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Chi sono i nuovi protagonisti della Biennale? Sette padiglioni debuttano a Venezia
Arte contemporanea
di redazione
Mentre fuori dai Giardini e sui social continua a infuriare il dibattito sulle presenze e le assenze “pesanti” di questa edizione — ricordiamo sia l’assenza del Sud Africa che le partecipazioni contestatissime di Israele, Russia e USA — la geografia della 61. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia si espande silenziosamente verso nuove latitudini. Se il centro del sistema sembra scricchiolare sotto il peso delle tensioni geopolitiche, i margini spingono per entrare nel flusso, portando in Laguna una ventata di freschezza necessaria e, in molti casi, profondamente meditativa.
Sono infatti ben sette i Paesi che partecipano per la prima volta alla Biennale Arte di Venezia, a cui si aggiunge il debutto di El Salvador con un proprio padiglione indipendente (affidato alla ricerca scultorea di Beatriz Cortez).
Il Vietnam e l’estetica del silenzio
Tra le novità più attese, la Repubblica Socialista del Vietnam entra in scena con un approccio che è l’antitesi della spettacolarizzazione. Il padiglione, intitolato Vietnam: Arte nel flusso globale, sceglie la via del “modo minore”, in piena assonanza con il tema di quest’edizione della Biennale.
Invece di gridare dichiarazioni politiche esplicite, dieci artisti vietnamiti portano in Arsenale la millenaria tradizione della lacca: Le Huu Hieu e Nguyen Thanh Chuong, Doan Thi Thu Huong, Bui HuuHung, Le Hoang Nguyen,Trinh Tuan, Dinh Van Quan, Nguyen TruongLinh,Trieu Khac Tien, Le Nguyen Chinh.

La resina naturale, lavorata con stratificazioni lente e pazienti levigature manuali diventa, nella poetica del padiglione, un linguaggio per parlare di interconnessione e pace. In un’epoca di fratture, il Vietnam risponde con una superficie profonda, dove i rossi cinabro e i neri profondi sembrano invitare il visitatore a un ascolto interiore, lontano dai fragori dei conflitti esterni. Inoltre, il dialogo tra la lacca, lo spazio, l’architettura e altre pratiche tradizionali qui presentate amplia le possibilità espressive del materiale e rafforza l’atmosfera di silenzio, introspezione e raccoglimento che caratterizza l’intero progetto.
I nuovi padiglioni della Biennale di Venezia, dall’Africa al Pacifico
Ma il Vietnam non è solo. L’Africa consolida la sua presenza con debutti di grande spessore. La Repubblica Federale di Somalia presenta SADDEXLEEY, un progetto che mutua il nome da una complessa forma poetica somala in tre parti. Qui gli artisti Ayan Farah, Asmaa Jama e Gouled Ahmed esplorano il paesaggio non solo come dato fisico, ma come corpo politico e spirituale.
Anche la Repubblica di Guinea (con il progetto Foglie di una stessa radice), la Repubblica della Guinea Equatoriale (con FOREST UNDERGROWTH), la Sierra Leone (con la mostra First Light) scelgono di indagare le radici e la rinascita post-coloniale, portando a Venezia una narrazione che finalmente prescinde dai soliti sguardi eurocentrici.
Curiosità estrema desta poi il debutto della Repubblica di Nauru. La micro-nazione del Pacifico — nota per essere tra i Paesi più piccoli e isolati al mondo — sbarca in Laguna con una consapevolezza ecologica e identitaria che promette di essere una delle sorprese più autentiche di questa edizione. Una partecipazione che testimonia come la Biennale possa essere, per una piccola isola, il megafono perfetto per parlare di sopravvivenza e futuro.

Il Qatar in attesa dei Giardini
Infine, c’è il caso del Qatar. Per questa Biennale il Paese si presenta con un padiglione provvisorio (come avvenuto l’anno scorso, in occasione della Biennale Architettura). Il progetto di quest’anno, curato da Tom Eccles e Ruba Katrib, si intitolerà Untitled (a gathering of remarkable people) e vedrà riuniti lavori di Rirkrit Tiravanija, Sophia Al Maria, Tarek Atoui, Alia Farid, Fadi Kattan.
Si tratta perciò di una sorta di “prova generale” o di avamposto strategico —in grande stile— in attesa del proprio padiglione permanente ai Giardini, previsto per i prossimi anni.











