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Armitage e Kanwar a Palazzo Grassi a Venezia: pittura e video come atti di dissenso sul presente
Arte contemporanea

A Venezia, dal 29 marzo 2026 al 10 gennaio 2027, Palazzo Grassi presenta due tra i progetti più attesi della stagione: The Promise of Change di Michael Armitage e Co-travellers di Amar Kanwar, in dialogo con gli interventi di Lorna Simpson e Paulo Nazareth alla Punta della Dogana. Si accede da Campo San Samuele, nel sestiere di San Marco, in una posizione leggermente defilata rispetto ai flussi principali. Le ampie stanze si dispongono attorno alla corte. La luce è chiara e piena, riflessa dalle finestre sul Canal Grande e su Ca’ Rezzonico, con il suo Settecento intatto. La Pinault Collection, da tempo impegnata a Venezia con un programma di grandi monografiche rivolte agli artisti contemporanei, affida qui i 3 piani di Palazzo Grassi a Michael Armitage, con la curatela di Jean-Marie Gallais in collaborazione con Hans Ulrich Obrist e Michelle Mlati; una parte del livello superiore è dedicato ad Amar Kanwar, sempre a cura di Gallais.

Nato a Nairobi nel 1984, Armitage si forma a Londra tra Slade School e Royal Academy Schools. Appartiene a una generazione che riporta la figurazione al centro senza nostalgia e usa il quadro per lavorare su politica, storia e immaginario. Il suo linguaggio tiene insieme tradizione occidentale, letteratura africana, cinema e cronaca. Ne risultano opere di grande taglia, attraversati da colori intensi e contrastati, in cui la presenza umana a volte sfugge ai propri contorni, altre va cercata sul fondo, mescolata alle vicende in corso.

L’origine è il Kenya. Nairobi cresce rapidamente, travolta da disuguaglianze e conflitti ricorrenti, e le elezioni marcano ogni volta un punto di rottura. Nell’agosto 2017 si tengono le presidenziali e il rinnovo del Parlamento; il 1º settembre la Corte Suprema annulla il voto per irregolarità e indice nuove elezioni per ottobre, aprendo una fase solcata da proteste, scontri e repressioni. Quel clima entra nelle scene di folla, nelle manifestazioni, nelle cariche della polizia, nei gesti del potere. Le immagini oscillano tra riconoscibile e indefinito, si allargano e perdono un centro unico, mentre elementi tratti dalla realtà convivono con presenze che sembrano provenire da altri racconti. Il ritmo è continuo, quasi cinematografico.

Agli esordi Armitage mette in discussione il proprio mezzo e se ne allontana per onestà, perché troppo legato a una tradizione occidentale. Arriva a interromperlo, poi vi torna cambiandone le condizioni: abbandona la tela e sceglie il lubugo, un tessuto ottenuto dalla corteccia del ficus natalensis, inciso e staccato senza abbattere l’albero e poi battuto fino a diventare un manto morbido. Diffuso in Africa orientale anche in ambito rituale, resta visibile e attivo. Pieghe, buchi e cuciture ne determinano l’andamento, rendendo la superficie instabile e mai del tutto controllabile.
Una sala approfondisce questo processo, mentre un’intera sezione è destinata al disegno, con numerosi studi, straordinari, da cui si genera tutto il resto.
La sua pratica sta dentro la tradizione della grande arte occidentale e allo stesso tempo la mette in crisi. La ripercorre, ne assorbe il peso, ma ne espone bene i limiti, soprattutto quando quella storia si impone su altre sensibilità. Per un artista ancora giovane, la portata della ricerca sta in questa capacità di rimettere in gioco la pittura come luogo di confronto tra storie diverse, senza mai semplificarle.

Qui le figure femminili sono centrali e conducono a un ulteriore livello. In #mydressmychoice Armitage richiama un episodio avvenuto a Nairobi nel 2014, quando una donna fu aggredita e spogliata in pubblico, e disegna una scena che richiama la posa del nudo occidentale per alterarne il senso. In Conjestina, ritratto della pugile keniana Conjestina Achieng, il corpo si mantiene in equilibrio tra padronanza e cedimento, come se ogni mossa incarnasse impulso e resistenza.
Nelle ultime serie l’attenzione si concentra sulle migrazioni, sugli spostamenti per il continente africano e sulle traversate verso l’Europa. Il lessico si fa più essenziale e teso, i corpi si disperdono, a tratti si dissolvono, mentre il paesaggio si riduce a pochi elementi deserto, acqua, notte, organizzati in grandi campiture che descrivono un universo senza appigli. Anche lo sguardo resta esposto, costretto a sopportare ciò che accade.
È una mostra importante e fortissima. Colpisce il paradosso: un’indagine così densa, radicata in questioni politiche e materiali complessi, entra oggi nelle collezioni più esclusive e in un mercato di cifre a più zeri. Questa distanza non ne attenua la forza, semmai la rende manifesta. Armitage è uno degli artisti più incisivi della sua generazione.

(wall, from left to right) Paulo Nazareth, Oblie, 2016, Pinault Collection; MAQINA DE REVER O PASSADO, 2019, courtesy of the artist and Mendes Wood DM, São Paulo, Brussels, Paris, New York; CONTINENTS APPROACHING MACHINE, 2019, courtesy of the artist and Mendes Wood DM, São Paulo, Brussels, Paris, New York. (center, video) Paulo Nazareth, L’Arbre D’Oublier, 2013, Pinault Collection. Installation view, “Paulo Nazareth. Algebra”, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Jacopo Salvi © Palazzo Grassi, Pinault Collection
Al piano superiore, con Amar Kanwar (New Delhi, 1964), la riflessione non si affievolisce, si sposta solo di geografia.
Si colloca tra cinema documentario, teoria politica e pratiche visive emerse in India tra la fine degli anni Ottanta e i Novanta, in un orizzonte segnato da conflitti territoriali, squilibri sociali e mutamenti profondi. Da allora il suo tragitto si consolida su aree di crisi dell’Asia del Sud, muovendosi tra esperienza diretta e raccolta di testimonianze. Co-travellers mette in relazione due proposte distanti nel tempo che chiariscono questa direzione. Il primo nasce da un gesto compiuto in Birmania, oggi Myanmar, durante gli anni della dittatura militare, quando ogni libro doveva riportare in apertura le dichiarazioni ufficiali del regime. Un libraio, Ko Than Htay, decide di strappare sistematicamente quella prima pagina, trasformando un atto minimo in dissenso e opposizione quotidiana. Ispirandosi all’episodio Kanwar compone un’installazione di immagini, documenti e carta, in cui il fatto storico non viene ricostruito ma reso leggibile con frammenti, lacune, sovrapposizioni.

Nel secondo lavoro, l’ambiente è immerso nel buio, varcata da schermi quasi invisibili in cui fotografie e testi compaiono e scompaiono senza gerarchia. Non ci sono voci né persone solo una sequenza di resconti brevi appoggiati sulla musica. Kanwar riduce progressivamente gli elementi e si concentra su forme più essenziali, che toccano violenza, responsabilità, memoria e giustizia senza mai nominarle in modo esplicito. Capire il presente non accade da sé, richiede studio, visione, dedizione. È un esercizio che pochi possono sostenere; quando un’autorevole committenza decide di farsene carico, bisogna apprezzare.












