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Jacques Bedel – Le mille e una notte
In questa serie di “paisajes nocturnos iluminados” (paesaggi notturni illuminati), Bedel mette in rapporto la sua opera con i racconti di Le mille e una notte
Comunicato stampa
Segnala l'evento
C'è, nei racconti di Le mille e una notte, una fonte inesauribile di poesia
e bellezza.
L'incantevole Shahrazad, in combutta con la sorella Doniazad, inventa
racconti e racconti per distrarre lo sposo, il re Shahryar, quel "re tra i
re di Sasan, nelle isole dell'India e della Cina" che faceva sgozzare tutte
le sue giovani spose la mattina successiva all'unica notte che trascorreva
con loro. Mantenendo desta la curiosità del terribile sposo con la suspense
dei suoi racconti, il cui finale rimanda da una notte all'altra fino alle
mille e una, Shahrazad riesce a spostare nel tempo la morte che il re ha
decretato come vendetta per l'infedeltà di una sposa precedente, a liberarsi
dalla sentenza e salvare per sempre le altre figlie dei musulmani.
Sono settantatre titoli generali che, in alcuni casi, si ramificano in dieci
e più racconti, arrivando forse al mezzo migliaio di narrazioni. Tra di esse
ci sono le storie di Aladino, Ali Baba, Sindbad, Gli incontri di Harun al
Rashid sul ponte di Baghdad, Gli aneddoti morali del giardino incantato, e
tante altre nelle quali troviamo l'opulenta ricchezza descrittiva della
letteratura orientale.
Il rapporto con libri e scritti, con la letteratura di Jorge Luis Borges
(Los dos reyes y lo dos laberintos o El libro de arena) o con simbologie
mitiche e teologiche nei volumi arrotolati delle serie Ignis o Verbum, è un
leitmotiv nell'opera di Bedel.
In questa serie di "paisajes nocturnos iluminados" (paesaggi notturni
illuminati), Bedel mette in rapporto la sua opera con i racconti di Le mille
e una notte così attuali in questo momento in cui viviamo. Le mille e una
notti trascorrono a Baghdad e costituiscono una favola che non finisce mai.
Queste visioni sono notturne, vincolate alle notti del racconto, orizzontali
e strette come la visione che si può avere dall'interno di un carro armato e
simili ad un negativo cinematografico poiché documentano una storia
inqualificabile: il deserto millenario che esplode in mille pezzi e poi
torna a rigenerarsi.
Bedel realizza libri di ferro affinché sussistano dopo che la nostra civiltà
scomparirà così come libri di sabbia perché siano rifatti continuamente,
anche i suoi paesaggi di luoghi quasi intatti, con i colori di una quasi
eternità accentuata dalla nobiltà e dalla qualità dei materiali utilizzati
in combinazioni nuove ed imprevedibili, sembrano fatti per documentare ciò
che è esistito dopo che l'uomo avrà finito di distruggere tutto.
Dichiara l'artista[1]: "La mia opera è esclusivamente razionale e pensata,
poiché mi preoccupa che ci sia un lavoro intellettuale; è una specie di
omaggio alla intelligenza che, per ora, è umana. Voglio essere un
trasmettitore estetico di una serie di idee e proposte, ma dell'insieme
dell'umanità, poiché cerco di conciliare idee filosofiche, teologiche e
scientifiche, incorporarle nell'opera per costituire una totalità. Mi
interessa il libro (testo) come simbolo delle nostre conoscenze, come
veicolo di cultura e di idee. Per incontrarsi con il suo messaggio bisogna
aprirlo (srotolarlo, dispiegarlo), leggerlo, in una specie di dialogo
obbligato. E quando lo si chiude (ripiega, arrotola) tale messaggio rimane
occulto, non si vede".
Il libro racchiude tradizione e mitologia, realtà e fantasia: una volta
aperto, si trasforma in una rivelazione.
Quando tratta del paesaggio, Bedel esalta la grandiosità del territorio,
generalmente legato alla Patagonia senza tempo.
Sono orizzonti, pampas, mari, ghiacci, cieli realizzati con una astrazione
ottenuta grazie ad un altro grado di raffinatezza. Con risorse
apparentemente semplici e stratagemmi seducenti che inducono ad abbandonarsi
alla contemplazione[2], Bedel ricombina elementi naturali e li sottopone
allo stesso procedimento chimico che hanno subito nei secoli. Controllando
tutto, rielabora fossilizzazioni, carbonizzazioni ed incrostazioni di acque
minerali, che sono integrate nelle rappresentazioni regionali per mezzo di
terre, ossidi e silicati[3]. Elementi che, grazie al dominio dello spazio e
della forma con un fine senso della precisione, creano uno spazio imponente
e seduttore.
