28 febbraio 2026

Dalla finestra allo schermo: Flavio de Marco riscrive la storia della pittura in formato digitale

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La mostra Screen Life di Flavio de Marco alla Villa delle Rose di Bologna attraversa l’intera vicenda artistica dell’artista, dagli esordi alla produzione più recente, e costituisce un’occasione rara per osservare in modo organico l’evoluzione del suo lavoro

flavio de marco
Flavio de Marco, Riavviamento del sistema, 2023. Olio su tela, cm 30 x 40 Foto Ornella De Carlo

A Villa delle Rose di Bologna, fino al 29 marzo 2026, la mostra personale Screen Life di Flavio de Marco prende avvio da un dipinto del 1999 in cui compare uno schermo di computer grigio e opaco, tipico degli anni Novanta: una superficie totalizzante, quasi fantascientifica, che diventa lo spazio simbolico in cui si annida una nuova visione. È lo spazio che si apre – allora come oggi – davanti a noi quando siamo seduti al computer, uno spazio che non è più esterno e reale, ma interno e virtuale. Infine, l’idea dell’opacità del quadro rimanda alla funzione semiotica dell’autoreferenzialità del dispositivo, che ha definitivamente perso la trasparenza della finestra aperta sulla realtà.

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Flavio de Marco, Paesaggio con veduta (Bologna I), 2009. Acrilico su tela, cm180 x 298 Collezione Maramotti, Reggio Emilia

I quadri-schermo vuoti, emblema del virtuale e della post-rappresentazione, sono collocati nella sezione dedicata al Paesaggio. Se storicamente il quadro funzionava come una finestra aperta sul mondo, luogo privilegiato della rappresentazione paesaggistica, con l’avvento del personal computer lo spazio si dispiega all’interno della “scatola” dello schermo. Lo schermo sostituisce così lo spazio prospettico panofskiano, delimitato dalla finestra che inquadrava e ordinava la visione: il nuovo spazio simbolico è quello del monitor.

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Veduta della mostra Flavio de Marco. Screen Life presso Villa delle Rose MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna| Settore Musei Civici | Comune di Bologna Foto di Ornella De Carlo

Nella sezione Orizzonte le finestre che si aprono sullo schermo scorrono l’una sull’altra, si moltiplicano in modo piatto e indifferente, popolandosi di immagini di cieli, mari e nuvole. Emblematica di questo nucleo è l’opera Mimesis 04, un grande riquadro composto da riquadri, in cui compare la testa di Giulio Paolini che guarda se stessa. La mimesi – intesa come restituzione “realistica” e mimetica della realtà, codice millenario dell’arte occidentale – viene qui interrogata e spostata: il “più vero del vero” non coincide più con il mondo esterno come referente, ma con l’immagine mediata dallo schermo. Non a caso de Marco utilizza talvolta il cliché del mimetico, introducendo in alcuni riquadri una pennellata che simula l’estetica dell’immagine vettoriale.

Un altro aspetto interessante del lavoro dell’artista è la cura quasi maniacale riservata alle cornici, che de Marco disegna personalmente. Lontane dall’essere semplici elementi accessori, le cornici sono caratterizzate da ritmi spezzati e incongruenze formali che le rendono incapaci di racchiudere il quadro in modo definitivo. Diventano così dispositivi instabili che, con un vero e proprio salto mortale, riportano il discorso alla materialità dell’opera, pur rinunciando alla loro funzione tradizionale di contorno chiuso e rassicurante del mondo della rappresentazione.

Veduta della mostra Flavio de Marco. Screen Life presso Villa delle Rose MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna| Settore Musei Civici | Comune di Bologna Foto di Ornella De Carlo

La sala successiva, Souvenirs, riprende il titolo della mostra Souvenir Schifanoia del 2007, quando l’artista fu invitato a confrontarsi con il Salone dei Mesi dei pittori ferraresi del Quattrocento. A un palinsesto storico se ne sovrappone uno contemporaneo: un montaggio di quadri nel quadro che rimanda al turismo, al nostro continuo viaggiare dentro e fuori le immagini. È una riflessione sulla memoria mediata dell’esperienza, sul serbatoio di immagini del museo compreso, nonché sull’atto stesso del guardare, sempre più filtrato e stratificato.

Veduta della mostra Flavio de Marco. Screen Life presso Villa delle Rose MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna| Settore Musei Civici | Comune di Bologna Foto di Ornella De Carlo

Segue la serie Vedute, in cui il paesaggio viene talvolta ripreso dal vero, attraverso segni di colore discontinui che rimandano ai divisionisti o, forse più semplicemente, a un Van Gogh misurato e trattenuto. Anche le pennellate dell’artista sembrano dei souvenirs: piccoli tic, sigle visive, frammenti prelevati dal serbatoio della storia della pittura e dell’immagine digitale. L’attitudine mimetica di Flavio de Marco appare qui senza confini, testimone di uno sguardo onnivoro, attento e costantemente attivo. Non a caso l’artista ha recentemente pubblicato per Quodlibet il volume PIN (Pittura Italiana del Novecento): un excursus attraverso cento anni e cento autori che restituisce la misura di uno sguardo attento, colto e appassionato sulla pittura italiana, che si configura come una sorta di viaggio sentimentale.

Flavio de Marco, Das Mädchen in der Straßenbahn, 2023, Olio su tela, cm 50 x 35 Foto Francesco Rucci Courtesy l’artista e Galleria Studio G7, Bologna

La sezione Fiction rimanda invece al progetto Stella: tre mostre e un libro che assumono la forma di un’affascinante guida turistica di un’isola fittizia. Ritorna così il tema dell’immaginario come archivio collettivo, popolato di paesaggi, abitudini e fantasie mediate dalla comunicazione pubblicitaria, dove si è ormai persa l’allure dell’antico flâneur,  trasformatasi ormai in un’esperienza guidata, standardizzata, reiterabile.

De Marco attraversa poi i generi della pittura, soffermandosi sulla natura morta nella sezione Xenia, per arrivare a una rilettura del ritratto e del quadro di figura, inevitabilmente adattati alla condizione contemporanea. Non a caso le sezioni successive si intitolano VR e Avatar: da un lato l’individuo è colto mentre guarda uno schermo, dall’altro sembra fuoriuscire dal dispositivo sotto forma di realtà virtuale o di avatar. Ne emerge una simbiosi sempre più totalizzante e inevitabile con una dimensione mediata e irreale, che in alcune opere – dove le figure perdono la loro unità – assume tratti apertamente schizofrenici.

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