28 maggio 2021

Il canone del packaging: intervista allo scultore Giovanni Talarico

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A margine della mostra “Maneggiare con cura”, Giovanni Talarico ci racconta la sua ricerca sulla presenza scultorea del packaging, contenitore e calco dell’attività umana, ai tempi dell’antropocene

Fino al 30 maggio, la Galleria d’arte Ellebi di Cosenza ospiterà la mostra online dello scultore Giovanni Talarico, dal titolo “Maneggiare con cura”. Oltre 20 opere che raccolgono il lavoro degli ultimi 10 anni dello scultore calabrese, dalle strutture a parete in alluminio e bronzo, fino ai “container”, parallelepipedi in acciaio sostenuti da mani segnate dalla condizione umana. Abbiamo raggiunto Talarico per approfondire il discorso sul suo lavoro.

Nel tuo lavoro l’oggetto-contenitore presidia lo spazio come simbolo essenziale della rappresentazione della società contemporanea. La dimensione oggettuale come condiziona il processo artistico?

«Il mio lavoro da oltre 20 anni ha come oggetto d’indagine i contenitori ovvero packaging, tutte quelle protezioni che servono a contenere i prodotti dell’attività umana.  In questo modo diventano un’impronta, quasi fosse un calco, del contenuto, diventando come dei residui “fossili” dell’era industriale.

Questo loro utilizzo e successiva dismissione, al servizio della società dei consumi, ha molto a che fare con la pratica artistica della scultura, cioè quella di creare uno stampo per poter procedere alla creazione di una forma. La soverchiante presenza e invadenza di questi “oggetti” e di tutto quello che rappresenta la spregiudicata e a volte inutile produzione umana finisce per tappezzare porzioni di territorio, soprattutto, là dove il loro smaltimento e riciclo non si effettua in maniera virtuosa.

Questo non può non essere oggetto d’interesse per chi tiene a cuore le sorti della nostra natura e quindi del nostro pianeta. In netto anticipo la mia denuncia, visto che entrati nell’era Antropogenica, la antropomassa, ha superato nel 2020 la biomassa e quindi in un processo irreversibile porterà la natura a soccombere all’attività umana».

Con la Pop Art, soprattutto, il valore estetico dell’imballaggio esalta, in un certo senso, la ruggente ribalta della società dei consumi. La tua produzione artistica, invece, ne mette in evidenza la solitudine che li determina nello spazio. Perché il tuo interesse si concentra su questi oggetti comuni e geometrici?

«Con la mia ricerca voglio esaltare il valore estetico dell’imballaggio dato, siano essi degli ideogrammi “tatuati” sulla sua epidermide, che diventano una teoria grafica descrittiva e assumono nel mio lavoro la realtà di un motivo decorativo, e sia dalle forme a volte suadenti, come la plasticità estremamente scultorea delle bottiglie accartocciate. La ricerca quindi di un nuovo gusto estetico porta a far diventare l’oggetto indagato oggetto artistico assoluto con pieno valore totemico, esaltandone la sua potente dimensione spaziale e al contempo mettendone in luce la sua natura derelitta.

Nella precedente domanda ho già in parte risposto sul mio interesse verso questi oggetti, il motivo principale sta proprio nella natura di queste forme che hanno molto a che fare con la pratica della scultura, essendo forme che rimandano ai concetti basilari, cioè alla teoria dei vuoti e dei pieni. Quindi è possibile far diventare questi oggetti, contestualizzandoli, oggetti artistici.

Questo per quanto riguarda l’approccio con il fare artistico, l’altro interesse è dato, come già detto, dalla persistente presenza-invadenza di questi oggetti nel nostro vivere quotidiano, nell’inciampare sovente in questi residui delle nostre attività quotidiane. Tutto questo diventa ancora più palese e stridente proprio in quelle situazioni e luoghi, come nel territorio in cui vivo, dove una dis-antropizzazione del territorio sta favorendo la natura nel suo riappropriarsi di spazi un tempo destinati ad attività umane, ma questo suo avvicinarsi all’uomo non è foriero ad un suo maggiore interesse, bensì ad una mancanza totale di rispetto per l’ecosistema. Qui come in molti altri posti del pianeta la convivenza tra uomo e natura ha perso ogni forma di armonia».

Il soggetto delle tue rappresentazioni, l’albero, viene annichilito da queste strutture inglobanti ma è anche alla base della tua ricerca. Qual è la sua funzione, perché è al centro di questo annullamento percettivo?  

«L’albero soggetto principale dei miei ultimi lavori viene evocato oltre che con la sua rappresentazione tridimensionale, anche con l’identificazione grafica della sua silhouette o con particolari come la foglia. In tutti i casi queste rappresentazioni sono all’interno di strutture per lo più metalliche che ne contengono e proteggono le forme. Anche in questo caso le strutture sono container che per la loro natura e forma, estremamente rigorosa e geometrica mettono in evidenza il dominio dell’uomo sulla natura.

La forma geometrica del cubo o del parallelepipedo, difficilmente riscontrabile nelle strutture naturali, fa riferimento all’operato dell’uomo ed è come se fosse una proiezione all’interno dell’opera. Questa sua soverchiante presenza tende ad annichilire o perlomeno ad indebolire il ruolo del soggetto principale: l’albero, che però grazie alla sua forza evocatrice ritorna al centro della scena.

L’albero rappresenta una delle prime forme viventi evolute del pianeta, oltre 330 milioni di anni di presenza sulla Terra, il suo complesso DNA, la sua straordinaria vitalità e adattabilità, la sua condizione di inamovibilità lo ha portato a sviluppare caratteristiche completamente diverse dall’essere umano o animale, come il resistere e adattarsi alle condizioni avverse del clima e ad altre condizioni indotte. Gli studi in corso da parte di scienziati che stanno rivelando l’incredibile sensorialità di questi esseri viventi sono alla base del mio interesse per gli alberi.

Alla luce di queste incredibili scoperte, al suo ruolo indispensabile sul pianeta e all’invito da parte degli esperti a prestare sempre maggiore attenzione all’ecosistema, segue purtroppo, un totale disinteresse da parte della collettività».

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