28 marzo 2026

Leonora Carrington e l’incanto di un’arte fuori norma: la mostra a Parigi

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Il Musée du Luxembourg di Parigi dedica un'ampia mostra a Leonora Carrington: 126 opere raccontano un immaginario libero e visionario, per un percorso biografico fuori dagli schemi

Kati Horna, Retrato de Leonora Carrington, 1947, photo argentique, 25 x 20 cm, collection privée © Estate of Kati Horna, Mexico © Archivo Fotografico Kati y José Horna

Ha aperto le porte al Musée du Luxembourg di Parigi la mostra consacrata interamente all’artista Leonora Carrington (1917 – 2011), in collaborazione con il GrandPalaisRmn e MondoMostre. Visitabile fino al 19 luglio 2026, l’esposizione riunisce ben 126 opere, per presentarla come artista totale raccontando il suo universo artistico e intellettuale, attraverso “viaggi interiori ed esteriori”, dai primi anni vissuti nella nativa Lancashire, passando per Firenze, Parigi, il sud della Francia, la Spagna, fino a New York e, infine, il Messico, sua ultima dimora.

Veduta della mostra, Leonora Carrington, scénographie Véronique Dollfus © Didier Plowy, GrandPalaisRmn, 2026

Come sottolineato dal giornalista francese Philippe Dagen su Le Monde, è una decina d’anni che Carrington sta vivendo un certo riconoscimento, soprattutto dopo la Biennale di Venezia del 2022, in cui fu proprio un suo libro di fiabe a darne il titolo: Il latte dei sogni. Sicuramente «Non è veramente una retrospettiva, perché mancano numerose tele maggiori della Carrington», ha tenuto a sottolineare Dagen. In effetti mancano le opere più celebri, come L’Auberge du cheval d’aube. Autoportrait (1937-38), sebbene il percorso sia accattivante, proprio perché rivela l’artista sotto una luce più umana e meno mitica.

Veduta della mostra, Leonora Carrington, scénographie Véronique Dollfus © Didier Plowy, GrandPalaisRmn, 2026

L’esposizione è curata da Tere Arcq, storica dell’arte esperta del Surrealismo in Messico, ex curatrice del Museo de Arte Moderno di Città del Messico, e Carlos Martín, storico d’arte e specialista d’arte moderna e del Surrealismo nonché ex curatore della Fundación Mapfre di Madrid. Il loro approccio curatoriale parte dalla concezione leonardesca dell’uomo misura di tutte le cose, formalizzata nell’Uomo Vitruviano, che viene però traslata nella considerazione della Carrington come “Donna di Vitruvio”, intesa perciò come modello in fatto di innovazione ed armonia.

Veduta della mostra, Leonora Carrington, scénographie Véronique Dollfus © Didier Plowy, GrandPalaisRmn, 2026

Il percorso della mostra segue due linee che si intrecciano piacevolmente, una più cronologica e fattuale, corredata da fotografie d’epoca, e quella che procede per sei nuclei tematici nella sua ricerca basata sulla metamorfosi e la dimensione onirica e ancestrale, che si rifà ai luoghi che Carrington ha attraversato, dalle sue origini celtiche e post-vittoriane, alla scoperta dell’arte classica a Firenze, per approdare al Surrealismo in Francia e poi salpare oltremare.

Anche la scenografia della mostra è stata studiata nel minimo dettaglio per creare una corrispondenza spaziale dell’opera dell’artista. Véronique Dollfus ha creato l’allestimento secondo una visione molto fluida e aerea. Le pareti centrali sono leggermente oblique e questo fa sì che il visitatore riesca sempre a intravedere lo spazio successivo per creare continuità e annullare i confini. Le pareti cambiano colore seguendo la palette dei lavori e ogni sezione della mostra è accompagnata non solo da un colophon introduttivo ma anche da frasi celebri dell’artista: «Je n’avais pas le temps d’être la muse de qui que ce soit ; j’étais trop occupée […] à apprendre à devenir une artiste», “Non avevo tempo per fare da musa a nessuno; ero troppo impegnata […] a imparare a diventare un’artista”.

Leonora Carrington, Sisters of the Moon, Diana, 1932, aquarelle, graphite et encre sur papier, 26,5 x 18 cm © 2026 Estate of Leonora Carrington -ADAGP, Paris

La mostra si apre con uno spazio aperto. Sulla destra una lunga serie di acquerelli realizzati tra il ‘32 e il ‘33, quando l’artista aveva appena 15 anni e si trovava a Firenze, dove frequentava una scuola per ragazze dell’alta società e incontrò i maestri del Trecento e del Quattrocento. La serie si intitola Sisters of the Moon e denota già la sua fervida immaginazione e lo stile visionario ben definito: «Carrington è surrealista senza saperlo». Sulla sinistra della sala, invece, delle immagini in bianco e nero dei genitori, di lei bambina con il fratello e la governante e, infine, l’artista da piccola, immortalata mentre «Imbocca la bambola per la prima volta!», scritto a penna sull’immagine, presumibilmente da parte di un fiero genitore.

