04 marzo 2024

Infiniti Mondi Poetici: Annina Nosei attraverso gli occhi di Roberto Lambarelli

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Il fondatore e direttore di Arte e Critica ripercorre la lunga storia della gallerista newyorkese che ha riconosciuto e lanciato Jean-Michel Basquiat, Barbara Kruger e Shirin Neshat

Annina e Jean-Michel Basquiat nel basement, 1982.
Annina e Jean-Michel Basquiat nel basement, 1982.

Nella storia straordinaria di Annina Nosei, che si intreccia profondamente con il tumulto culturale avvenuto negli ultimi decenni del XX secolo, convivono tutte le istanze del passaggio al nuovo millennio: un’apertura cosmopolita verso luoghi ancora inesplorati; le esperienze avanguardistiche e radicali che hanno rinnovato profondamente l’arte; l’atteggiamento di critica e riflessione verso le grandi narrazioni ideologiche e il nuovo impegno politico delle e nelle arti.

Roberto Lambarelli, critico, curatore, direttore e fondatore di Arte e Critica, ha pubblicato Annina Nosei (Arte e Critica, 2023), una monografia che ripercorre l’intera storia della gallerista: dalla gioventù romana, dove si è laureata con una tesi su Marcel Duchamp con Giulio Carlo Argan e città a cui rimane legata costantemente nel corso della sua vita, alla galleria di New York. Lambarelli attraversa, con un saggio e una lunga conversazione, le esperienze del Living Theater, la lunga amicizia con Claudio Cintoli, gli happening, il primo lavoro alla Galleria Sonnabend a Parigi, il matrimonio con John Weber, il periodo con Larry Gagosian, l’ascesa e morte di Jean-Michel Basquiat, la sua ricerca critica e il fermento culturale degli anni 80 newyorkesi, per giungere alla contemporaneità attraverso una profonda analisi dell’esperienza espositiva della galleria di Nosei.

Un racconto intimo, marcato, in apertura al testo, da una dolce lettera della figlia, Paolina Weber, alla madre. Il critico cerca di far rivivere il mito di una gallerista attenta ai cambiamenti culturali di cui era parte integrante. Nella conversazione con Roberto Lambarelli, cerchiamo di far emergere lo spirito di Annina Nosei, che ha aperto il suo sguardo agli infiniti mondi possibili – nell’eco di Leibniz – che, parafrasando nella storia dell’arte, assumono la poesia come paradigma della realtà.

Annina Nosei e Roberto Lambarelli, Roma, 2022. Foto: Stefano Fontebasso De Martino. Courtesy: Stefano Fontebasso De Martino

Quale è l’obiettivo del libro e il suo rapporto con Annina Nosei?

«Ho conosciuto Annina nei primi anni Ottanta, quando collaboravo con L’Attico di Fabio Sargentini. I due avevano già si conoscevano. Annina era stata sposata con John Weber, con il quale Fabio aveva organizzato la mostra di Robert Smithson a Roma. Poi, con la sua galleria, Annina aveva dimostrato di essere molto interessata a quello che stava emergendo a New York ma anche al fermento culturale italiano, così decise di organizzare alcune mostre degli artisti dell’Attico, Pizzi Cannella, Nunzio, Palmieri, Tirelli. Io stesso ne presentai alcune. Successivamente, rivolse le sue attenzioni ai sudamericani, al mondo asiatico e i suoi interessi si allontanarono. Nel corso del tempo ci è capitato talvolta di rivederci quando veniva a Roma, fino a che, alcuni anni fa, ho pensato che fosse interessante cominciare a ricostruire la sua storia e abbiamo pubblicato un paio di interviste. Fu in quelle occasioni che è nata l’idea di realizzare un libro, una sua biografia artistica, visto il valore delle sue esperienze, la ricchezza dei suoi incontri, l’importanza dei suoi progetti e la centralità delle vicende di cui è stata protagonista. In un libro era possibile raccontare tutto questo nei dettagli, restituendo a tutto tondo una storia piuttosto rara».

Annina Nosei appartiene ad una generazione che ha vissuto la fase più ricca ed entusiasmante del secondo Novecento. In che modo questa serie di esperienze radicali ha influito sulla concezione di Nosei della pratica artistica?

