17 dicembre 2021

Il ritmo della pittura: intervista a Marco Neri, vincitore del Premio Osvaldo Licini 2021

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La Galleria d’Arte Contemporanea Osvaldo Licini di Ascoli Piceno presenta la mostra di Marco Neri, vincitore della prima edizione del premio dedicato al maestro marchigiano

La Galleria d’Arte Contemporanea Osvaldo Licini con l’Associazione Arte Contemporanea Picena e Fainplast ospitano la mostra dell’artista Marco Neri vincitore della prima edizione del Premio Osvaldo Licini by Fainpalst. L’esposizione, a cura di Alessandro Zechini, è visitabile dallo scorso 5 dicembre fino al prossimo gennaio, presso la sede della Galleria d’Arte Contemporanea Osvaldo Licini ad Ascoli Piceno.

Il focus del Premio Osvaldo Licini by Fainplast, ispirato dall’opera del grande maestro marchigiano, è la pittura, medium d’elezione per Marco Neri che è stato decretato vincitore grazie alla segnalazione operata da parte di 34 esperti del mondo dell’arte, che hanno avuto il compito di menzionare ognuno un singolo artista. La scelta doveva essere fatta tenendo conto delle seguenti indicazioni: l’artista doveva essere nato in Italia o risiedervi, avere meno di 64 anni, occuparsi principalmente di pittura e aver fatto almeno due mostre di levatura internazionale. Il vincitore è risultato l’artista con il maggior numero di segnalazioni ottenute. Abbiamo intervistato Marco Neri per conoscere meglio la sua poetica e il progetto vincitore di questo prestigioso premio.

Marco Neri, Bandiere rosse, Diritto, 2012.

Si intitola Corso Magenta la serie, inedita, da te immaginata per il Premio Osvaldo Licini by Fainplast, che è composta da 12 opere che si ricollegano simbolicamente a 12 padiglioni nazionali della Biennale di Venezia ritratti con il colore magenta. Come è nata questa idea? 

«È nata percorrendo le sale del Museo i primi di agosto, pochi giorni dopo aver ricevuto la notizia del premio, durante un primo sopralluogo, guardando la lunga balconata al piano superiore che normalmente contiene il secondo atto di ogni esposizione temporanea. Non è uno spazio facile essendo lungo e dritto, senza frontalità se non alla fine del precorso e ho pensato subito a una via, a un corso su cui potevano affacciarsi una serie di architetture per palesarne il senso.

Poi dando un’occhiata alle dimensioni dei pannelli presenti e alle posizioni sui due lati ho pensato, per non accecare indirettamente i visitatori delle sale permanenti sottostanti che espongono una collezione straordinaria di Licini di ogni periodo, di usare solo quelli sulla sinistra, che occhio e croce sarebbero stati perfetti se fossero stati una dozzina, tutti uguali e di medie dimensioni; questo avrebbe dato un bel ritmo all’esposizione, un certo respiro, un colpo d’occhio niente male anche da sotto. Mi avrebbe oltretutto permesso di mettere sul pannello verticale e frontale in fondo, il finale di quella ipotetica via.

Tutto questo mi ha riportato con la mente al percorso dei Giardini di Castello della Biennale di Venezia, che comincia dal cancello all’ingresso e scorre coi padiglioni nazionali ai lati fino al Padiglione Centrale, quello su cui una volta campeggiava la scritta Italia in alto e su cui nel 2001 esposi Quadro Mondiale del 2000. A quel punto mi era chiaro che sarebbe diventato un corso e subito ho ricordato le giornate di allestimento a fine maggio 2001, giorni in cui quel genio di Harald Szeemann usava indossare una camicia magenta, cosa che lo rendeva immediatamente rintracciabile in mezzo a tutto quel verde, essendone il complementare perfetto, un genio anche in questo.

Divertendomi a giocare con quel ricordo, con quel colore e con le parole, cosa che faccio spesso, ho pensato che avrei per l’occasione dipinto tutti i padiglioni in magenta e che il titolo non poteva che essere Corso Magenta, in cui la nota cittadina e la battaglia non centrano nulla chiaramente».

Marco Neri
Marco Neri, Corso Magenta, Inghilterra, 2021

Nel 2001, su invito di Harald Szeemann, hai partecipato alla 49ma edizione della Biennale di Venezia. Ti va di parlarci della tua esperienza alla Biennale? Che cosa ha rappresentato per te? Ci sono adiacenze tra la tua esperienza e quella di Osvaldo Licini?

