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Bartolomeo Cesi, pittura come disciplina dello sguardo e della coscienza
Arte antica
C’è una forma di pittura che non alza la voce, non cerca uno stupore forzato, non si concede alla teatralità del gesto. È una pittura che chiede tempo e silenzio. È da qui che parte la mostra dedicata a Bartolomeo Cesi a cura di Vera Fortunati, prorogata fino al 6 aprile 2026 negli spazi del Museo Civico Medievale di Bologna. Una pittura raccolta, con una riduzione progressiva dell’enfasi manierista: le torsioni si attenuano, i colori si fanno più sorvegliati. Anche la costruzione spaziale abbandona la vertigine in nome di un nuovo, più intimo equilibrio.
Con 36 opere, tra dipinti, pale d’altare e disegni, la mostra offre un ritratto ben delineato di questo pittore che opera a Bologna tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, un laboratorio vivissimo dove i Carracci si apprestavano a cambiare le regole del gioco, con il loro naturalismo diretto, concreto, rivoluzionario, che apriva una strada destinata a imporsi.
Cesi si muove coniugando l’eredità della Maniera al «Vivo e vero» dei Carracci, adopera una pittura che diventa atto regolato, quasi un esercizio spirituale parallelo a quello dei suoi committenti. «La vibrazione perlacea delle superfici» (Graziani), che pure hanno destato l’ammirazione di Guido Reni, si accende fra le sale del Museo Civico attraverso un allestimento che, con delicatezza ma con una sua personalità decisa, conduce il visitatore a scoprire un nome ma anche il contesto che vi stava attorno.

In primo luogo, l’esposizione ha il grande merito di sciogliere l’equivoco di fondo che accompagna da secoli la figura di Bartolomeo Cesi: quello di considerarlo un autore “di transizione”, fra la Maniera e i Carracci, fra la vecchia tradizione e la cultura legata al Concilio di Trento. La mostra bolognese, costruita con rigore filologico e una chiarezza narrativa, prova invece a ribaltare questa inerzia storiografica, restituendo al pittore una posizione meno ancillare e più problematica dentro il clima post-tridentino.
Siamo nella Bologna che recepisce con particolare sollecitudine le istanze del Concilio: la pittura non rappresenta soltanto un esercizio di stile o un terreno di competizione formale, ma diventa strumento pedagogico e dispositivo morale. Se il manierismo aveva spesso trasformato il sacro in teatro, Cesi sembra voler riportare la scena a una frontalità quasi severa, dove il racconto è leggibile e i gesti sono misurati.
In un’epoca che conosce ancora gli echi di Parmigianino e la seduzione dell’artificio, quella di Cesi è invece una pittura che si sottrae. Le figure sono ferme, raccolte, spesso isolate in paesaggi che sospendono la narrazione. Il colore non esplode bensì vibra, resta disciplinato. E, soprattutto, ogni scena sembra accadere in un tempo diverso, rallentato, come se l’immagine dovesse essere attraversata. È qui che si comprende il senso del titolo della mostra, perfettamente didascalico: Pittura del silenzio.

Accanto alla riconsiderazione critica complessiva sulla figura dell’artista, la mostra contribuisce alla valorizzazione del patrimonio artistico cittadino grazie all’investimento del Comune di Bologna con interventi di restauro e manutenzione di quattro dipinti di difficile visione al pubblico per la loro collocazione: La Trinità e la Vergine adorate dai santi Bernardino da Siena e Sebastiano, di proprietà della Direzione Generale IRCCS Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna – Policlinico Sant’Orsola; la pala Madonna con il Bambino in gloria e i santi Benedetto, Giovanni Battista e Francesco dalla chiesa di San Giacomo Maggiore (proprietà del Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno); San Benedetto seduto alla Città metropolitana di Bologna e San Francesco in preghiera dei Frati Minori Cappuccini dell’Emilia-Romagna.