Irma Arestizábal
1 Catalogo Galleria Ruth Benzacar, Madrid, ARCO, 1991.
2 Patricia Rizzo, Bedel-Prior, Buenos Aires, Grupo Nacional 2002.
3 Sul tema vedere Jorge Glusberg, "Del Pop-Art a la nueva imagen", Buenos
Aires, Ediciones de Arte Gaglianone, 1985.
Jacques Bedel
Nato a Buenos Aires nel 1947, è scultore, pittore ed architetto laureato
alla Facoltà di Architettura ed Urbanistica dell'Università di Buenos Aires.
Nel 1968 ottiene una borsa di studio del Governo Francese e l'anno
successivo è invitato a partecipare al X Congresso Internazionale degli
Architetti come delegato della Association Internationale des Arts
Plastiques, organismo dipendente dall' UNESCO. Nel 1974, il British Council
gli concede una borsa di studio per realizzare studi di Scultura a Londra; e
nel 1980 gli viene assegnato il Premio Fulbright per effettuare ricerche
presso il National Astronomy and Ionosphere Center della Cornell University
e presso la N.A.S.A., a Washington, USA.
Ha preso parte ad oltre 300 mostre in Argentina, Francia, Spagna, Polonia,
Ecuador, Colombia, Perù, Cile, Stati Uniti, Germania, Giappone, Italia,
Belgio, Svezia, Panama, Islanda, Jugoslavia, Finlandia, Canada, Gran
Bretagna, Olanda, Danimarca, Israele e Brasile.
Ha rappresentato l'Argentina in 14 Biennali Internazionali di Arte ed ha
ricevuto 43 premi nazionali ed internazionali, tra i quali la Medaglia d'oro
alla Mostra delle Nazioni Unite nel 1975, il Gran Premio della Biennale di
São Paulo nel 1977, il Gran Premio d'Onore alla 1ª Biennale Internazionale
di Montevideo nel 1980 ed il Gran Premio Latinoamericano alla VII Biennale
Internazionale di Architettura di Buenos Aires nel 1998.
Vive e lavora a Buenos Aires.
bedel@jacquesbedel.com
www.jacquesbedel.com
e bellezza.
L'incantevole Shahrazad, in combutta con la sorella Doniazad, inventa
racconti e racconti per distrarre lo sposo, il re Shahryar, quel "re tra i
re di Sasan, nelle isole dell'India e della Cina" che faceva sgozzare tutte
le sue giovani spose la mattina successiva all'unica notte che trascorreva
con loro. Mantenendo desta la curiosità del terribile sposo con la suspense
dei suoi racconti, il cui finale rimanda da una notte all'altra fino alle
mille e una, Shahrazad riesce a spostare nel tempo la morte che il re ha
decretato come vendetta per l'infedeltà di una sposa precedente, a liberarsi
dalla sentenza e salvare per sempre le altre figlie dei musulmani.
Sono settantatre titoli generali che, in alcuni casi, si ramificano in dieci
e più racconti, arrivando forse al mezzo migliaio di narrazioni. Tra di esse
ci sono le storie di Aladino, Ali Baba, Sindbad, Gli incontri di Harun al
Rashid sul ponte di Baghdad, Gli aneddoti morali del giardino incantato, e
tante altre nelle quali troviamo l'opulenta ricchezza descrittiva della
letteratura orientale.
Il rapporto con libri e scritti, con la letteratura di Jorge Luis Borges
(Los dos reyes y lo dos laberintos o El libro de arena) o con simbologie
mitiche e teologiche nei volumi arrotolati delle serie Ignis o Verbum, è un
leitmotiv nell'opera di Bedel.
In questa serie di "paisajes nocturnos iluminados" (paesaggi notturni
illuminati), Bedel mette in rapporto la sua opera con i racconti di Le mille
e una notte così attuali in questo momento in cui viviamo. Le mille e una
notti trascorrono a Baghdad e costituiscono una favola che non finisce mai.
Queste visioni sono notturne, vincolate alle notti del racconto, orizzontali
e strette come la visione che si può avere dall'interno di un carro armato e
simili ad un negativo cinematografico poiché documentano una storia
inqualificabile: il deserto millenario che esplode in mille pezzi e poi
torna a rigenerarsi.
Bedel realizza libri di ferro affinché sussistano dopo che la nostra civiltà
scomparirà così come libri di sabbia perché siano rifatti continuamente,
anche i suoi paesaggi di luoghi quasi intatti, con i colori di una quasi
eternità accentuata dalla nobiltà e dalla qualità dei materiali utilizzati
in combinazioni nuove ed imprevedibili, sembrano fatti per documentare ciò
che è esistito dopo che l'uomo avrà finito di distruggere tutto.
