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Israele torna alla Biennale di Venezia 2026 e si accende la polemica
Arte contemporanea
di redazione
A pochi mesi dall’apertura della Biennale Arte di Venezia 2026, Israele conferma ufficialmente la propria partecipazione, non nel consueto Padiglione ai Giardini, attualmente interessato da lavori di ristrutturazione, ma negli spazi dell’Arsenale. A rappresentare Israele sarà Belu-Simion Fainaru, artista nato a Bucarest nel 1959 ed emigrato in Israele nel 1973, oggi attivo tra Haifa e Anversa e vincitore dell’Israel Prize 2025. L’annuncio non è stato ancora uffcializzato dal Ministero della Cultura israeliano ma è stato diffuso sui social da uno dei curatori del progetto, Sorin Heller. Scultura, installazione e video sono i linguaggi usati da Fainaru, la cui ricerca affronta questioni politiche, sociali e spirituali legate all’identità, alla diaspora e alla memoria ebraica, con frequenti riferimenti alla tradizione mistica e filosofica.

Il perdurare della situazione di assoluta emergenza a Gaza – sono più di 440 i palestinesi uccisi dal cosiddetto “cessate il fuoco” – rende la presenza israeliana particolarmente sensibile e l’annuncio è stato accolto da accesissime polemiche. A prendere parola è stato il collettivo ANGA – Art Not Genocide Alliance, già tra gli animatori delle proteste alla Biennale d’Arte 2024, quando il Padiglione affidato a Ruth Patir rimase chiuso al pubblico per tutta la durata della manifestazione, come gesto politico legato al conflitto e alla richiesta di un cessate il fuoco. In quella occasione, Israele partecipò formalmente ma senza aprire le porte dell’esposizione, in una delle situazioni più anomale nella storia recente della manifestazione. L’ANGA ha quindi definito il Padiglione dello Stato ebraico un «Genocide Pavilion», rinnovando l’appello all’esclusione. Una richiesta che si inserisce nel solco delle campagne di boicottaggio promosse dal PACBI, la campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele.

La Biennale di Venezia ha ribadito anche in questa occasione la propria posizione: l’istituzione non può escludere Paesi riconosciuti dallo Stato italiano. Una linea già sostenuta nelle precedenti edizioni, che ha consentito la partecipazione di nazioni al centro di controversie internazionali – la Russia non partecipa per sua scelta – e che, al contrario, ha impedito l’esistenza di un padiglione nazionale ufficiale per la Palestina, presente solo attraverso eventi collaterali, pur rientranti nel programma ufficiale.
Nel dibattito in corso, Fainaru ha preso nettamente posizione contro il boicottaggio, rivendicando il ruolo dell’arte come spazio di dialogo e non di esclusione. «Non ci può essere spazio per la riparazione, la guarigione o il dialogo culturale finché lo Stato di Israele non sarà assicurato alla giustizia per i suoi crimini», hanno scritto ancora da ANGA, specificado che la richiesta di esclusione non riguarda il singolo artista ma l’istituzione statale.

Intitolato Rose of Nothingness, il progetto di Fainaru per la Biennale 2026 sarà realizzato insieme ai curatori Sorin Heller e Avital Bar-Shay, con i quali l’artista aveva già collaborato in occasione della Biennale Mediterranea di Haifa nel 2024. L’installazione, realizzata per la prima volta nel 2015 per la Galeria Plan B di Berlino, sarà incentrata sul tema dell’acqua e si comporrà di 16 tubi che rilasciano lentamente acqua nera in una vasca. Il numero rimanda alla Cabala e al concetto di trasformazione, mentre l’immagine del liquido scuro richiama il “latte nero” evocato dal poeta Paul Celan. Secondo la descrizione curatoriale, l’opera si configura come una sorta di «Pagina talmudica spaziale», priva di testo ma densa di significato, in cui il tempo, l’attesa e l’attenzione dello spettatore diventano parte integrante dell’esperienza.
Fainaru ha dichiarato che esporre in un edificio storico anziché in un padiglione moderno apre a un dialogo diverso con lo spazio e consente una prossimità simbolica con altri Paesi mediorientali presenti nell’area, come Emirati Arabi Uniti, Turchia e Arabia Saudita. Una collocazione che, inevitabilmente, rafforza anche la dimensione geopolitica della partecipazione israeliana.












