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Gaspare Sicula – Onde naufraghe
Questa mostra riguarda il mare, in special modo le sue onde. Può essere vista perciò come una mostra monotematica.
Comunicato stampa
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Questa mostra riguarda il mare, in special modo le sue onde. Può essere vista perciò come una mostra monotematica. Per la verità è così solo in apparenza, sia perché abbraccia un lungo cammino pittorico e plastico che dal 1989 arriva ad oggi (in un periodo così ampio anche lo stesso tema affina tanta facce), sia perché ruota, è proprio il caso di dirlo, in particolare attorno a Onde naufraghe che di per sé è un ciclo eterogeneo e complesso, un vero e proprio poema di dipinti, sculture, disegni, fotografie. Nello stesso tempo tocca altri cicli di opere, due dei quali piuttosto ponderosi.
Dunque il mare. Una mostra dedicata al mare, alle onde e ad altro. Da qualsiasi parte ci si trovi tutte le strade portano al mare. Al mare si va, dal mare si torna; si va nel mare, si va per mare. Il mare che in Sicilia vedevo anche da casa mia ora viene da lontano, nel tempo e nello spazio, e naufraga su tavole, tele e colori; si ferma qui, in questo amato luogo di pianura e colline, di nebbia, di cieli grigi e tartufi (che, chissà perché, mi ricordano i ricci di mare) l’azzurro naufrago. Il mare labirintico che tappa le orecchie, non solo per la pressione, che nel suo parlare muto fa sentire il desiderio del volo, dà la capacità di volare a un corpo senza peso. Il mare prossimo, attaccato alla pelle, qualche volta minaccioso, distruttivo, causa di dolore e disperazione, solitamente minacciato, comunque l’immenso, il magnifico; necessario. Insostituibile fonte di vita.
La caratteristica peculiare delle opere qui esposte ha origine dalla frammentazione e sistemazione, secondo una disposizione affidata al caso o, più spesso, a un ordine calcolato con cura, di ciò che, in un certo qual modo e nell’uso comune, serve ad inquadrare e proteggere un’opera d’arte. Ma quest’opera, qui, prima d’ora, non è mai esistita.
Utilizzo dei frammenti che a volte sono resti, reperti di listelli e cornici di varie misure, più o meno lunghi, più o meno alti; spesso colorati in vari toni di azzurro, qualche volta di bianco, da una parte; dall’altra, del colore del legno verniciato, rossiccio o terra d’ombra così come li trovo: in rari casi coloro d’azzurro anche questo lato. Sì, questi reperti diventano onde, onde naufraghe vaganti in un mare piatto e incolore.
Un quadro che si trova ancora allo stadio di pensiero rompe gli argini.
Frantuma l’argine-cornice e si disperde.
La cornice-onde seguendo il fluire dei pensieri compone l’opera: Onde naufraghe
Queste onde, in piedi o sedute, in alcuni quadri scorrono sul piano verticale verde e rosso scivolando come se, anziché di legno, fossero liquide. In due opere c’è il quadro che scorre nel quadro; trama in uno, ordito nell’altro, con file di onde sul piano bianco. Una delle due opere ha le onde di varia altezza, sotto di esse colature di erba liquida. Nell’altra le onde zigzagando precipitano.
Un’onda, in un dipinto, diventa Antenna cercasogni. Il nero diviene cielo notturno con una cometa e il firmamento spruzzati.
C’è, su un polittico di cartone, il naufragio del Titanic con bianchi occhi di gatto sopra l’orizzonte.
Un quadro con tre conchiglie, Beni culturali dell’89. Uno dei primi Contenitori di speranze o Gocce fossili come li chiamavo allora.
Poi c’è una stampa strabica di Nizza alla quale ho incollato le onde. Come attraverso il foro di un imbuto, colano verso l’esterno i monti, gli alberi, la città, il mare; tutto quanto entra così a far parte dell’argine del nulla.
E poi una donna nuda davanti alla Torre di Babele. Quindi un rettangolo azzurro che dall’alto precipita sul fondo bianco; le onde quasi del tutto staccate, come un braccio spezzato, appese solo a un filo del lembo. Un Paesaggio marino con le arance, le onde dietro i frutti e dietro ancora il mare e gli scogli. Una conchiglia con il manico con un ippocampo incastonato e sormontata da una cavalletta; accanto un’arancia-uovo azzurra e, dietro, ancora e sempre le onde.
Una conchiglia variegata, dipinta su carta, vicino a un ramo di legno tinto di rosso corallo.
Nelle ridotte dimensioni di una tavola, lungo uno dei lati, una sequenza verticale di onde, al centro, verso il basso, una piccola sezione di esse: una goccia.
Un triangolo verde e alcune file di onde; così come si trovano da una parte e azzurre dall’altra: questo è un Isolago, ad un tempo isola e lago, secondo il punto di vista. Il campo è a pennellate verticali bianche.
Le miniature. Dal supporto in rame la pittura ad olio proietta le Brocchiglie sul nero fondo del tempo che oscilla.
Ancora un’arancia, stavolta trafitta da un pennello, con gocce che salgono verso un mare capovolto; che tutto sarà liquefatto lo si vedrà sporgendosi da un davanzale di onde lavate e stese ad asciugare.
Ho voluto inserire anche i Frutti nelle nicchie. Apparentemente c’entrano poco. Ma, quando guardo la frutta, del mare sento sempre il profumo; e poi, questi sono frutti appassiti e ivi, nel mare, precipita la forma assente, l’acqua che manca, la storia silente di ogni cosa.
