21 gennaio 2026

A Fano riemerge la Basilica di Vitruvio, una scoperta storica per l’archeologia

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Durante gli scavi in piazza Andrea Costa, a Fano, è stata identificata la Basilica descritta da Vitruvio nel trattato De Architectura. E a Pompei tornano alla luce antiche storie d'amore e di gladiatori su graffito

A Fano, nel corso degli scavi in piazza Andrea Costa, è stata identificata la Basilica descritta da Vitruvio nel De Architectura, l’unico testo sull’architettura giunto integro dall’antichità. La scoperta dell’unico edificio attribuibile senza ambiguità all’architetto romano potrebbe ridefinire la conoscenza dell’opera vitruviana e, più in generale, delle origini del pensiero architettonico occidentale. L’annuncio ufficiale è arrivato durante una conferenza stampa alla Mediateca Montanari, alla presenza delle istituzioni locali e nazionali, con il Ministro della Cultura Alessandro Giuli collegato da remoto. Come ha dichiarato il Ministro, «La storia dell’archeologia e della ricerca, con gli attuali strumenti a disposizione, viene divisa in un prima e un dopo: prima della scoperta e dopo la scoperta della Basilica di Vitruvio».

La Basilica è emersa nell’ambito dei lavori di riqualificazione urbana finanziati anche con fondi PNRR. Gli archeologi hanno riconosciuto un edificio a pianta rettangolare con colonnato perimetrale, composto da otto colonne sui lati lunghi e quattro su quelli brevi. La conferma decisiva è arrivata con l’ultimo sondaggio stratigrafico, che ha restituito la quinta colonna d’angolo, consentendo di verificare con precisione millimetrica la corrispondenza tra i resti archeologici e la descrizione fornita da Vitruvio nel suo trattato. Le colonne, con un diametro di circa cinque piedi romani e un’altezza stimata intorno ai 15 metri, erano addossate a pilastri e paraste portanti, a sostegno di un piano superiore, restituendo l’immagine di un edificio pubblico monumentale.

Il riconoscimento non è frutto di un’intuizione improvvisa ma l’esito di un percorso di ricerca avviato da tempo. Già nel 2022, in via Vitruvio, il rinvenimento di strutture murarie di grandi dimensioni e pavimentazioni in marmi pregiati aveva suggerito la presenza di un complesso pubblico di altissimo livello. Oggi quelle evidenze trovano finalmente una chiave interpretativa unitaria, come ha sottolineato Andrea Pessina, soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Ancona e Pesaro-Urbino, parlando dell’inizio di «Una nuova stagione di ricerca: più consapevole, più precisa, più ambiziosa».

Anche sul piano territoriale e identitario l’impatto è significativo. Secondo il Presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli, la scoperta «Cambia la percezione della città di Fano, della nostra regione e, più in generale, del patrimonio culturale e architettonico italiano», aprendo prospettive concrete di sviluppo culturale e turistico. Una visione condivisa dal Sindaco di Fano Luca Serfilippi, che ha parlato di un frammento di identità storica restituito alla comunità dopo secoli in cui la Basilica vitruviana era rimasta confinata alla dimensione del testo scritto.

Dal punto di vista scientifico, l’identificazione della Basilica di Vitruvio a Fano rappresenta un unicum. Finora, infatti, il De Architectura era l’unica fonte diretta sull’opera dell’architetto ma nessun edificio citato nel trattato era mai stato riconosciuto con certezza archeologica. La corrispondenza «Al centimetro» tra testo e resti materiali costituisce dunque un caso senza precedenti.  Le indagini proseguiranno nei prossimi mesi, con l’obiettivo di approfondire l’estensione del complesso e di mettere in relazione la Basilica con altre strutture note dell’area urbana, come l’edificio individuato sotto Sant’Agostino.

Scoperte suggestive continuano a emergere anche al Parco Archeologico di Pompei, dove avanzate tecnologie di ricerca stanno restituendo frammenti di vita quotidiana rimasti invisibili per oltre due secoli. Nel corridoio di passaggio tra l’area dei teatri e via Stabiana, un progetto di ricerca internazionale ha permesso di rileggere quasi 300 graffiti – tra iscrizioni già note e nuove identificazioni – che raccontano amori, rivalità, insulti, incitazioni sportive e scene di gladiatori, restituendo la voce diretta degli abitanti dell’antica città.

«Vado di fretta; stammi bene, mia Sava, fa che mi ami!», «Miccio-cio-cio, a tuo padre che cacava hai rotto la pancia; guardate un po’ come sta Miccio!», «Methe, (schiava) di Cominia, di Atella, ama Cresto nel suo cuore. Che ad entrambi la Venere di Pompei sia propizia e che vivano sempre in armonia», sono alcune delle scritte tornate alla luce.

Attraverso metodologie come il Reflectance Transformation Imaging e le digital humanities, ciò che sembrava ormai esaurito si è rivelato invece ancora fecondo di informazioni, confermando, come ha sottolineato il direttore del Parco Gabriel Zuchtriegel, che «Solo l’uso della tecnologia può garantire un futuro alla memoria della vita vissuta».

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