15 marzo 2026

Nelle opere di Iain Andrews il colore diventa cura

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Alla Galleria Gaburro di Milano, fino al 30 maggio 2026, va in mostra la prima personale italiana di Iain Andrews, che nelle sue cosmogonie pittoriche è capace di far affiorare le ferite mai guarite della psiche

Iain Andrews, The Harpies’ Wood (2023), olio e acrilico su tela, 40 x 55cm. Foto Zima Studio; crediti Galleria Gaburro

C’è un momento, davanti ai dipinti di Iain Andrews, in cui la percezione vacilla. Non la vertigine consueta che certi pittori inducono con la pura forza tecnica, né il brivido estetizzante che il mercato internazionale sa confezionare con efficienza industriale. Qualcosa di più antico e più oscuro: la sensazione di stare guardando dentro una ferita che qualcuno ha avuto il coraggio — e la grazia — di trasformare in luce. Whispers from the Red Room, prima personale italiana dell’artista birminghamese (1974), approda alla Galleria Gaburro di Milano con oltre trenta dipinti inediti realizzati negli ultimi due anni con un’urgenza che si percepisce fin dal primo sguardo. In corso fino al 30 maggio 2026 la mostra, curata da Cesare Biasini Selvaggi, è un’immersione in una cosmogonia pittorica dove bene e male, bellezza e orrore, racconto e suo sfaldamento convivono in equilibrio instabile e perturbante.

Whispers from the Red Room, Installation view

Iain Andrews: palcoscenici senza quinta, drammi senza uscita

Le tele di Andrews funzionano come scenografie shakespeariane bidimensionali che giocano con una profondità inquieta, stratificata — flatnesses che non si accontentano di essere piane. La superficie, apparentemente florida e quasi rococò nella sua grazia ornamentale, cela sotto di sé un abisso di senso che solo chi accetta di sostare, di rallentare lo sguardo, può cominciare a sondare. Come nei drammi del Bardo, tutto accade in un teatro dove l’identità dei personaggi è già in crisi prima ancora che la storia abbia inizio. Le forme si sfrangiano ai margini, la figurazione si dissolve senza mai scomparire del tutto: resta lì, come un ricordo ostinato, come una parola non detta che continua a risuonare.

Iain Andrews nel suo studio di Manchester, 2025

In questo Andrews sembra dialogare con la lezione di Francis Bacon — le sue “radiografie dell’anima”, la fragilità umana messa a nudo nella sua solitudine strutturale, la contraddittorietà che sfocia in dramma quasi inevitabile. Il suo gesto però è più velato, lavora per accumulo e sottrazione cromatica insieme, costruendo cosmogonie enigmatiche e barocche dove il male ha la forma di un vuoto, di una corruzione silenziosa che agisce per assenza, mai eroica né seducente.

La spettacolarità cromatica come grammatica del dolore

Andrews costruisce la propria pittura attraverso strati di cromie che si accumulano, si contraddicono, si richiamano in un movimento perpetuo di metamorfosi. Ocra e carminio, verdi sulfurei e bianchi di gesso, blu notte e gialli di tuorlo: ogni tono ha una temperatura emotiva precisa, una posizione nel racconto complessivo. La spettacolarità cromatica delle sue opere è sintassi prima ancora che bellezza. In questo la lezione dei pittori rococò — Fragonard, Boucher, Watteau, cui Andrews guarda esplicitamente, filtrandoli attraverso i film Disney visti con le figlie, da La bella addormentata in poi — viene assorbita e rovesciata: la grazia decorativa del Settecento francese diventa un involucro che contiene il contrario di se stesso, uno stile elegante che rende sostenibile un contenuto altrimenti schiacciante. Andrews conosce questo meccanismo dall’interno, e lo usa con consapevolezza tagliente.

La formazione psicoterapeutica: quando la cura diventa pittura nell’opera di Iain Andrews

Non si può comprendere pienamente l’opera di Iain Andrews senza fare i conti con la sua doppia identità. Come arteterapeuta lavora da anni con bambini che hanno subito abusi, storie di trauma, autolesionismo, violenza: in questo lavoro quotidiano — che è insieme clinica e ascolto, presenza e testimonianza — ha sviluppato una relazione con l’immagine come strumento di sopravvivenza, come spazio di elaborazione, come possibilità di trasformare ciò che ha ferito in qualcosa che può essere guardato, detto, condiviso. Questa esperienza attraversa ogni centimetro delle sue tele non come illustrazione o autobiografia traslata, ma come fisicità concreta: il gesto pittorico porta le tracce di chi ha imparato a stare vicino al dolore senza esserne divorato.

Iain Andrews, Boucherula Rutundifolia (2024), olio e acrilico su tela, 50 x 40cm. Foto Zima Studio; crediti Galleria Gaburro

Anche qui il punto di contatto con la struggente pittura di Chaïm Soutine è illuminante — anche in lui la materia pittorica vibra di un’urgenza che ha a che fare con la sopravvivenza, con il bisogno fisico di trasformare la propria storia in qualcosa di permanente e visibile — ma in Andrews quella tensione passa attraverso il filtro della cura altrui prima ancora che della propria, e questo le conferisce una profondità etica rara. Dentro tutto questo dramma dell’inquietudine, Andrews non abdica al racconto. Attraverso il gesto pittorico e il colore usato come lingua viva, riconquista la possibilità di narrare nel senso più profondo: testimoniare, dare forma all’esperienza, restituire all’umano la sua complessità senza censure e senza semplificazioni.

Whispers from the Red Room, Installation view

Le immagini che ne risultano sono capaci di attivare visioni atemporali, che appartengono a tutti i tempi e allo stesso tempo riguardare completamente nessuno: c’è qualcosa di archetipico in queste opere, una risonanza che attraversa secoli di iconografia — dai miti greci alla pittura nordeuropea, dalle fiabe dei Grimm ai cartoni animati — che le rende insieme familiari e irriducibilmente misteriose, aperte a letture multiple che si moltiplicano a ogni visita. La metamorfosi esperienziale che producono è reale: si entra in sala con le proprie difese, con l’abitudine alla fruizione estetica, e se ne esce diversi — non necessariamente consolati, ma più consapevoli, più vivi nella propria capacità di sentire. Le tele di Andrews non fanno sconti, ma non abbandonano: restano lì, come presenze silenziose e tenaci, a sussurrare qualcosa che vale la pena ascoltare.

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