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Joy Gregory, un delicato modo di visualizzare l’immaginario femminile
Arte contemporanea
In un’intervista pubblicata sul Financial Times, l’artista Joy Gregory (1959, Bicester) dichiarava, senza tanti giri di parole, che «Non avere una galleria è stata una libertà per me […] non ho mai dovuto produrre opere che si ripetono più e più volte», né sentire la pressione di dover realizzare lavori su richiesta per le fiere e riprendere, così, il controllo del proprio lavoro. Indipendenza ampiamente ricompensata dalle numerose mostre realizzate in tutto il mondo, nonché dalla presenza delle sue opere nelle collezioni del Victoria and Albert Museum e della Government Art Collection del Regno Unito. Ampia e lunga attività che la vasta mostra Catching Flies with Honey, alla Whitechapel Gallery di Londra, attesta esaurientemente.

Attraverso oltre 250 opere sono infatti ripercorsi i quattro decenni della sua ricca produzione artistica, che prende avvio con le prime mostre agli inizi degli anni Novanta. A quel periodo risale la bellissima serie, in bianco e nero, di Autoportrait (1990), attraverso la quale si “descrive”, si “racconta”, attraverso dettagli del proprio viso, «Mostrando come bellezza e identità possano essere costruite attraverso lo sguardo della macchina fotografica».
Allo stesso modo si “racconta” con la serie Old Clothes (2007 – in corso), in cui ogni vestito è riferito a un preciso momento nel suo vissuto e a specifiche esperienze, a indicare come gli oggetti conservino storie ed emozioni. Le tematiche di genere vengono per la prima volta indagate già nei lavori Woman and Space (1987-1999), attraverso i quali riflette sulla femminilità e sullo spazio.

L’etnia e il colonialismo, analizzati nei sensi più ampi e nelle relative conseguenze, compaiono nei lavori Seeds of Empire (2021) e The Sweetest Thing (2020) che, oltre a esprimere la sensibilità di Joy Gregory, attestano il perdurare dell’argomento dell’imperialismo, già espresso nelle serie Gomera (2008) e Kalahari (2010), nelle quali l’artista richiama l’attenzione sull’importanza culturale degli emarginati e dei rischi linguistici. Infatti, in quest’ultimo progetto Gregory si concentra su una lingua sudafricana in grave pericolo di estinzione, nota come N|uu, bandita durante l’apartheid e ora parlata da un solo anziano abitante indigeno della regione del Kalahari. Mentre Seeds of Empire è un progetto realizzato col compositore Philip Miller nel quale sono armonizzati immagini fisse e in movimento, disegno, testo e suono, che trae spunto dal medico, naturalista e collezionista Sir Hans Sloane che, nel XVII, si recò in Giamaica. Le sue scoperte costituiscono la base del British Museum, denunciando, così, la brutale tratta degli schiavi.

Nel The Handbag Project (1998 – in corso), fonde perfettamente il tema del genere con quello del colonialismo: delle semplici borse di lusso, appartenute a ricche donne bianche, raccontano chi viveva una condizione privilegiata durante l’apartheid nel Sudafrica ma, al contempo, racchiudono una indiscussa portata simbolica di femminilità e la relativa oggettivazione della donna. Temi che Joy Gregory esprime attraverso linguaggi diversi, quali video, installazioni, performance, tessuti, fotografia, utilizzando, per quest’ultima, anche tecniche ormai superate, inventate nel secolo scorso, come la cianotipia e la callitipia.

Mantenendo sempre un certo rigore formale e dialettico, i suoi lavori non urlano ma delicatamente sussurrano, nonostante affrontino tematiche di sicuro impatto. Non è un caso che il titolo della mostra riprenda un diffuso adagio che, per intero, recita You can catch more flies with honey than with vinegar, a sottolineare come la gentilezza e la persuasione possano far ottenere risultati migliori di quelli raggiungibili con la forza e la severità. Quella gentilezza che si percepisce sin dalla serie Girl Thing (2002-2005): indumenti, quali reggiseni e corsetti, che attestano le modalità con cui la femminilità è codificata anche mediante gli oggetti comuni del quotidiano.

Ma, senza tema di smentita, The Blonde (1997-2010) è il lavoro più potente, già dall’abstract: «Le persone sanno di poter essere chi vogliono, quando vogliono, con chi vogliono». Un imponente progetto che, non a caso, occupa gran parte del primo piano, nel quale sono riuniti ritratti, immagini dell’attrezzatura, video, foto della performance con la quale Joy Gregory ha celebrato la “Bionda in Carriera”, vendendo immagini e cimeli (tra cui la Bionda in Bottiglia), associati a Bionde famose, il cui prezzo variava a seconda della fama della Bionda.

Gregory ha un delicato modo di parlare dell’universo femminile, tramite una gentile catalogazione dei dettagli che lo costruiscono. Parla di donne, senza far vedere alcuna donna. Parla del loro corpo, senza far vedere alcun corpo. Parla della cura di quel corpo e dei condizionamenti che quel corpo può subire dalle norme patriarcali. E, quindi, del tentativo di riappropriarsi e ridefinire se stesse. Immagini asciutte che immediatamente attivano l’inventiva di chi le osserva, affinché le completi col proprio immaginario.










