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Il Barocco dove non te lo aspetti: Pontremoli e la costruzione della meraviglia
Arte antica
Il Barocco è spesso interpretato come il linguaggio delle grandi capitali del potere: nasce dove esistono corti strutturate, committenze forti, scuole artistiche riconoscibili. È per questo che il Barocco di Pontremoli costituisce un caso di studio particolarmente interessante. Non perché marginale ma perché sviluppato in un contesto apparentemente periferico, che rivela invece una straordinaria capacità di mediazione culturale e di sintesi formale.
Pontremoli è una città di lunga durata storica. Il territorio risulta abitato già a partire dal IV millennio a.C., come attestano le statue stele, e la sua collocazione geografica – in posizione di confine tra Liguria, Toscana ed Emilia – ne ha determinato nei secoli la funzione strategica. La città si struttura come luogo di passaggio e di sosta lungo la Via Francigena, assumendo un’identità profondamente legata alla mobilità, allo scambio e alla circolazione delle merci, delle persone e delle idee.

Questa vocazione al transito non si esaurisce con il Medioevo. Nel 1650 Pontremoli entra a far parte del Granducato di Toscana, inaugurando una fase di stabilità politica che favorisce una crescita economica significativa. Il potenziamento dei traffici marittimi e il ruolo del porto di Livorno trasformano Pontremoli in un centro di raccolta e smistamento delle merci dirette oltre l’Appennino. La città assume così la funzione di “città-magazzino”, nodo logistico ma anche spazio di mediazione culturale tra mondi diversi.
È in questo quadro che prende forma il Barocco pontremolese. La committenza non è di corte ma borghese: imprenditori, mercanti di stoffe, uomini d’affari capaci di intercettare il momento favorevole e di tradurlo in investimento urbano. Palazzi, chiese e oratori diventano strumenti di autorappresentazione, luoghi in cui il successo economico si trasforma in linguaggio architettonico e decorativo.

In assenza di una scuola artistica locale strutturata, i committenti pontremolesi chiamano artisti provenienti da contesti diversi: Lombardia, area cremonese, Emilia, Toscana e Svizzera. Questa pluralità di provenienze genera un Barocco composito, non imitativo, capace di fondere tradizioni figurative differenti in una sintesi originale. Il risultato è un linguaggio colto ma non ridondante, spettacolare ma calibrato sugli spazi disponibili.

Elemento centrale di questa stagione è la quadratura, intesa come architettura dipinta e dispositivo illusionistico. Le quadrature ampliano gli spazi, ne alterano la percezione, costruiscono ambienti che superano i limiti fisici dell’architettura reale. In questo ambito si colloca la figura di Giovanni Battista Natali, protagonista della stagione barocca pontremolese. Natali lavora spesso in contesti complessi, nati dall’accorpamento di edifici medievali, e trasforma queste irregolarità in opportunità progettuali. Le sue architetture dipinte non si sovrappongono allo spazio, ma lo interpretano, creando continuità visive e tensioni prospettiche che coinvolgono attivamente lo spettatore.
Il lavoro di Natali si inserisce in una pratica corale del cantiere barocco, in cui pittori di figura, stuccatori, intagliatori e doratori collaborano alla costruzione di un effetto unitario. Marmo, stucco, legno dipinto e dorature concorrono a una scenografia complessiva in cui la materia reale e l’illusione pittorica si equilibrano, dimostrando come il Barocco pontremolese sappia coniugare ambizione e misura.

Accanto ai palazzi urbani, un ruolo determinante è svolto dalle ville di campagna, che estendono il progetto barocco oltre il perimetro cittadino. Queste residenze non sono semplici luoghi di villeggiatura, ma nodi di un sistema economico e simbolico che lega città e territorio. Tra queste, Villa Dosi Delfini rappresenta un caso emblematico: una residenza concepita come spazio di rappresentanza, capace di ospitare eventi di grande rilievo, come la visita della corte dei Farnese. Episodi di questo tipo restituiscono la misura delle ambizioni della committenza pontremolese e del ruolo politico e relazionale assunto dalle ville nel Settecento.
Molte di queste dimore, urbane e rurali, sono ancora oggi proprietà privata e conservano una continuità abitativa rara. È proprio questa dimensione privata, normalmente inaccessibile, a rendere particolarmente significativo il progetto Pontremoli Barocca che, attraverso aperture straordinarie, in programma l’11 e 12 aprile 2026, consente di leggere la città da una prospettiva diversa, con varie modalità di visita proposte dagli organizzatori Sigeric e Farfalle in Cammino, restituendo visibilità a una stagione storica spesso marginalizzata.
Nella prima giornata, si visiteranno le tre dimore nobiliari della campagna della Lunigiana del nord: dai dintorni di Pontremoli con Villa Dosi Delfini e Villa Pavesi Negri Baldini e il suo Giardino dei Riccioli, in località Scorano, a Villa Pavesi Ruschi, a pochi chilometri, a Teglia di Mulazzo. La giornata di domenica porterà invece alla scoperta di sette luogi: Palazzo Dosi Magnavacca, Palazzo Pavesi-Ruschi Noceti, Ca’ di Piazza – Palazzo Zucchi Castellini, Palazzo Vescovile, Chiesa di San Giacomo d’Altopascio, l’Oratorio di Nostra Donna e il Convento di San Francesco con la sua Biblioteca Antica e il restaurato Erbario settecentesco.

Pontremoli emerge così come un laboratorio inatteso del Barocco italiano: non periferia passiva, ma luogo di elaborazione autonoma, capace di tradurre linguaggi complessi in una forma coerente con il proprio tessuto urbano, economico e sociale. Un Barocco che non si annuncia, ma si scopre. E che proprio per questo continua a sorprendere.