Veduta della mostra, Leonora Carrington, scénographie Véronique Dollfus © Didier Plowy, GrandPalaisRmn, 2026

La famiglia dell’artista voleva per lei una vita che rispondesse ai dettami dell’alta borghesia, ma si accorge ben presto che lei non desiderava farne parte. Nel ‘36 parte per continuare i suoi studi a Londra, alla Chelsea School of Art e all’Accademia d’Arte di Amédée Ozenfant. È proprio nella capitale inglese che visita la International Surrealist Exhibition e l’anno seguente incontra Max Ernst a una cena organizzata da compagni di studi e così inizia la loro storia.

Poco dopo Carrington ed Ernst si ritrovano costretti a fuggire, perché il padre di lei, Harold Carrington, aveva denunciato Ernst per aver realizzato un’opera pornografica. Così partono per la Cornovaglia e qui le fotografie si susseguono una dopo l’altra: troviamo Ernst in un abbraccio dolce, mentre copre i seni della Carrington, come anche altri scatti che li ritrovano assieme agli amici Roland Penrose e Lee Miller e ancora gli artisti Nusch Éluard e Man Ray e la modella Ady Fidelin.

Leonora Carrington, Las tentaciones de San Antonio, 1945, huile sur toile, 122 x 91 cm, collection privée

Di memoria espressionista, il titolo Mariée du Vent (Sposa del Vento) è il secondo capitolo della mostra ed è così che Ernst definisce Leonora Carrington in un prologo per uno dei suoi racconti. La coppia si trasferisce presto a Parigi, in un appartamento a Saint-Germain-des-Prés. Nel ‘38 la Carrington partecipa all’esposizione surrealista alle Beaux Arts de Paris, dove Peggy Guggenheim acquista una sua opera.

Poco dopo la coppia si trasferisce a Saint-Martin d’Ardèche e, grazie al supporto economico della madre, la Carrington acquista una casa del XVII secolo in campagna, che ben presto gli artisti rendono la loro “opera d’arte totale”, una vera metamorfosi. Mentre Ernst la decora di sculture e bassorilievi, la Carrington dipinge porte e finestre. In mostra infatti sono esposti Window in Saint-Martin-d’Ardèche (1938), in cui un unicorno rosso fiammante si ritrova intrappolato nei quattro riquadri di una piccola finestra, mentre al centro della stanza le ante di un armadio, abitate da queste creature femminili con il muso da cavallo e le ali che seguono la sinuosità del loro corpo di donna.

Leonora Carrington, Window in Saint-Martin-d’Ardèche, 1938 © 2026 Estate of Leonora Carrington -ADAGP, Paris © Michel Tissot dit Daubery

La dimensione onirica che la coppia aveva creato si incrina nel settembre ’39, con la dichiarazione della Seconda Guerra Mondiale. Max Ernst viene internato dalle autorità francesi, perché visto come possibile nemico. Verrà liberato a fine anno per venire poi di nuovo imprigionato. La Carrington allora decide di tentare di fuggire in Spagna per poter poi raggiungere Lisbona alla volta degli Stati Uniti. A Madrid l’artista subisce violenza da parte di alcuni soldati franchisti e questo le causerà una profonda crisi psicotica. Per questa ragione la famiglia decide di farla internare in una clinica a Santander, in cui le somministrano del cardiazol, farmaco conosciuto per le crisi epilettiche conseguenti. Racconterà poi la sua esperienza nella pubblicazione En bas (1945).

Nel luglio del 1941 l’artista parte per New York dove ritrova la diaspora degli artisti europei, come André Breton e Marcel Duchamp. Il suo soggiorno è breve perché parte presto per il Messico con il poeta e giornalista messicano Renato Leduc. La loro storia è molto breve, l’artista si separa da Leduc nel ‘43 per sposarsi poco dopo con il fotografo Chiki Weisz, anche lui rifugiato ed ex assistente di Robert Capa. Ai primi anni in Messico corrisponde l’opera The Elements (1946), dipinto conosciuto anche con il nome Les Emigrants, che rappresenta un viaggio collettivo alla ricerca di casa. Il formato del quadro, così allungato, ricorda le predelle italiane, mentre i soggetti sono molto simili a quelli della pittura fiamminga: «Combina la narrazione orizzontale e il simbolismo esoterico in una metafora dell’esilio, della trasformazione e del rifugio in cui la figura centrale, che sorge da un territorio letteralmente sradicato, sembra portare il fuoco della vita a un eremita».