«Artista ostinato al tema sacro: la sua pittura oscillante tra fedeltà alla tradizione manieristica, osservanza alla precettistica tridentina e l’incontro con il vivo e vero carraccesco, si inoltra nello spazio insondabile e silenzioso dell’Assoluto mistico», come sottolinea la curatrice. Cesi costruisce quindi un linguaggio che non compete sul terreno della verosimiglianza spettacolare ma si orienta verso una dimensione altra, dove la chiarezza narrativa convive con una sospensione emotiva quasi assoluta.
Il percorso espositivo segue questa tensione in modo chiaro, articolandosi in nuclei che permettono di leggere l’evoluzione dell’artista senza forzature. Si parte dalla formazione, dentro una Bologna attraversata dalla spinta della Controriforma e dalle riflessioni di Gabriele Paleotti, per arrivare ai momenti più maturi, quando il linguaggio di Cesi si definisce con una coerenza sorprendente. Raffaello, Correggio, i Carracci e pure Scipione Pulzone, Zuccari e Barocci sono modelli che emergono in diversa misura nelle opere in mostra, e costituiscono anch’essi una finestra utile per comprendere appieno quanto Cesi non sia un artista “di passaggio” tra Manierismo e naturalismo ma una figura pienamente consapevole, capace di scegliere cosa accogliere e cosa respingere.
«L’arte di Cesi è creatrice di realtà tangibili, attraverso l’ascesi ai più alti gradi di contemplazione mistica: il paesaggio silenzioso, “nel valore fermo della luce” (Arcangeli) i giochi sottili della luce argentea e dell’ombra mediati da Correggio e da Barocci, artisti cari ai Carracci e a Camillo Procaccini», scrive Fortunati.

Il contesto è quello della Bologna al tempo del cardinale Gabriele Paleotti, vescovo della città dal 1556. E la prima sala parte proprio con un’introduzione alla figura dell’ecclesiastico felsineo e del ruolo svolto dall’immagine nel programma di riscrittura della predicazione in atto in quegli anni. Lo stesso cardinale, che pubblica nel 1582 il suo Discorso intorno alle immagini sacre e profane, parla di come l’immagine sia efficace proprio perché, a differenza della predicazione che pretende tempi più lunghi, sia invece immediata e si capisca «In un sol fiato», una «Bandiera spiegata», una «Tromba perpetua» rispetto a qualunque altra forma di linguaggio.
Paleotti scrive il suo Discorso proprio perché si sente investito del ruolo di vescovo pastore e guardando alle indicazioni per gli artisti su come agire affinché le immagini appaiano legittime, proprio Cesi – fra tutti – sembra trasporre perfettamente nelle sue opere le finalità all’arte: docere, delectare e movere.

Nei ritratti, pochi ma significativi, emerge la qualità rara di un’attenzione puntata verso il mondo interiore, da non intendere come introspezione psicologica nel senso moderno ma nell’ottica di una forma di presenza trattenuta. Basti guardare, ad esempio, al Ritratto di frate, che non cerca complicità alcuna con lo spettatore. Il volto è lì, vicino, ma inaccessibile, uno sguardo che resta quasi raccolto, come se fosse rivolto altrove. Ancora più radicale è il Ritratto di certosino in veste di Dionisio Cartusiano – che per lungo tempo si era creduto di Reni -, piccolo e quasi appartato, dove la figura sembra già scivolare in una dimensione altra, tutta mentale.

