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A Bilbao, Arts of the Earth: un suolo che respira, un museo che si fa ecosistema
Arte contemporanea
Il Guggenheim è uno di quei musei che ti inghiotte in maniera vorace, prima ancora che tu vi metta piede: il solo guardarlo ti inserisce in un circuito di movimento che prefigura quello interno, che ti fa abitare lo spazio da dentro e da fuori, seguendo quelle curve sinuose e metalliche che tanto lo rendono iconico. Gehry, con il suo stile decostruttivista, traccia quasi a colpi di pennello forme eleganti in pietra calcarea, vetro e titanio, perché – come detto più volte dallo stesso architetto – «l’acciaio non somiglia al cielo di Bilbao». La stessa Bilbao sul cui skyline si adagia l’edificio è da subito entrata in fortissimo rapporto con il museo che l’ha trasformata da città industriale a città d’arte. E se da un lato la città ha saputo aprirsi al museo, d’altro canto il Guggenheim ha seguito con le proprie scelte curatoriali un dialogo sempre attento, sempre proiettato alle problematiche attuali e mai autoreferenziale né autoconclusivo.

È il caso di Arts of the Earth, la mostra che dal 5 dicembre 2025 al 3 maggio 2026 occupa gli spazi del museo basco e si dipana, sala dopo sala, per raccontare la relazione tra arte e natura. Si tratta di un organismo vivo, un esperimento curatoriale che ci costringe a ripensare il nostro rapporto con il pianeta partendo proprio dalla terra, la materia prima più antica e silenziosa. A cura di Manuel Cirauqui, con il patrocinio di Iberdrola, l’esposizione compie un movimento duplice e ambizioso: da un lato, traccia una genealogia trasversale dell’arte del Novecento e dei nostri giorni che ha fatto del suolo, della materia organica e dei processi naturali il suo medium e il suo messaggio; dall’altro, trasforma fisicamente gli spazi del museo in ambienti condizionati, in cui la conservazione delle opere coincide con il benessere delle specie vegetali vive.

Un museo così “prepotente” a livello architettonico si rivela spesso un’arma a doppio taglio: può custodire incorniciando con estremo carattere, o può finire per sovrastare il suo contenuto. Nel caso di Art of the Earth, assistiamo a una “pacifica convivenza” fra le due entità. È come se il curatore avesse voluto mettere in equilibrio opere e cornice senza far prevaricare una parte sull’altra, intervenendo soprattutto sulle soglie visive e sulle distanze tra le installazioni. Non a caso, la sfida più radicale della mostra è stata probabilmente proprio quella museografica. «È nel materiale che le opere esprimono il loro rapporto più forte con il tempo. Ed è per questo che ha rappresentato una sfida per questo contesto, tradizionalmente associato alla conservazione nel senso più fondamentalista del termine, il contesto museale in cui, di norma, l’obiettivo è quello di eliminare completamente il futuro organico dei materiali», ha affermato Cirauqui. Il Guggenheim, già impegnato per la neutralità carbonica entro il 2030, utilizza Arts of the Earth come prototipo del museo di futuro: un luogo in cui la sostenibilità non è solo un messaggio, ma un metodo, un approccio, verificabile anche nelle sue procedure operative.
Il percorso, volutamente non suddiviso in sezioni tematiche, si sviluppa per affinità eco-poetiche circostanziate, spesso basate su materiali o processi condivisi. Si passa dalla radicalità profetica di Joseph Beuys e dai suoi delicati collage vegetali, alla monumentale e anti-monumentale materia di Giovanni Anselmo e Meg Webster. I 48 artisti in mostra compongono un mosaico esperienziale tattile, olfattivo e visivo. Un approccio trasversale ai sensi e trasversale alle discipline che trova i suoi punti più convincenti proprio quando scaturisce da pratiche empiriche, e non da etichette curatoriali.

«Queste opere d’arte che sono incluse nella mostra, questo è forse un filo conduttore, esse incorporano questi processi metabolici, esse provengono dall’ecosistema rispettosamente, possono ritornare all’ecosistema anche rispettosamente» – si guardi ad esempio ai 26 alberi di diverse specie locali di Asad Raza che, al termine dell’esposizione, verranno trapiantati in territorio basco. «In alcuni casi sfidano radicalmente i principi della conservazione, persino della presentazione delle opere d’arte negli spazi museali che sono tradizionalmente inerti e stabilizzati, resi asettici»: un punto che si concretizza soprattutto nelle sale in cui umidità e luce devono rimanere compatibili più con la vita vegetale che con la conservazione tradizionale.
L’inizio del percorso (gallerie 205–207) esplora il lavoro di figure che hanno anticipato il rapporto tra arte e cambiamento climatico, dalle opere su corteccia di Jimmy Lipundja ai lavori effimeri degli anni ’70, fino all’intervento immersivo di Delcy Morelos. Qui, alcune sale sono mantenute in condizioni ambientali speciali per ospitare organismi viventi, come le installazioni botaniche di Hans Haacke, Isa Melsheimer e Asad Raza.

