30 giugno 2020

Il nuovo valore del mondo, a partire dall’opera d’arte delocalizzata

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Ipotesi sul nuovo valore dell'opera d'arte nel mondo che ci aspetta, seguendo il sottile filo rosso tra la Gioconda in vendita e i progetti delle gallerie post covid

Secondo la classifica stilata da Forbes e aggiornata in tempo reale, l’uomo più ricco del mondo, in questo preciso momento, è Jeff Bezos, il cui patrimonio netto si attesta sulla cifra di 160 miliardi di dollari (qui potete tenere sotto controllo il suo portafoglio in tempo reale). Secondo la vulgata mitopoietica, molto affezionata al tema ricorrente della genialità legata agli aspetti più minuti del quotidiano, Bezos maturò l’idea di sviluppare una piattaforma dedicata al commercio online nel garage della sua casa di Seattle. Era l’inizio del 1994, i Nirvana si erano appena esibiti in un memorabile concerto al Seattle Center Arena e Kurt Cobain sarebbe morto pochi mesi dopo. Ma il grunge, le camicie a quadrettoni sbottonate sulle t-shirt e le atmosfere blu del futuristico skyline della città sulla West Coast, avrebbero lasciato una traccia indelebile sulle fotografie degli anni ’90. Un segno probabilmente ancora più intenso era destinato a lasciarlo Bezos, almeno a giudicare dal valore della sua intuizione.

Eppure, anche per un multimiliardario plenipotenziario come il fondatore di Amazon, proprietario del Washington Post e di Blue Origin, una compagnia turistica aerospaziale, investire 50 miliardi di euro per l’acquisto di un’opera d’arte potrebbe rivelarsi un’impresa un po’ troppo azzardata. Anche se, in questo caso, si tratta dell’opera per antonomasia, cioè l’oggetto trasportabile e irriproducibile più riprodotto, visto, raccontato, rappresentato, ricordato, parodiato di sempre: la Monna Lisa.

Marcel Duchamp, L.H.O.O.Q., 1919

Il prezzo adatto alla merce per eccellenza

Questa eccezionalità sembrerebbe spiegare, almeno parzialmente, l’incredibile valutazione ipotizzata da Stéphane Distinguin, imprenditore francese nel settore delle nuove tecnologie, che qualche settimana fa ha lanciato l’idea di mettere in vendita il capolavoro di Leonardo da Vinci per rimpinguare le casse dello Stato francese, messe a dura prova – come quelle degli Stati di tutto il mondo – dalla crisi economica e sociale da Covid-19. Ma quella che è stata rapidamente derubricata a boutade dai media generalisti e di settore, oltre ad aver stuzzicato le fantasie tricolori degli irriducibili irredentisti leonardeschi, potrebbe sottintendere la necessità di ridiscutere le modalità di attribuzione di valore dell’opera d’arte. Che non solo è la merce per eccellenza, la forma in cui la materia si rende compiutamente pensabile e misurabile, ma rappresenta anche l’esperienza assoluta attraverso cui attribuire valore alla percettibilità dello spazio e del tempo, dell’hic et nunc. D’altra parte, dopo le serigrafie di Andy Warhol, anche il semplice gesto di bere una Coca-Cola non ha significato mai più la stessa cosa. E, soprattutto, non ha avuto lo stesso valore.

Jorgen Leth, Andy Warhol eating a Hamburger, 1982

«Il prezzo deve essere folle affinché l’operazione abbia un senso. Ho stimato che ci sarebbero voluti non meno di 50 miliardi di euro per acquisire la Gioconda», ha commentato Distinguin, fondatore dell’agenzia Fabernovel, multinazionale con uffici a Parigi, Lisbona, San Francisco, New York, Shanghai e Singapore, specializzata nella creazione di prodotti e servizi digitali. Più che sul valore dell’opera, il dibattito si è quindi incentrato sul prezzo.

Tim Schneider, critico esperto nel settore delle intersezioni tra arte e tecnologia, si è profuso in un attacco, commovente per quanto sistematico, della stima dei 50 miliardi: nel malaugurato caso in cui l’opera capitale di Leonardo Da Vinci fosse immessa sul mercato, la sua stima sarebbe di molto inferiore. E allora, inutile venderla. Più tranchant Marc-Oliver Wahler, direttore del Palais de Tokyo, per il quale vendere la Gioconda significherebbe necessariamente un investimento a perdere: il valore della Gioconda risiede proprio nella sua inalienabilità.

Dunque, siamo di fronte a uno stallo? Sì e per uscirne Distinguin ha fatto ricorso a una elegante inversione del punto di vista. La questione non riguarda tanto l’arbitrarietà della valutazione o il complesso rapporto tra prezzo e valore, quanto la valuta stessa, cioè, l’unità di misura adottata. Distinguin ha parlato con la disinvoltura tipica dell’imprenditore smart, buttando lì la sua idea quasi per caso: “tokenizzare” la Gioconda, cioè trasformare uno dei capolavori dell’umanità in token, cioè in una valuta virtuale. L’opera d’arte più conosciuta al mondo come protocollo di garanzia nel complesso meccanismo della blockchain. L’enigmatico sorriso della Monna Lisa frammentato in stringhe di codice per coniare un nuovo concetto di creazione e distribuzione della ricchezza, basato sulla solidità di una struttura di dati condivisa. L’opera d’arte considerata, dunque, non più come un oggetto inserito in una scala di misurazione del valore ma essa stessa referente del valore. Un po’ come l’oro, solo meno inerte, più antropico ma ugualmente splendente al centro di una nuova economia non monetaria, basata sulla distribuzione automatizzata del valore.

