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Per la prima volta gli Uffizi dedicano una mostra all’antica arte della ceroplastica
Arte antica
di Ginevra Poli
C’è un mondo creativo con una storia antichissima che il tempo ha quasi cancellato: è quello delle produzioni in cera, di cui restano poche tracce proprio a causa della natura effimera del materiale. A riportarle alla luce è C’era una volta. Sculture delle collezioni medicee, la mostra visitabile fino al 12 aprile 2026 nei nuovi spazi al pian terreno degli Uffizi a Firenze. Curata da Valentina Conticelli, Andrea Daninos e Simone Verde, l’esposizione è la prima interamente dedicata alle collezioni fiorentine di arte ceroplastica tra XVI e XVII secolo. Un percorso che riunisce circa 90 opere, con prestigiosi prestiti da musei di tutto il mondo: non solo capolavori in cera, ma anche dipinti, sculture, cammei e raffinate opere in pietra dura.

All’alba del Novecento, una domanda iniziò ad ossessionare due grandi storici dell’arte, Aby Warburg e Julius von Schlosser: «E se la ritrattistica rinascimentale affondasse le sue radici nei calchi in cera realizzati, fin dall’antichità, sui volti dei defunti?». Rileggendo alcune pagine della Storia Naturale di Plinio il Vecchio e delle Vite di Giorgio Vasari, si comprende quanto i due studiosi immaginarono in quei calchi una sopravvivenza di antichi riti pagani, un curioso e perturbante intreccio tra «antiche fantasie demoniache e fasto ecclesiastico e mondano». Non è difficile figurarsi lo stupore di chi, fino all’Ottocento, varcava la soglia della Basilica della Santissima Annunziata a Firenze e si trovava immerso in un contesto stracolmo di ex voto in cera, tra cui spiccavano vere e proprie grazie ricevute sotto forma di ritratti scultorei. Emblematico è il caso del simulacro realizzato nel 1478 da Orsino Benintendi, il più celebre ceraiolo fiorentino, sotto la guida di Verrocchio, per celebrare Lorenzo il Magnifico scampato alla Congiura dei Pazzi. Col tempo, tuttavia, si è compreso come quelle teorie fossero tanto seducenti quanto profondamente legate al clima culturale in cui nacquero.

Erano gli anni in cui Sigmund Freud pubblicava L’interpretazione dei sogni (1899), introducendo la nozione di “inconscio” e discipline come antropologia, storicismo e positivismo raggiungevano il loro apice. La mostra, attraverso un’accurata rilettura di fonti e documenti, restituisce invece una storia diversa e più vicina alla realtà: quella dell’incremento di utilizzo della ceroplastica in parallelo allo sviluppo della fusione del bronzo con la tecnica della cera persa, introdotta nel 1403 da Lorenzo Ghiberti per le Porte del Battistero di Firenze. Nata come sottoprodotto dell’industria del bronzo, un’arte “minore”, economica e funzionale, la cera si affrancò progressivamente fino a diventare un linguaggio autonomo. Un’arte capace di ipnotizzare lo sguardo e di raggiungere il suo apice tra Manierismo e Barocco, come dimostrano le sale dedicate a Gaetano Giulio Zumbo, maestro della cera protetto da Ferdinando de’ Medici.

Ceroplastica: un brivido “horror” agli Uffizi
In mostra agli Uffizi c’è spazio anche per un lato più oscuro dell’immaginario sacro grazie ai Quattro Novissimi in cera: Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso, ineludibili approdi dell’esistenza umana. Il tema conobbe una straordinaria fortuna nel clima della Controriforma, al punto da essere replicati in cera per tutto il Seicento e, in alcuni casi, anche oltre. L’invenzione di queste opere è attribuita al pittore e ceroplasta siciliano Giovanni Bernardino Azzolino (Cefalù, 1572 – Napoli, 1645), attivo a Napoli insieme al medaglista Giulio de Grazia. Il loro linguaggio colpì nel segno, tanto da raggiungere anche la nostra Firenze: lo testimonia un ciclo di grandi tele, oggi perdute, commissionate da Cosimo III de’ Medici a Giuseppe Nicola Nasini (Castel del Piano, 1657 – Siena, 1736) per la sesta sala dell’Appartamento invernale di Palazzo Pitti. Realizzate tra il 1690 e il 1694, le opere coincidono con la permanenza fiorentina di Gaetano Giulio Zumbo, confermando quanto la ceroplastica siciliana fosse apprezzata e temuta al tempo stesso nel contesto religioso cittadino. Prima del Seicento, i Novissimi venivano condensati in un’unica immagine, sia in pittura sia in incisione. Solo in un secondo momento, grazie anche alla diffusione di stampe nordiche e delle figure in cera, prevalse la rappresentazione separata delle singole figure. Ed è proprio la cera, materia duttile e traslucida, a rendere queste opere disturbanti e magnetiche: non semplice curiosità o gusto per il macabro, ma un mezzo potentissimo per riflettere sul peccato, sulla corruzione del corpo e sul difficile cammino verso la purezza e l’ascesi.

Tre opere da non perdere attribuite a Giulio de Grazia
Tra i capolavori più interessanti del percorso espositivo si ricordano le tre opere attribuite a Giulio de Grazia (documentato a Napoli dal 1598 al 1641), abitualmente conservate nel Tesoro dei Granduchi di Palazzo Pitti e capaci di catturare lo sguardo e trattenerlo a lungo. Le prime due sono Anima in Purgatorio e Anima dannata, rilievi realizzati tra il 1600 e il 1620 in cera policroma, vetro, osso, mica e specchio. Si tratta degli unici due rilievi pervenutici di un gruppo di tre Novissimi appartenuto a Vittoria della Rovere e documentato nella villa di Poggio Imperiale nel 1691. Per qualità di esecuzione, sembrano non avere precedenti, tanto da essere stati attribuiti alla mano raffinata ed inquieta del ceroplasta napoletano, molto vicino alla corte medicea.

Anche San Francesco, realizzato in cera policroma su vetro e documentato nel 1621 nell’inventario di Antonio de’ Medici, può essere attribuito allo stesso artista per ragioni stilistiche. Il volto scavato del santo, la sua espressività accentuata e la consistenza della materia risultano tanto moderni da farlo sembrare un personaggio uscito da un film di Tim Burton. A chiudere il lungo percorso, una piccola curiosità: una teca vuota racconta il perdurare degli ex voto nella devozione popolare. Le Gallerie degli Uffizi avevano acquistato online alcune parti anatomiche in cera, ma gli oggetti non sono mai arrivati a Firenze. Il motivo? Erano destinati esclusivamente al Santuario della Madonna di Fatima, dove sono stati fusi nel grande falò votivo del piazzale e offerti alla Vergine. Un finale inatteso, che ricorda come la cera, ancora oggi, continui a vivere.