E non a caso, l’abate Luigi Lanzi scrisse di lui nella Storia pittorica della Italia, riprendendo il giudizio già espresso da Malvasia nella Felsina Pittrice: Vite de’ pittori bolognesi: «Bartolommeo Cesi è anch’egli uno de’ capiscuola che appianarono a’ caracceschi la via al buon metodo. Da esso apprese il Tiarini l’arte di dipingere a fresco, e le opere di lui diedero a Guido la prima mossa per inventar quella sua soave e gentil maniera. Chi osserva un’opera del Cesi dubita talora che sia un lavoro di Guido giovane. Poco ardisce, tutto ritrae dal naturale, sceglie in ogni età belle forme e parcamente aiutale con la idea; rare pieghe, attitudini misurate, tinte più leggiadre che forti. […] È molto notabile ciò che scrive il Malvasia in commendazione di questo pittore: aver lui una maniera che appaga, piace, innamora; linda veramente e soave quanto qualsivoglia stile de’ miglior frescanti toscani. Fu considerato da’ Caracci, e generalmente amato da’ professori per la onestà del suo carattere e per l’amore verso l’arte».
Ancora più evidente è questa attitudine nei disegni. Qui si vede veramente quanto Cesi guardi al naturale, pur senza cedervi mai del tutto. Si potrebbe parlare di un naturalismo che non vuole farsi verità assoluta, quanto, piuttosto, mezzo, strumento.

Il confronto implicito con i Carracci attraversa tutta la mostra come una tensione sotterranea, pur non traducendosi mai in opposizione dichiarata. Un dialogo che si avverte – fortissimamente – anche nella lettura delle scene di Crocifissione.

Alberto Graziani, già nel 1939, parlava di Cesi come di un artista della Controriforma nel senso più rigoroso del termine, capace di aderire ai principi di chiarezza e decoro senza cedere al coinvolgimento emotivo più diretto. Questo elemento è particolarmente evidente nelle pale d’altare, dove il linguaggio sacro trova la sua forma più compiuta. Nella Madonna con il Bambino in gloria e i santi Benedetto, Giovanni Battista e Francesco, uno dei vertici del percorso, tutto sembra costruito per evitare l’eccesso: una luce chiara ma non abbagliante, figure solenni ma non monumentali, un paesaggio che accompagna in silenzio, senza interferire.
Diversa ma altrettanto significativa è la tensione del San Benedetto seduto: la figura è frontale, quasi immobile, costruita con una semplicità che sfiora l’astrazione. Eppure il volto, segnato dall’età, introduce una nota di realtà che trattiene l’immagine dal diventare puramente idealizzata. È in questo equilibrio che Cesi trova la sua misura.

1598. Olio su tela, cm 288 x 191. Bologna, chiesa di San Giorgio Maggiore. Proprietà Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno
È però, forse, nelle opere legate al mondo certosino che questa visione raggiunge il punto più alto. L’esposizione – che si conclude enfaticamente con la riproduzione degli affreschi custoditi nella Chiesa di San Girolamo, alla Certosa di Bologna – insiste molto su questo passaggio, leggendo il rapporto con l’ordine come una vera e propria consonanza spirituale. Le immagini di Cesi sembrano infatti costruite per accompagnare la meditazione e dialogare con essa, quasi viaggiassero su una stessa frequenza meditativa. Lo spazio pittorico diventa spazio mentale, luogo di raccoglimento. Cesi intercetta infatti un bisogno preciso, quello di immagini comprensibili, ortodosse, capaci di guidare la devozione senza ambiguità.
Ma ridurre tutto a una funzione sarebbe un errore. In alcune opere si avverte infatti una tensione più sottile, quasi una vibrazione trattenuta sotto la superficie del decoro. Gli sguardi dei santi, la costruzione delle mani, l’uso del colore e certe pause tra le figure rivelano un’attenzione psicologica che supera la semplice illustrazione del dogma.

L’allestimento, sobrio e privo di effetti spettacolari, accompagna bene questa lettura. Non sono presenti infatti teatralizzazioni superflue e tentativi di attualizzazione forzata ma si è scelto di lasciar parlare le opere nella loro densità storica, rispettando la natura stessa della pittura di Cesi, fatta di equilibrio e controllo.
La mostra ha il merito di restituire spessore a un artista della coscienza prima ancora che dello stile, che non subisce la Controriforma ma la interpreta fino in fondo, trasformando la pittura in un campo di meditazione. E la sua apparente sobrietà, osservata da vicino, si rivela ai nostri occhi come una forma di radicalità silenziosa.











