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Dopo il successo di exibart spagna, exibart prosegue il suo percorso di internazionalizzazione con il lancio di exibart latam, una nuova rivista digitale dedicata all’attualità dell’arte in America Latina. La piattaforma si concentra su una regione di straordinaria vitalità culturale e sperimentazione artistica, che verrà esplorata attraverso una rivista digitale, un canale Instagram, una newsletter e un calendario aggiornato con mostre ed eventi. La direzione editoriale è affidata a Benedetta Casini, curatrice indipendente e ricercatrice con un’ampia esperienza nell’arte latinoamericana, in particolare in Colombia, Uruguay e Argentina, dove dal 2014 ha consolidato un legame diretto con il territorio. La incontriamo per scoprire cosa c’è in serbo per exibart latam e quali sfide e opportunità questo nuovo progetto porta con sé.

Per entrare subito nel vivo della questione, puoi anticiparci quale sarà la linea editoriale di exibart latam?
«Quando ho iniziato a immaginare la linea editoriale della rivista, in dialogo con la redazione, ho capito che la difficoltà di trattare l’arte latinoamericana nella sua totalità sarebbe stata anche una grande opportunità. Innanzitutto per disarticolare il concetto di “latinoamericano”, termine che tende a omogeneizzare contesti estremamente diversi fra loro, e declinarlo nelle varie specificità. L’obiettivo è dunque che la piattaforma, oltre che come luogo di informazione quotidiana, si configuri come un ambito di riferimento sulle riflessioni che attraversano la regione.
La rivista digitale pubblicherà quindi notizie quotidiane sulle novità del panorama artistico in America Latina, offrendo una copertura degli eventi nella regione attraverso un calendario aggiornato. Al lavoro della redazione si aggiungeranno voci sul territorio che contribuiranno con recensioni di mostre, mentre gli orientamenti specifici dei singoli paesi verranno messi a fuoco attraverso interviste con professionisti che ricoprono ruoli strategici in America Latina.
Progettiamo anche di sviluppare una sezione dedicata ai profili degli artisti della regione e una che ospiti i contributi di ricercatori specializzati che vogliano condividere i propri sudi sugli sviluppi dell’arte contemporanea nel continente. In particolare quest’iniziativa mi sembra importante per offrire un canale di diffusione a ricerche di grande interesse che tendono spesso a rimanere confinate nell’accademia. Con queste azioni ci auguriamo di strutturare una piattaforma che non solo fornisca aggiornamenti sugli eventi recenti, ma che stimoli una riflessione collettiva sullo “stato dell’arte” nella regione, dando visibilità a ricerche artistiche di spessore. Non mancherà naturalmente uno sguardo internazionale, attraverso la pubblicazione di notizie sugli sviluppi e gli avvenimenti che interessano il sistema dell’arte a livello globale».
A chi sono destinati i contenuti della rivista e qual è il pubblico di riferimento a cui vi rivolgete?
«I contenuti di exibart latam si rivolgono innanzitutto agli artisti, curatori, ricercatori, galleristi e professionisti del settore in America Latina, ma anche a un pubblico generale interessato ad approfondire il panorama artistico latinoamericano. Il nostro target di lettori comprende non solo chi vive e lavora in America Latina, ma anche appassionati d’arte, studiosi e professionisti del settore a livello globale. Ci rivolgiamo a chi desidera essere aggiornato sul contesto artistico della regione attraverso una visione critica e approfondita, senza riduzionismi».

