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Leggere Beirut tra le rovine: memoria, rivolta e bellezza nell’arte contemporanea libanese
Arte contemporanea
Come una luce chiara nel caos che caratterizza il nostro tempo, arriva nello spazio espositivo Circolo, una delle espressioni della Saikalis Bay Foundation, nel cuore di Milano, Shifting Crossroads | Beirut Contemporary, la mostra collettiva aperta fino al 3 luglio 2026. L’esposizione indaga e avvicina il pubblico italiano alla scena contemporanea libanese, attraversando media e opere di artisti diversi per restituire la complessità di una città stratificata, dove il passato rimane leggibile mentre nuovi linguaggi prendono forma.

In un continuum contenutistico con la precedente mostra curata da Cloe Piccoli, There’s No Place Like Home, in cui il lavoro di diversi artisti — alcuni provenienti dall’Accademia di Belle Arti di Brera — veniva presentato alla luce del tema della casa, Shifting Crossroads | Beirut Contemporary si concentra ora su Beirut, un territorio oggi particolarmente urgente da osservare nella sua fragilità e complessità, ma anche profondamente caro alla galleria, che vi è legata da un valore affettivo e da una relazione diretta coltivata nel tempo, da cui il progetto prende forma a partire da maggio 2025.

Beirut emerge come denominatore comune tra i lavori degli undici artisti coinvolti: un laboratorio di memorie ed emozioni in continua trasformazione, segnato da rivolte civili, bombardamenti, cicli ricorrenti di costruzione e distruzione, spartizioni coloniali e ricostruzioni postbelliche. La geografia accomuna gli artisti selezionati, che interagiscono con la città trasformando il proprio vissuto in materia artistica, restituita nello spazio espositivo attraverso il segno, la fotografia, il suono e altri media.
Lo spazio è attraversato dalle opere, che ne tracciano un percorso: si parte da Akram Zaatari, il cui lavoro trasforma il Mar Mediterraneo in un contenitore di lettere e linguaggi, alcuni perduti, altri portatori di storie giunte fino a noi. È proprio dal Mediterraneo che il popolo fenicio si sposta e si trasforma, plasmando la memoria individuale e collettiva. Quest’ultima è al centro della scultura di Mona Hatoum, che presenta una miniatura delle figure del celebre monumento al centro della principale piazza di Beirut — martiri del passato trafitti dai proiettili delle più recenti ribellioni civili — che ricorda come le storie di dominio persistano anche quando ridotte a forme fragili. Alle pareti appare poi un mosaico di trattati, documenti storici e tracce cartacee che restituiscono l’immagine di una nazione segnata dalla ribellione e dalla frammentazione. Lamia Joreige lavora sulla memoria sovrapponendo al documento d’archivio il disegno, un segno umano che tenta di ricomporre la frattura tra memoria individuale e collettiva.

A dominare lo spazio centrale è poi l’opera di Stéphanie Saadé, Stage of Life, un tappeto tagliato con precisione che scompone e ricompone il senso di appartenenza in frammenti, accanto a due opere di Omar Mismar, nelle quali l’artista lavora con materiali plastici raccolti dalla strada, testimonianze di slogan collettivi di cui restano frammenti segnati da censura, usura e tempo.
Le stanze minori di Circolo vengono poi abitate dalle opere di Soraya Salwan Hammoud, la cui pratica pittorica su carta evoca, attraverso pigmenti ottenuti da pietra locale o ossa carbonizzate, un avvicinamento inconscio alla materia, archetipico e affascinante nella sua resa visiva; accanto, il segno grafico di Rabih Mroué e le sculture di Simone Fattal, figure dalle lunghissime gambe che, come afferma l’artista, «sono guerrieri che si sono battuti valorosamente».

La terza sala accoglie invece una dimensione cromatica più scura e immersiva, con l’installazione fotografica di Joana Hadjithomas e Khalil Joreige, dove una serie di cartoline riflette il deterioramento del reale sotto la pressione delle tensioni politiche, in affaccio diretto sull’installazione di Catharine Cattaruzza, che lavora con pellicole analogiche scadute recuperate nel 1992, anno in cui la sua ricerca si intreccia nuovamente con il Libano. La luce si imprime su supporti segnati dal tempo, dove grana e difetti diventano tracce materiali di memoria, in una stratificazione che restituisce un’immagine incerta e instabile, come il futuro stesso del paese, ricordando quanto sia oggi necessario dare spazio e visibilità a pratiche artistiche che nascono in contesti fragili, soprattutto quando a farlo è una piattaforma espositiva capace di amplificarne la voce.