Musee du Louvre, Mona Lisa: beyond the Glass, 2019

Cosa sta succedendo alle gallerie di una volta?

Con una sincronia disarmante, quasi come negli intrecci di un romanzo giallo, Distinguin ha avanzato la sua proposta in un momento in cui il sistema dell’arte è investito da una profonda ridefinizione dei suoi parametri, messi definitivamente in crisi dalla pandemia. Con i musei e le gallerie chiusi, le fiere e le biennale rimandate, tutta la filiera è bloccata e sopravvive come può. Le case d’asta si spostano online, così come le grandi gallerie, mentre tutti gli artisti che non sono Jeff Koons e Damien Hirst boccheggiano, nella migliore delle ipotesi. In Italia, nascono coalizioni per alzare la voce delle proposte al Governo, come nel caso dell’AWI-Art Workers Italia, oppure si discute nelle assemblee web, come quelle organizzate dal Forum dell’Arte Contemporanea.

Jeff Koons, Balloon Venus Lespugue (red), 2020

In questo contesto di enorme incertezza, l’influente Galerie Perrotin ha annunciato l’apertura della sua quarta sede a Parigi che, però, non sarà una sede. Con i suoi 70 metri quadrati, sarà più un accogliente ed elegante monolocale riservato ai collezionisti che, in questo spazio al 2bis di Avenue Matignon, dietro appuntamento, potranno fruire di un rapporto privato con l’opera d’arte. Non una mostra, dunque, ma un’esperienza: essere lì e in quel momento. Per Perrotin, come del resto per la maggior parte dei galleristi e dei mercanti d’arte nell’epoca contemporanea, il valore dell’opera non può che ricadere all’interno di un processo che privilegia la specificità dell’esperienza.

Inserita in questo ambito, l’opera può esistere solo in quanto materia dura, esclusiva ed escludente, non replicabile, sottoposta a processi di attribuzione di valore riferiti alla sua presenza collocabile in un solo tempo e in un unico spazio. Come l’alfiere, il cavallo e la torre sono insostituibili a causa delle loro intrinseche capacità di movimento tra le caselle della scacchiera, l’opera può occupare una dimensione per volta e spostarsi solo in una direzione, transitando attraverso passaggi di proprietà che, a loro volta, sono indicati da un oscillamento del prezzo, pattuito a garanzia dell’unicità.

Marcel Duchamp gioca a scacchi

Ma la materia di cui è composto il tempo e lo spazio è tutt’altro che rigidamente incasellata come una griglia e il pensiero contemporaneo si trova a elaborare, con molta fatica, concetti diametralmente opposti. Per esempio, tornando al campo dell’oggetto, l’unicità del possesso è già stata messa in crisi dal peer to peer, una rete informatica in cui qualsiasi nodo è in grado di avviare o completare una transazione, per cui il prodotto, in questo caso il file, è possedibile e scambiabile da tutti, in maniera paritaria.

Verso un’arte delocalizzata

Il brivido sottile della smaterializzazione dell’esperienza e della frammentazione della coscienza lo avvertiamo già da qualche anno, nel pieno delle distrazioni delle nostre giornate. Per esempio quando, usciti di casa, ci accorgiamo che la batteria del cellulare è scarica. Quanti eventi staranno accadendo ai nostri username e al loro fianco, nel frattempo della nostra assenza?

Sì, la tanto paventata singolarità tecnologica – cioè la situazione in cui il progresso della tecnica accelera oltre la capacità di comprensione e previsione degli esseri umani, sostanzialmente sfuggendo alla sua ragione d’essere, cioè quella di servire gli esseri umani –, forse sta accadendo proprio in questo momento, nelle nostre tasche. E durante il lockdown, questa dimensione ibrida si è espansa in maniera proporzionale alla diffusione del virus in tutto il mondo.

Compito degli artisti, manipolatori di senso, sarà riallineare le possibilità del pensiero degli esseri umani a quelle di elaborazione della tecnica. Del resto, fu attraverso l’ingegno e la sensibilità di Brunelleschi che la tecnica più avanzata, disponibile in quell’epoca di transizione tra Medioevo ed Età Moderna, riuscì a esprimere la forma visibile e, potenzialmente, comprensibile del Rinascimento.

Giorgio Vasari, Federico Zuccari, affreschi della cupola di Santa Maria del Fiore, Firenze

Oggi, la responsabilità degli artisti è forse ancora più cruciale, riguarda la radice stessa del pensiero, la capacità di elaborare, misurare, immaginare, valutare il mondo. O più mondi delocalizzati nello stesso momento, nell’identico spazio. «Una volta accettato il principio di sfruttare in modo diverso, più moderno, il valore della Gioconda, si aprono molte prospettive», ha chiosato Distinguin. La domanda non è quando e, in effetti, nemmeno in che modo si apriranno queste prospettive, ma chi sarà a farlo.

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