio mentre gli acquerelli potevo farli dovunque.
TL:La velocità d’interpretazione opposta alla visione meditata. Un impulso creativo che, oltre a non lasciare spazio a ripensamenti, sembra essersi insinuato tra le certezze del ‘pictor optimus’…
V.C.:Ad un certo punto mi accorsi che l’acquerello era diventato un tarlo; guardavo il quotidiano con occhi nuovi, tutto era fonte di ispirazione e la realtà mi si svelava per quello che era.
I pruriti contemporanei, i tic della società e le sue paure mi apparivano nuovi, bellissimi e terribili.
Decisi così di iniziare a raccontare tutto questo, filtrandolo attraverso una rappresentazione che solo in apparenza è ironica e fiabesca.
TL:Agendo in ‘velocità’ il rischio evidente è quello di saturare la propria capacità critica. L’immediatezza di un pensiero e la sua ‘tenuta’ sul foglio hanno però necessità di essere messi alla prova…
V.C.:Siccome quello che mi circonda quotidianamente è continua fonte di ispirazione, ho preso l’abitudine di girare con un piccolo registratore in tasca, così quando sono in coda in tangenziale, o in una sala d’aspetto, o in qualsiasi altro luogo e vengo fulminato da un’idea o una visione, la registro a voce.
Poi eseguo una piccola scrematura annotando e schizzando su un quaderno quello che mi sembra valga la pena di tenere.
La seconda potatura avviene nel momento in cui decido di realizzare il lavoro. Rappresento solo quello di cui sono veramente convinto e che cela in sé un piccolo mistero.
TL:Quello che colpisce nella tua idea di rappresentazione, sta nell’idea formale del racconto. Presentato in bella veste, in realtà a ben guardare quel piccolo foglio ci trascina in un mondo distorto, pieno di ansie e paure, lacerato da ancestrali dubbi…
V.C.:Nel 1700 certe nobildonne veneziane giravano per le corti d’Europa portando con sé al guinzaglio gibboni o babbuini.
Erano convinte che la bruttezza dell’animale esaltasse la loro bellezza.
I miei disegni ricalcano lo stile illustrativo dei libri di lettura e dei sussidiari di quando ero bambino, ma i miei racconti celano temi di una durezza sconcertante. All’iconografia contraddistinta da colori pastello e da figure innocenti , si contrappone talvolta una narrazione che scava nelle nostre più intime paure.
La camiciola surrealista con cui travesto le rappresentazioni mostra in trasparenza la realtà contemporanea. I miei personaggi, in particolare i bambini, non mostrano mai sul volto i segni della sofferenza; è come se fossero burattini in balia di un destino crudele e beffardo. L’inespressività inoltre raffredda il dramma rendendolo ridicolo.
Altre volte invece la rappresentazione del sogno bambino amplificato ci aiuta a ricordare i momenti poetici che hanno caratterizzato la nostra infanzia.
Importante è poi il galleggiare di queste figure su un campo bianco che in certi casi appare spropositato; in questo “vuoto” i miei personaggi, nel bene e nel male, fanno i conti con se stessi , con la loro solitudine e il loro smarrimento.
TL:L’immagine ed il titolo che l’accompagna sono talmente sintonici e connaturati che viene il dubbio su cosa nasca prima. L’antica retorica sosteneva che ‘nomina sunt consequentia rerum’, cioè i nomi si incidono nella mente di conseguenza alle cose, offrendone un’immagine successiva per la nostra lettura. Tu nomini le tue opere partendo da questo presupposto, quindi ‘inventando’ dapprima l’immagine, la ‘res’, oppure il titolo, il ‘nomen’, è preventivo ed illuminante per l’efficacia dell’immagine stessa.
V.C.:Scrivo sempre il titolo sul retro dell’opera perché voglio che sia innanzitutto l’immagine a parlare. In realtà ciò che mi interessa prevalentemente è il racconto che ognuno fa a sé stesso.
Il titolo deve essere solo la ciliegina sulla torta, il gioco di parole avviene sempre in un secondo tempo perché io penso sempre prima all’immagine .
Con questi dipinti io mi espongo in prima persona, perché racconto molto di me, ma ho visto, più di una volta, che gli acquirenti dei miei lavori amano e scelgono le opere che più gli assomigliano o che ricalcano una situazione che loro hanno vissuto o che stanno vivendo.
Chissà forse, come scrisse Calderon della Barca, la vita è sogno?
26
novembre 2005
Vanni Cuoghi – Pensierini cattivi
26 novembre 2005
performance - happening
Location
ANDREA CIANI THE LABO
Genova, Via David Chiossone, 21R, (Genova)
Genova, Via David Chiossone, 21R, (Genova)
Vernissage
26 Novembre 2005, ore 17-18.30
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