01 marzo 2022

Biennale di Venezia: un giardino distopico per il Padiglione Georgia

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A due mesi dall'apertura della 59ma Biennale d'Arte Contemporanea di Venezia, continuano gli annunci dei progetti dei Padiglioni: questa volta tocca alla Georgia e al suo spazio distopico

Gli artisti Mariam Natroshvili e Detu Jincharadze

Manca ormai poco all’inaugurazione della 59ma Biennale d’Arte di Venezia, che aprirà le porte all’Arsenale, ai Giardini e si diffonderà in tutta la Laguna a partire dal 23 aprile 2022 e, intanto, continuano gli annunci dei progetti.

Il padiglione della Georgia

Per il Padiglione della Georgia alla Biennale di Venezia 2022, Mariam Natroshvili e Detu Jincharadze presenteranno “Mi fa pena il giardino”, opera incentrata sul presagio della fine che introduce il visitatore nel realismo magico dell’antropocene mediante un’installazione video e un’esperienza VR. Il titolo del progetto, a cura di In-between Conditions, piattaforma curatoriale indipendente fondata nel 2018 da Giorgi Spanderashvili, Khatia Tchokhonelidze e Vato Urushadze, ripropone i famosi versi della poetessa iraniana Forugh Farrokhzad (1934-1967) sul “giardino morente” che descrive, dalla spiccata prospettiva eco-femminista dell’autrice, il rapporto emotivo di una donna con il mondo circostante.

Mariam Natroshvili e Detu Jincharadze, I Pity the Garden, 2022, Gif image and studies for VR Experience "I Pity the Garden". Courtesy the artists.
Mariam Natroshvili e Detu Jincharadze, I Pity the Garden, 2022, Gif image and studies for VR Experience “I Pity the Garden”. Courtesy the artists

Mariam Natroshvili e Detu Jincharadze sono due artisti che vivono a Tbilisi e lavorano insieme dal 2011. Usano strumenti come il linguaggio, le parole, i testi, VR e CGI per focalizzarsi su temi come la scomparsa e l’oblio, interrogandosi sul concetto di memoria personale e collettiva trasformata da eventi socio-politici di rilievo: «Per gli artisti nati qualche anno prima della disintegrazione dell’URSS, la sensazione della fine è parte intrinseca della memoria e della quotidianità. L’instabilità del Sud globale genera una permanente ma variegata attesa della fine: una fine che non implica necessariamente la scomparsa ma presuppone piuttosto l’inizio di qualcosa di diverso, anche se spesso la drammaturgia degli eventi assomiglia a quella di una realtà distopica o di una fiaba dell’orrore. Un giardino metaforico vuoto che si secca, s’infuoca e muore».

Lo spettatore sarà completamente immerso in un ambiente ipnotizzante, costruito da forme mitopoietiche della narrazione artistica: l’orizzonte è infuocato, la città è svuotata, un cane abbaia incatenato al muro delle parole, un ufficio si sfascia, gli scaffali di un supermercato sono invasi dagli insetti. L’ambiente svuotato sembra un videogame abbandonato, privo di presenza umana. Si vedono solo le orme lasciate da esseri umani, gli errori irrimediabili, le ferite della Terra. La scena centrale dell’esperienza VR è il giardino dei fantasmi, un giardino virtuale che raccoglie le piante estinte a seguito dell’intervento umano. Questa crisi ecologica nella vita reale, rappresentata tramite l’esperienza VR, come gli altri, è un segno della fine.

“Mi fa pena il giardino” è un’opera poetica che restituisce un ambiente traumatizzato, avulso dalla realtà oggettiva. Gli spettatori sono invitati a muoversi tra le sequenze visive interattive e autogenerate di un puzzle non lineare, costituito da luoghi reali e ambienti frammentati, i quali illuminano l’universo scosso dall’operato umano. È un’opera che ci parla, con una nuova lingua surreale, dell’epoca tecnologica, di una fine e di un inizio.

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