La speranza e l’ottimismo: Afrodite la dea nata dalla spuma del mare.
G.S.
Dunque il mare. Una mostra dedicata al mare, alle onde e ad altro. Da qualsiasi parte ci si trovi tutte le strade portano al mare. Al mare si va, dal mare si torna; si va nel mare, si va per mare. Il mare che in Sicilia vedevo anche da casa mia ora viene da lontano, nel tempo e nello spazio, e naufraga su tavole, tele e colori; si ferma qui, in questo amato luogo di pianura e colline, di nebbia, di cieli grigi e tartufi (che, chissà perché, mi ricordano i ricci di mare) l’azzurro naufrago. Il mare labirintico che tappa le orecchie, non solo per la pressione, che nel suo parlare muto fa sentire il desiderio del volo, dà la capacità di volare a un corpo senza peso. Il mare prossimo, attaccato alla pelle, qualche volta minaccioso, distruttivo, causa di dolore e disperazione, solitamente minacciato, comunque l’immenso, il magnifico; necessario. Insostituibile fonte di vita.
La caratteristica peculiare delle opere qui esposte ha origine dalla frammentazione e sistemazione, secondo una disposizione affidata al caso o, più spesso, a un ordine calcolato con cura, di ciò che, in un certo qual modo e nell’uso comune, serve ad inquadrare e proteggere un’opera d’arte. Ma quest’opera, qui, prima d’ora, non è mai esistita.
Utilizzo dei frammenti che a volte sono resti, reperti di listelli e cornici di varie misure, più o meno lunghi, più o meno alti; spesso colorati in vari toni di azzurro, qualche volta di bianco, da una parte; dall’altra, del colore del legno verniciato, rossiccio o terra d’ombra così come li trovo: in rari casi coloro d’azzurro anche questo lato. Sì, questi reperti diventano onde, onde naufraghe vaganti in un mare piatto e incolore.
Un quadro che si trova ancora allo stadio di pensiero rompe gli argini.
Frantuma l’argine-cornice e si disperde.
La cornice-onde seguendo il fluire dei pensieri compone l’opera: Onde naufraghe
Queste onde, in piedi o sedute, in alcuni quadri scorrono sul piano verticale verde e rosso scivolando come se, anziché di legno, fossero liquide. In due opere c’è il quadro che scorre nel quadro; trama in uno, ordito nell’altro, con file di onde sul piano bianco. Una delle due opere ha le onde di varia altezza, sotto di esse colature di erba liquida. Nell’altra le onde zigzagando precipitano.
Un’onda, in un dipinto, diventa Antenna cercasogni. Il nero diviene cielo notturno con una cometa e il firmamento spruzzati.
C’è, su un polittico di cartone, il naufragio del Titanic con bianchi occhi di gatto sopra l’orizzonte.
Un quadro con tre conchiglie, Beni culturali dell’89. Uno dei primi Contenitori di speranze o Gocce fossili come li chiamavo allora.
Poi c’è una stampa strabica di Nizza alla quale ho incollato le onde. Come attraverso il foro di un imbuto, colano verso l’esterno i monti, gli alberi, la città, il mare; tutto quanto entra così a far parte dell’argine del nulla.
E poi una donna nuda davanti alla Torre di Babele. Quindi un rettangolo azzurro che dall’alto precipita sul fondo bianco; le onde quasi del tutto staccate, come un braccio spezzato, appese solo a un filo del lembo. Un Paesaggio marino con le arance, le onde dietro i frutti e dietro ancora il mare e gli scogli. Una conchiglia con il manico con un ippocampo incastonato e sormontata da una cavalletta; accanto un’arancia-uovo azzurra e, dietro, ancora e sempre le onde.
Una conchiglia variegata, dipinta su carta, vicino a un ramo di legno tinto di rosso corallo.
Nelle ridotte dimensioni di una tavola, lungo uno dei lati, una sequenza verticale di onde, al centro, verso il basso, una piccola sezione di esse: una goccia.
Un triangolo verde e alcune file di onde; così come si trovano da una parte e azzurre dall’altra: questo è un Isolago, ad un tempo isola e lago, secondo il punto di vista. Il campo è a pennellate verticali bianche.
Le miniature. Dal supporto in rame la pittura ad olio proietta le Brocchiglie sul nero fondo del tempo che oscilla.
Ancora un’arancia, stavolta trafitta da un pennello, con gocce che salgono verso un mare capovolto; che tutto sarà liquefatto lo si vedrà sporgendosi da un davanzale di onde lavate e stese ad asciugare.
Ho voluto inserire anche i Frutti nelle nicchie. Apparentemente c’entrano poco. Ma, quando guardo la frutta, del mare sento sempre il profumo; e poi, questi sono frutti appassiti e ivi, nel mare, precipita la forma assente, l’acqua che manca, la storia silente di ogni cosa.
La speranza e l’ottimismo: Afrodite la dea nata dalla spuma del mare.
G.S.
06
marzo 2005
Gaspare Sicula – Onde naufraghe
Dal 06 al 25 marzo 2005
arte contemporanea
Location
SPAZIO ARTE
Gavi, Corte Zerbo, (Alessandria)
Gavi, Corte Zerbo, (Alessandria)
Orario di apertura
dal mercoledì al sabato 17-19. Domenica e festivi 16-19
Vernissage
6 Marzo 2005, ore 17,30
Sito web
www.sicula.com
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