«Annina appartiene alla generazione che è stata protagonista delle radicali trasformazioni avvenute nel corso degli anni Sessanta e consolidate con il Sessantotto. Ha collaborato con Ileana Sonnabend negli anni parigini, ha assistito Rauschenberg alla Biennale di Venezia, quando vinse il Leone d’Oro, ha avuto rapporti con Leo Castelli, insomma, ha vissuto il profondo cambiamento dell’arte e ha visto compiersi la trasformazione del ruolo delle gallerie. Castelli era stato il fautore di un nuovo modo di condurre la galleria, per esempio nel rapporto con gli artisti.

In questo senso Annina ha dato un’impronta molto personale alla sua galleria, è uno spirito libero, un po’ ribelle, ed è sempre stata consapevole che per difendere la propria libertà doveva lasciare liberi gli artisti. Per questo è riuscita a superare alcune difficoltà che avevano caratterizzato il decennio precedente, quando gli Stati Uniti avevano attraversato un periodo di difficoltà e anche una figura come Castelli faceva fatica a vendere perfino Warhol, come testimonia la stessa Annina.

Si trattava di un cambiamento sostanziale di sensibilità. Fu in quel momento che John Weber, con la “complicità” di Annina, sostenne gli artisti europei, figure come Boetti o Merz, tanto per rimanere agli italiani. Ma il cambiamento non riguardava soltanto l’arte e gli artisti, investiva anche le istituzioni museali. Soprattutto a New York si era sviluppato un acceso dibattito sull’impossibilità delle istituzioni di accogliere le opere minimaliste, sia dal punto di vista spaziale che da quello concettuale.

Gli artisti neoespressionisti – definiamoli complessivamente in questo modo per intenderci –, tornando al quadro e alla scultura, superarono quel dibattito e il museo si ritrovò a fare quello che tradizionalmente aveva sempre fatto, senza riuscire, però, a star dietro alla velocità con cui le gallerie facevano emergere nuovi artisti. Oggi probabilmente questo gap è stato superato – io credo a discapito dell’arte, ma questa è un’altra storia – mentre allora era un fenomeno completamente nuovo, di cui Annina è stata sicuramente una protagonista».

Annina Nosei e Roberto Lambarelli, Roma, 2022. Foto: Stefano Fontebasso De Martino. Courtesy: Stefano Fontebasso De Martino

Il matrimonio con John Weber, ha influenzato, in qualche modo, quelle che sono le sue scelte curatoriali, piuttosto che le sue scelte in quanto gallerista?

«Non so se c’è stata un’influenza di John Weber su Annina, lei ha una forte personalità, ha sempre mantenuto una sua indipendenza. Certo, ha partecipato della sensibilità di John e del fatto lui fosse portatore di una nuova tendenza, oltre che, come detto, di una importante apertura verso gli artisti europei. Però, come si evince dal libro, Annina ha affermato sempre la propria autonomia sia rispetto a Weber che rispetto ad altri con i quali nel tempo ha collaborato. Anche rispetto a Gagosian, ad esempio, con il quale ha condiviso uno spazio a New York per un breve periodo. Per quanto guardassero nella stessa direzione, lei è sempre stata libera, autonoma».

La sua vicenda è indissolubilmente legata all’ascesa del mito di Basquiat, che Annina Nosei sostiene vivamente e cerca di indirizzare verso una certa carriera che, all’artista, sembra stare stretta. In lui convivono “due anime”, una affascinata dall’artworld e una più anarchica, che ricerca una certa sofisticatezza propria di una cultura estremamente ermetica. L’artista riusciva a fagocitare in sé queste anime profondamente contraddittorie, i cui scontri emergono nella stessa ricchezza di significato delle sue opere. Che cosa ha significato l’incontro con Basquiat?

«Per Basquiat l’incontro con Annina è stato determinante. Con il suo supporto è entrato in contatto con la scena artistica newyorchese più avanzata. Annina è intelligente, intuitiva, ha capito subito che in lui c’erano delle forti qualità e tra loro si stabilì immediatamente un rapporto dialettico. Viceversa, attraverso Basquiat Annina entrò in maggior contatto con il mondo giovane che la circondava; era sempre stata attenta ai giovani, aveva insegnato alla New York School of Art, sentiva la spinta, l’energia della nuova generazione.

Basquiat, grazie a lei, si è fatto conoscere nell’ambiente dell’Upper East Side ed è riuscito, fino ad un certo punto, a trarne dei grandi vantaggi. La vicenda di Basquiat è complessa, il successo non passa sulla pelle dell’artista come fosse acqua tiepida, provoca tensioni così forti che possono mettere a dura prova il carattere di una persona. Nel caso di Basquiat è stato così, era particolarmente sensibile, non ha retto quelle tensioni, si è rifugiato nella droga, ed è stato letale».