Dichiara l'artista[1]: "La mia opera è esclusivamente razionale e pensata,
poiché mi preoccupa che ci sia un lavoro intellettuale; è una specie di
omaggio alla intelligenza che, per ora, è umana. Voglio essere un
trasmettitore estetico di una serie di idee e proposte, ma dell'insieme
dell'umanità, poiché cerco di conciliare idee filosofiche, teologiche e
scientifiche, incorporarle nell'opera per costituire una totalità. Mi
interessa il libro (testo) come simbolo delle nostre conoscenze, come
veicolo di cultura e di idee. Per incontrarsi con il suo messaggio bisogna
aprirlo (srotolarlo, dispiegarlo), leggerlo, in una specie di dialogo
obbligato. E quando lo si chiude (ripiega, arrotola) tale messaggio rimane
occulto, non si vede".
Il libro racchiude tradizione e mitologia, realtà e fantasia: una volta
aperto, si trasforma in una rivelazione.
Quando tratta del paesaggio, Bedel esalta la grandiosità del territorio,
generalmente legato alla Patagonia senza tempo.
Sono orizzonti, pampas, mari, ghiacci, cieli realizzati con una astrazione
ottenuta grazie ad un altro grado di raffinatezza. Con risorse
apparentemente semplici e stratagemmi seducenti che inducono ad abbandonarsi
alla contemplazione[2], Bedel ricombina elementi naturali e li sottopone
allo stesso procedimento chimico che hanno subito nei secoli. Controllando
tutto, rielabora fossilizzazioni, carbonizzazioni ed incrostazioni di acque
minerali, che sono integrate nelle rappresentazioni regionali per mezzo di
terre, ossidi e silicati[3]. Elementi che, grazie al dominio dello spazio e
della forma con un fine senso della precisione, creano uno spazio imponente
e seduttore.
Irma Arestizábal
1 Catalogo Galleria Ruth Benzacar, Madrid, ARCO, 1991.
2 Patricia Rizzo, Bedel-Prior, Buenos Aires, Grupo Nacional 2002.
3 Sul tema vedere Jorge Glusberg, "Del Pop-Art a la nueva imagen", Buenos
Aires, Ediciones de Arte Gaglianone, 1985.
Jacques Bedel
Nato a Buenos Aires nel 1947, è scultore, pittore ed architetto laureato
alla Facoltà di Architettura ed Urbanistica dell'Università di Buenos Aires.
Nel 1968 ottiene una borsa di studio del Governo Francese e l'anno
successivo è invitato a partecipare al X Congresso Internazionale degli
Architetti come delegato della Association Internationale des Arts
Plastiques, organismo dipendente dall' UNESCO. Nel 1974, il British Council
gli concede una borsa di studio per realizzare studi di Scultura a Londra; e
nel 1980 gli viene assegnato il Premio Fulbright per effettuare ricerche
presso il National Astronomy and Ionosphere Center della Cornell University
e presso la N.A.S.A., a Washington, USA.
Ha preso parte ad oltre 300 mostre in Argentina, Francia, Spagna, Polonia,
Ecuador, Colombia, Perù, Cile, Stati Uniti, Germania, Giappone, Italia,
Belgio, Svezia, Panama, Islanda, Jugoslavia, Finlandia, Canada, Gran
Bretagna, Olanda, Danimarca, Israele e Brasile.
Ha rappresentato l'Argentina in 14 Biennali Internazionali di Arte ed ha
ricevuto 43 premi nazionali ed internazionali, tra i quali la Medaglia d'oro
alla Mostra delle Nazioni Unite nel 1975, il Gran Premio della Biennale di
São Paulo nel 1977, il Gran Premio d'Onore alla 1ª Biennale Internazionale
di Montevideo nel 1980 ed il Gran Premio Latinoamericano alla VII Biennale
Internazionale di Architettura di Buenos Aires nel 1998.
Vive e lavora a Buenos Aires.
bedel@jacquesbedel.com
www.jacquesbedel.com
30
giugno 2005
Jacques Bedel – Le mille e una notte
Dal 30 giugno al 30 luglio 2005
arte contemporanea
Location
IILA – ISTITUTO ITALO-LATINO AMERICANO
Roma, Via Giovanni Paisiello, 24, (Roma)
Roma, Via Giovanni Paisiello, 24, (Roma)
Orario di apertura
da lunedì a sabato 11-19
Vernissage
30 Giugno 2005, ore 19
Sito web
www.jacquesbedel.com
Autore