«Come puoi immaginare è stata un’esperienza straordinaria, che mi ha fatto crescere moltissimo e che non dimenticherò mai. Lavorare a tu per tu con Szeemann, rientrare in un progetto del genere e addirittura avere la responsabilità di aprire la sua mostra internazionale (che passava da Rodin a Gerard Richter o a Neo Rauch per intenderci) è stata sicuramente la cosa più difficile e importante che abbia mai affrontato artisticamente, che mi ha lasciato un patrimonio enorme di esperienze, scambi e soluzioni impensabili ad esempio in una galleria.

Infine mi ha temprato parecchio anche sul piano personale. Di quei giorni conservo moltissimi ricordi. Per raccontarne uno, durante gli ultimi giorni, quando avevo già montato circa 150 delle 192 bandiere dipinte che componevano il mio lavoro, Szeemann mi disse che avrebbe voluto illuminarlo la notte, per lasciarlo visibile anche a cancelli chiusi. Così mi chiese se ero disponibile a tornare ai Giardini intorno a mezzanotte per decidere le posizioni in cui fissare i fari per illuminare tutta la facciata. Fu una riunione notturna con montaggio immediato. Solamente al buio e nella calma della notte si poteva tentare in concreto un’operazione del genere. Era la prima volta che la facciata veniva illuminata di notte e la fiducia che Szeemann ebbe in me in ogni momento e in quel caso in particolare, fu veramente incredibile. Quelle stesse luci sono lì ancora oggi, posizionate esattamente come allora.

Quanto alle adiacenze con Licini relativamente alle rispettive esperienze alla Biennale, tra la sua nel 1958 e la mia del 2001, non saprei bene cosa dirti. Negli ultimi 50 anni le modalità espositive delle mostre internazionali sono cambiate profondamente».

Marco Neri, Bandiere Botswana Micronesia Estonia, 2010, acrilico su tela, 50x70cm

In che termini la poetica artistica e l’estetica di Licini hanno incontrato il tuo lavoro?

«Licini è uno dei più importanti pittori del Novecento, uno dei più amati da me e da tutti credo. Per quanto mi riguarda, sono tantissime le qualità che ho apprezzato in lui, nella pittura e nella vita. I grandi maestri sono sempre “autorizzanti” e per dirtene una, il fatto che sia arrivato addirittura a bruciare blocchi interi di quadri in cui (crescendo e liberando il suo linguaggio da ogni orpello) cominciava a sentirsi stretto o intrappolato, l’ho sempre considerata la prova tangibile di una radicalità e di una serietà estreme, al punto che se qualche volta anch’io l’ho poi fatto senza farmi alcun problema è stato proprio grazie a lui, alla sua autorizzazione indiretta.

Ma i punti di contatto credo siano più d’uno. Dalla concezione della pittura come spazio/tempo al paesaggio e alle sue linee che a un certo punto abbandonano l’orizzonte per stagliarsi sul cielo, non attraverso alberi, frasche, montagne o palazzi, ma con linee liberissime e immaginarie. Tra le Amalassunte e Mirabilandia per capirci, trovo uno slancio che le accomuna pur nelle evidenti differenze. Come del resto nella bi-tricromia al massimo delle rispettive tavolozze o nel procedere per serie, per slanci e accensioni: ad esempio dal paesaggio al ritratto, dalla libertà della linea in quello schermo assoluto che è la tela, fino al rigore innamorato per la geometria e l’equilibrio; dal costante e incessante lavoro sull’arte sempre e solo attraverso la pittura al suo starsene consapevolmente appartato, concentrato e assorbito dal lavoro.

Credo sia evidente che consideri Osvaldo Licini uno dei miei riferimenti principali e non sono certo solo in questo: nella pittura di Enzo Cucchi ad esempio, come nei disegni di De Dominicis o nelle biro di Boetti, la sua lezione appare e ricompare eccome, sempre unica e diversa».

Stai già lavorando a nuove opere ed esposizioni? Ti va di darci qualche anticipazione?

«Sto sempre lavorando su qualcosa, non posso farci niente, sono fatto così, e quindi sì, sulla carta ci sono appuntamenti interessanti e stimolanti, un po’ per tutto il 2022, su cui sto ragionando a fondo e immaginando, in attesa degli ultimi dettagli fondamentali per cominciare a lavorarci in concreto».


Marco Neri, Magna carta, 2007

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