1966, John Weber e Annina Nosei, Venezia. Courtesy: Annina Nosei

Le scelte espositive di Annina hanno portato alla luce esperienze di tanti diversi artisti che poi si sono rivelati molto importanti per la storia dell’arte, pensiamo a Shirin Neshat, Barbara Kruger, Jenny Holzer. Che cosa ci porta a pensare, nell’ottica di una critica – nel senso kantiano del termine – di Nosei? Ho trovato anche molto interessante la trilogia quella Painting, Memory, Discussion, una chiara dichiarazione di poetica.

«Quando ho cercato di capire le ragioni delle sue scelte, di trovare una visione che le guidasse, Annina ha sempre detto di seguire il proprio istinto, di scegliere non in funzione di un disegno o di un progetto, ma di andare dove riconosceva la qualità. Da questo punto di vista è sempre stata molto istintiva, lo ha sempre dichiarato, e credo che corrisponda alla verità.

Dietro questa sua istintività c’è una sensibilità che le ha permesso di capire tempestivamente da quale parte stesse tirando il vento. Avvertiva le tendenze in atto, ma non sceglieva in funzione di esse. Per esempio, i temi affrontati nelle mostre che curò verso la metà degli anni Settanta, in quella che ho definito una trilogia, erano sicuramente all’ordine del giorno, ma lo sarebbero ancora oggi. Intendo dire che le questioni affrontate sono quelle con le quali si sono sempre fatti i conti. Anche se può sembrare paradossale, potremmo dire che sono dei temi classici. Annina coglieva un’emergenza tematica, ma la affrontava con il suo metodo, che aveva messo a punto grazie ai suoi studi classici».

La pratica di Annina Nosei è caratterizzata da un marcato e preciso sguardo analitico sul presente. Non si proponeva di ricreare universi altri, ma di analizzare i mondi poetici degli artisti che coinvolgeva per far emergere quale fosse il loro pensiero profondamente connesso allo zeitgeist.  Che cosa ci può dire della scelta critico-curatoriale di Annina Nosei?

«La formazione classica le aveva permesso nel corso del tempo di mettere a punto, in modo naturale, un proprio metodo. Aveva contribuito a questo anche l’ambiente familiare; sia il padre che due zii erano filologi, docenti universitari, vicini a Benedetto Croce, all’Enciclopedia Treccani. È lì che ha acquisito un metodo sostanzialmente filologico per leggere l’opera. Da una parte c’era sicuramente il suo intuito, la sua vivacità intellettuale, ma per il resto era il metodo che le permetteva di capire cosa ci fosse dietro l’opera, di capire quali fossero le strutture di fondo, le idee su cui si reggevano le forme».

Annina Nosei nella sua galleria davanti a un quadro di Jean-Michel Basquiat. Courtesy: Annina Nosei Gallery, New York

Considerato il fatto che Annina Nosei ha ripensato il mondo in cui viviamo, che cosa può aiutarci a comprendere la sua pratica in un periodo storico in cui la critica sembra aver perso mordente in favore di una sorta di “dominio” spietato del mercato?

«Giovanissima e non ancora laureata, Annina frequentava Carmelo Bene, Franco Angeli, era amica di Claudio Cintoli, ha partecipato con il gruppo ACT alle serate palermitane che segnarono il debutto del Gruppo 63. Quel modo di intendere il teatro disgregava, smontava tutte le regole, combatteva contro il teatro di parola a favore di un teatro di immagine, di azione, di suoni. Voleva distruggere un codice e sostituirlo con un altro. Credo che sia stato quello il momento massimo di trasgressione da cui ha preso energia quella generazione.

Penso che da lì derivi quello che sta accadendo oggi, dove si continua a decostruire, ma improduttivamente. Si sono perse tutte le regole e con esse i valori di riferimento. Oggi si può proporre qualsiasi cosa, dipende solo dalla cornice, insomma dalla potenza con la quale lo si fa. È sempre più difficile distinguere ciò che ha senso da ciò che non ne ha. Succede anche con i sapori, in cucina, ecco, forse siamo in un momento di cultura fusion».

Personale di Jean-Michel Basquiat alla Annina Nosei Gallery, New York, 1982. Courtesy: Annina Nosei Gallery, New York

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