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Virginia Ryan – Shorelines
ultimi lavori in occasione della presentazione del Palio per la Giostra della Quintana 2005
Comunicato stampa
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“…And the waters rolled on, and what was old was new, and what was new never came to stay, but to skim the gates of change, forever new, forever old and new: Once-upon-a time, Never the same, Always at last the same…” [Kwesi Brew, poeta ghanese] Proprio come questa poesia evoca le attività di tutti gli esseri viventi e di tutti i fenomeni naturali, esaltando la continuità della vita attraverso passato, presente e futuro, così l'opera di Virginia Ryan, ispirata da una sorta di riflessione “transculturale”, richiama la marea del cambiamento e della trasformazione. Essa cattura un mondo antico e ne reinventa uno nuovo, sospeso tra realtà e illusione, sviluppando una serie di possibilità e di proiezioni sperimentali. Questa mostra rappresenta una reazione alla “forza vitale locale” della costa occidentale dell'Africa, luogo di schiavitù e di oro, che è diventato un punto focale per trasformare l'ordinario in straordinario, per collegare l'organico all'inorganico e per confondere i limiti fra terra e mare, fra storia e cultura. Virginia Ryan sa bene, per via delle sue esperienze di trans-locazione, che ci sono molti modi per interpretare la realtà. La sua arte diventa una specie di elegia per un mondo interiore che sta scomparendo, soggetto all'erosione del tempo e della reinterpretazione, nonché una critica di una realtà esterna. Questa collezione di immagini, vero palinsesto di esperienze, sensazioni, privilegi e ricordi, fornisce una cornice per la sua vita e allo stesso tempo un contesto per la sua opera. L'interesse della Ryan nella memoria sia individuale sia collettiva (e nelle tracce che essa lascia dietro di sé) narra un luogo e legittima la vita, dandole scopo e significato. Il suo desiderio di riconcettualizzare la Storia, non importa se personale o culturale, fa da sfondo a una storia di scoperta, di esperienze e di “manufatti”, un'autentica caccia al tesoro in una cultura locale, condotta con determinazione; e da questo corpus di oggetti la Ryan cerca di dare un senso a un'esperienza che è sia personale sia sociologica. Possiamo immaginare che la tentazione a eccedere col sentimento sia forte, eppure è questo procedimento di “recupero”, con la sua nostalgica spinta a svelare il passato e rielaborarne il significato nel presente, che rivitalizza arte e artista insieme. Questi oggetti “dorati” e queste immagini coreografate vengono ricontestualizzate fra gli storici muri del principale museo di Foligno. Da un luogo che ha portato il peso della colonizzazione, dalla spoliazione delle sue ricchezze minerarie alla riduzione in schiavitù della sua gente, il Ghana riafferma il senso di sé nel contesto di questa straordinaria installazione. Situata a Palazzo Trinci, dove l'accumulo, al piano superiore, di cultura europea e dei suoi tre millenni di preziosi “possedimenti” è esibito con orgoglio, l'eredità del passato, con tutte le sue mutilazioni e con il peso della sua saggezza, è abilmente affiancata a una specie di salon des refusés africano installato nelle sale al piano inferiore. I resti di un'antica cultura resa schiava da un'altra e che ancora vive sotto l'influenza di questa simboleggiano gli intimi detriti della vita semplice della gente locale, che convive col turismo e la globalizzazione. Il processo di “raccogliere forme” e di facilitare la trasformazione di immagini, in loco, rende impossibile un singolo punto di vista e ci sfida a trovare significato nel contesto del presente. Invocando cinque secoli di influenza europea, i fantasmi del Ghana sono tuttavia soggetti attivi nella sua realtà attuale. Tracciare i “paesaggi interiori del desiderio”, tentando allo stesso tempo di darvi un senso, è senza dubbio una sfida per qualsiasi artista. Che cosa dà significato alla vita all'interno della “lenta e inesorabile vitalità” del cambiamento? Il metodo della Ryan, che evidenzia un simbolo, un'idea o una figura umana cambiandone il contesto, getta una luce analoga sulle nostre percezioni europee e moderne. Collezionare ricordi e ricreare storie per superare una sensazione di