Nella galleria 209 il focus si sposta sui materiali della terra nelle loro forme più diverse – creta, sabbia, miscele sperimentali, suoli terrestri ed extraterrestri – con opere che esplorano trasformazione, decomposizione e ibridazione.
Le gallerie 201 e 203 affrontano invece le realtà antropogeniche e le strategie di rimedio ecologico: dal fitorisanamento di Mel Chin alle ricerche sui semi migranti di Sumayya Vally; dalle pratiche amazzoniche studiate da Paulo Tavares ai processi di compostaggio culturale. Materiali etnografici baschi dialogano con opere contemporanee e ritualità di altre comunità.
La galleria 202 chiude il percorso con una meditazione sulla sostenibilità come eredità dell’astrazione moderna. Qui convivono la forza scultorea di Giuseppe Penone – con un tronco intagliato e una grande unghia di cristallo su foglie di alloro – e la svolta ecologica di Agustín Ibarrola. Le forme essenziali e arcaiche di artisti come Michele Stuart, María Cueto, Richard Long, Solange Pessoa, Gabriel Orozco e Daniel Steegmann Mangrané offrono un ultimo sguardo sulla metamorfosi continua tra mondo minerale, vegetale e animale.

L’approccio interdisciplinare è la vera forza del progetto. Arts of the Earth non si accontenta di esporre le opere, ma mette in dialogo biologia, agronomia, artigianato ancestrale e attivismo ambientale: tutto converge in una mappatura corale della crisi ecologica, vista non come un tema, ma come condizione esistenziale dell’arte contemporanea. Una trasformazione che «non è osservata dalla prospettiva di stili o movimenti o anche di specifiche geografie ma piuttosto è osservata dalla prospettiva delle materialità, come le opere d’arte stesse nella loro essenza materiale hanno risuonato con le ansie, con le sorprese, con la perplessità che noi abbiamo sperimentato mentre questa situazione critica si è manifestata globalmente su un livello planetario», afferma il curatore.
Particolarmente riuscita è la scelta di far convergere negli stessi spazi icone storiche della Land Art, dell’Arte Povera e del Concettualismo con pratiche artistiche comunitarie e saperi indigeni. Opere come quella di Claudia Alarcón, legata alle donne del Gran Chaco argentino, spezzano qualsiasi visione eurocentrica della “natura in mostra”, facendo sì che la terra non funga solo da sfondo, ma diventi soggetto collettivo, memoria viva. Con le stesse curve dell’edificio, che conferiscono alle visite un andamento mai spezzato – senza spigoli, senza interruzioni – si recupera un bagaglio di ancestralità rituale che è possibile scorgere in alcune delle opere, la «ricomparsa di un’ancestralità che non è mai stata assente e che, di fatto, è l’ancestralità del presente stesso», riprendendo le parole del curatore in merito alle opere di Alarcón. Una scelta che qui si manifesta più come pratica comunitaria che come archetipo estetico.

Il programma Didaktika accompagna il visitatore con uno spazio educativo, Il substrato dell’arte, che mostra le azioni di sostenibilità del museo e propone laboratori, conferenze e attività, cercando di tradurre i temi della mostra in un’esperienza condivisa e fruibile.
Un modo di dire basco recita: «Ezina ekinez egina», che si potrebbe tradurre con «L’impossibile si fa con l’agire». Questa frase è anche il titolo di un documentario che celebra i volontari che rendono accessibili natura e sanità nei paesi baschi, presentato il 29 novembre proprio negli spazi dell’auditorium del Museo Guggenheim. Arts of the Earth, in definitiva, si muove esattamente in questa direzione: una mostra necessaria, di azione. Non solo per la qualità e la rilevanza delle opere esposte – coralmente e in modo abbastanza coerente, in un insieme che trova i suoi punti più solidi quando le traiettorie materiali entrano in frizione costruttiva – ma per la sua capacità di inserirsi in quel dibattito che riscrive il contratto tra arte e pianeta. La mostra ci lascia con una domanda semplice e urgente: il museo può essere un ecosistema? A Bilbao, per qualche mese, la risposta è intorno a noi.