Veduta della mostra, Leonora Carrington, scénographie Véronique Dollfus © Didier Plowy, GrandPalaisRmn, 2026

La mostra pone l’accento sul Messico come altra patria degna del Surrealismo, mai citata nei libri di storia dell’arte in rapporto a New York. Basti pensare alla presenza della pittrice Remedios Varo e del suo compagno e poeta, Benjamin Péret, tra i fondatori del Surrealismo. Così dalla metà degli anni ‘40, Carrington costruisce la sua casa, il suo nuovo nucleo familiare e con l’arrivo dei suoi due figli, Gabriel e Pablo, la sua pittura conosce una “trasformazione radicale” nella scoperta della maternità, soprattutto a livello rappresentativo.

Leonora Carrington, Le Bon Roi Dagobert (Elk Horn), 1948, 90 x 60 cm, collection privée © 2026 Estate of Leonora Carrington – ADAGP, Paris © Collection D.T.O.

Di questo periodo infatti è celebre l’opera Le Bon Roi Dagobert (Elk Horn) del 1948, utilizzata anche come immagine della mostra. L’opera si riferisce al sovrano merovingio del VII secolo. Qui il re con delle lunghe corna, indossa una pelliccia il cui bordo richiama la coda di un pesce. La coppia reale sembra provenire da un mondo fantastico, come delle figure ibride, poste all’interno di una casa spoglia con un neonato tra le braccia di lei, stretto in un ampio drappo e un altro bambino in piedi al loro fianco. La scena si mostra come lontana reminiscenza visuale alla natività cristiana.

Giungendo verso la fine dell’esposizione si scopre il cosiddetto “Viaggio dell’eroina” nel tentativo di risvegliare la propria coscienza. Non a caso il figlio Gabriel disse della madre che era «Sempre alla ricerca di mappe interiori che la aiutassero a orientarsi nella sua vita visionaria e tra i suoi demoni interiori». Così l’artista inizia a studiare la storia e la mitologia di diverse culture, come nell’opera The Magus Zoroaster Meeting his Own Image in the Garden (1960), in cui Zoroastro incontra il suo doppio interiore, chiaro riferimento alla psicologia junghiana e al concetto di individuazione del vero sé.

Leonora Carrington, The Magus Zoroaster Meeting his Own Image in the Garden, 1960, huile sur panneau, 90 x 35,5 cm © 2026 Estate of Leonora Carrington – ADAGP, Paris

Oltre che alla mitologia, Carrington era molto interessata all’occultismo, ovvero a tutta quella serie di dottrine fondate su una visione religiosa, fisica e metafisica, che presuppone l’esistenza di forze dinamiche inconoscibili, infatti André Breton la definì “La sorcière”, la strega. Molti dei suoi lavori infatti hanno una lettura su più livelli e tutt’oggi non si riesce a scoprirne il significato, sebbene è noto che all’interno di molte sue opere abbia inserito incantesimi, segni cabalistici, diagrammi e altri simboli magici.

Leonora Carrington, Ballerina II (Mythical Figure), 1954, 30,5 x 22,5 cm, collection privée © 2026 Estate of Leonora Carrington – ADAGP, Paris

Nel dipinto Dando de comer a una mesa (1959), utilizzato come copertina del catalogo, viene introdotto il tema di “cucina alchemica”, tappa finale della mostra. Una donna viene raffigurata mentre si trova in un ambiente domestico, colta nell’atto di dare la mangiare a un tavolo.

Leonora Carrington, Dando de comer a una mesa, 1959, huile sur toile, 57 x 70 cm © 2026 Estate of Leonora Carrington -ADAGP, Paris

Si spezza così il confine tra oggetto inanimato ed essere vivente, come secondo una visione animistica del mondo. Inoltre, la donna pare essere sola, se non fosse per il topo alle sue spalle e due volti seminascosti sullo sfondo. Il tavolo ha le sembianze di un volatile dal vorace becco, sebbene la sua struttura conservi al suo interno le sembianze di suppellettile, riempite di intarsi simbolici. La cucina diventa così una metafora di liberazione della donna, poiché da luogo di costrizioni «Si trasforma in uno spazio in cui le donne possono ritrovare il proprio potere attraverso l’alchimia, la magia e la stregoneria», così come la Carrington ha fatto nell’arte.

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