A questo punto, vorremmo chiederti di presentarti brevemente. Come è nato il tuo interesse per il contesto latinoamericano e quali esperienze hai maturato in questo ambito?
«Dopo gli studi in Storia dell’Arte presso la Sapienza di Roma, dove sono cresciuta, ho proseguito con un Master a Londra, dove è nato il mio interesse per l’arte dell’America Latina. In particolare ho approfondito il contesto colombiano attraverso una ricerca sul campo i cui risultati sono stati raccolti in una tesi sul simbolismo della pianta di coca e della cocaina. A partire dagli anni ‘90 entrambe le sostanze appaiono spesso nei lavori di artisti locali che, sfruttandone la simbologia, esplorano criticamente la rappresentazione stereotipata del paese legata al narcotraffico e la contestuale criminalizzazione della foglia di coca, elemento fortemente legato alla tradizione ancestrale delle comunità indigene andine.
Dopo questa ricerca mi sono trasferita per un breve periodo in Uruguay per poi stabilirmi, nel 2014, a Buenos Aires, con l’idea iniziale di fermarmi per un periodo altrettanto breve. Invece mi sono fermata per otto anni, attratta da possibilità lavorative ineguagliabili in Italia e da un contesto artistico estremamente prolifico e vitale, molto diverso da quello europeo: di certo meno strutturato e istituzionalizzato, e forse proprio per questo spesso più sorprendente ed energico. È qui che ho iniziato il mio percorso come curatrice indipendente, sviluppando relazioni durature con artisti emergenti con i quali sono cresciuta nel corso degli anni.
Parallelamente ho iniziato a collaborare con BIENALSUR, una biennale d’arte diffusa nata in seno all’Untref, una delle università pubbliche di Buenos Aires, che dall’Argentina si espande globalmente con attività espositive nei cinque continenti, in co-produzione con istituzioni artistiche di altri Paesi. Fin dai suoi inizi ho fatto parte del comitato curatoriale, sviluppando progetti espositivi in diversi paesi dell’America Latina e in Europa e contribuendo agli scambi fra i due continenti».
In che modo credi che le tue esperienze precedenti possano contribuire al tuo nuovo ruolo come direttrice di exibart latam?
«Credo che l’esperienza come parte del comitato curatoriale di BIENALSUR sia fondamentale in questo senso, perché mi ha permesso di tessere relazioni con professionisti e artisti non solo in Argentina ma in tutta l’America Latina. Allo stesso tempo vivendo e lavorando in Argentina mi sono trovata naturalmente a disarticolare certe visioni stereotipate e riduttive di un contesto estremamente variegato e complesso come quello latinoamericano, segnato da traumi recenti, tensioni interne ai singoli paesi ed esterne, nonché da una straordinaria ricchezza linguistica, culturale, etnica e paesaggistica. Mi auguro che questa consapevolezza mi consenta di proporre e sviluppare una linea editoriale sensibile, capace di rispettare e valorizzare le specificità dei singoli territori.
Credo anche che il mio legame con l’Italia e il mio impegno nel dare visibilità a ricerche che faticano talvolta a emergere sulla scena globale possano contribuire a rafforzare il ruolo di exibart latam come piattaforma di riferimento per l’arte del continente anche in Europa».

Cosa puoi dirci del contesto artistico attuale in Argentina, base di exibart latam, dove hai vissuto per molti anni? Puoi segnalarci alcune delle dinamiche più interessanti che caratterizzano la scena artistica locale?
«Tre sono gli elementi che sin dall’inizio mi sono sembrati caratteristici della “escena artística” in Argentina, e che la distinguono in modo significativo dal panorama italiano ed europeo. Il primo è la solidità di una rete di artisti che spesso vanno a sopperire alle mancanze di politiche statali e pubbliche attraverso iniziative indipendenti, sia in ambito espositivo che in ambito editoriale, sostenendosi a vicenda con un forte spirito comunitario. Questo naturalmente non vuol dire che non esistano rivalità, anzi, ma al di là degli antagonismi, l’estrema vitalità del panorama artistico è l’esito della volontà, e probabilmente della necessità, di pensare e agire collettivamente per far fronte a un contesto economico e culturale instabile, in cui non è possibile “salvarsi” da soli.
Il secondo elemento è l’estrema vitalità sperimentale e l’originalità delle soluzioni artistiche, che spesso sono il frutto di un’ingegnosità nata dalla necessità di far fronte alla precarietà strutturale. Infine segnalerei un aspetto meno positivo: la centralizzazione delle attività e delle risorse nella città di Buenos Aires. Per emergere gli artisti delle provincie spesso sono obbligati a trasferirsi nella capitale. La conseguenza inevitabile è l’impoverimento dei contesti provinciali e la mancanza di opportunità per coloro che non hanno la possibilità di trasferirsi, e che dunque difficilmente riescono a emergere nonostante la qualità della ricerca».
Per concludere, quali sono a tuo avviso gli appuntamenti imperdibili del calendario dell’arte in America Latina?
«Gli appuntamenti sarebbero infiniti ma per iniziare segnalerei naturalmente la Biennale di San Paolo, seconda biennale d’arte al mondo dopo la biennale di Venezia e punto di riferimento fondamentale per l’arte di tutta la regione. La Biennale dell’Avana che ha ormai una lunga tradizione alle spalle, come anche la Bienal de Arte Paiz in Guatemala, seconda biennale più longeva dell’America Latina la cui ultima edizione è stata curata da Eugenio Viola. BIENALSUR, che tuttavia non avendo un formato centralizzato è praticamente impossibile da visitare nella sua totalità. Fra le fiere segnalerei Zona Maco (Città del Messico) che ha inaugurato a inizio febbraio, SP Arte (San Paolo), quest’anno programmata fra l’8 e il 12 aprile, ARTBO (Bogotà), prevista per fine settembre, e arteba (Buenos Aires) programmata a inizio novembre».