sradicamento rende un oggetto o un'immagine altrimenti inestimabili uguali in valore al 'tesoro' che è la condizione suprema propria della vita. Per coloro che non riescono ad afferrarne il messaggio, però, il loro valore viene ridotto alla funzionalità o alla mancanza di essa. Se l'arte deve fornire uno stimolo che attiva il nostro potenziale più alto, allora deve venire a patti con il proprio passato mentre plasma un futuro. È questa specie di scavo archeologico, questo portare alla luce il significato delle propria esistenza e occuparsi dei resti culturali e dei “dati ambientali” della nostra storia e delle nostre origini, che rielabora una definizione per questa forma d'arte contemporanea. L'opera della Ryan ci offre una svolta relativista nei confronti di ciò che è scartato, smaltito, sprecato o esaurito e di ciò che è abbandonato, sacrificato, ceduto e dismesso. Il tutto viene contrapposto a ciò che è valorizzato, conservato, mantenuto e magnificato. In questa marea di uso e di rifiuto, con i suoi “detriti abbandonati”, l'artista ha costruito immagini dell'esotico e dell'insolito. Se le guardiamo attentamente, esse fanno parte dello stesso ambiente e sicuramente tutte contano; c'è unione nella dualità proiettata ovunque (nero/bianco, tesoro/rifiuti, ricchezza/povertà, ecc.). L'estetica africana ha generalmente una base morale che mira sia alla bellezza sia alla virtù e che spesso appare in contesti legati alle vitali preoccupazioni spirituali della condizione umana. Quest'opera mette in contrasto in modo interessante i resti di una vita quotidiana che lotta per scrollarsi di dosso gli effetti contaminanti dello “ecoturismo”. Gli “scarti” della Ryan vengono riconcettualizzati e risuscitati. Ogni pezzo ha la propria storia, una storia che continua e su cui si può speculare all'infinito. Trasferendoli in un altro mondo possiamo ricostruire il loro valore e dare loro una nuova vita, pur se una vita artistica. Forse questa intuizione viene dal presupposto che nulla venga effettivamente distrutto o creato, ma soltanto riciclato. Dato che la vita di ognuno è sempre un'interazione fra circostanze esteriori e tendenze interiori, le stesse circostanze o lo stesso luogo che una persona percepisce come incessante sofferenza possono essere fonte di stimoli entusiasmanti e di soddisfazione per un'altra. La nostra capacità di resistere alle circostanze più difficili e persino volgerle a nostro favore è sempre stato ciò che ha contraddistinto il genere umano. La collezione “sotto vetro” della Ryan, che oggettiva sia articoli naturali sia attività umane, mette in discussione le “carcasse” del nostro sistema di valori e gioca sui concetti di eleganza e di disgusto, di opposizione e di resa. Ciò viene ulteriormente illustrato nelle sue descrizioni dell'ambiente naturale. In un piccolo numero di comunità, i popoli indigeni vivono in un profondo rispetto per quanto li circonda e difendono le ricchezze della natura ricevendone in cambio protezione e sostentamento. Tuttavia, nelle zone sviluppate dove predominano i bisogni consumistici l'ambiente viene spesso divorato, con effetti catastrofici. Mentre il dibattito globale sui diritti umani e sul progresso evidenzia molti sistemi di valori e concezioni del mondo in contrasto fra loro (modernità contro tradizione, oriente contro occidente, privilegi socioeconomici contro diritti civili e politici), alla fine tali questioni, comprese quelle che non hanno un linguaggio comune, sono tutte basate su una certa nozione di ciò che è la dignità umana. Il concetto di dignità come base di prerogative nei confronti della natura non-umana sta venendo soppiantato sempre più dall'idea di responsabilità speciali verso la natura e verso il prossimo. Inevitabilmente, le “distese di rifiuti” della nostra esistenza ci vengono restituite dal riflusso della nostra coscienza collettiva.
© Rosa Maria Falvo, settembre 2005
© Rosa Maria Falvo, settembre 2005
03
settembre 2005
Virginia Ryan – Shorelines
Dal 03 settembre al 05 ottobre 2005
arte contemporanea
Location
MUSEO DELLA CITTA’ – PALAZZO TRINCI
Foligno, Piazza Della Repubblica, (Perugia)
Foligno, Piazza Della Repubblica, (Perugia)
Orario di apertura
10-17, chiuso il lunedì
Vernissage
3 Settembre 2005, ore 18.30
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