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Padiglione Sudafrica, il ritiro dalla Biennale di Venezia finisce sotto indagine
Arte contemporanea
La vicenda del Padiglione del Sudafrica alla Biennale d’Arte di Venezia continua ad allargarsi, assumendo contorni sempre più politici e istituzionali: dopo i primi annunci del ritiro dalla manifestazione e le polemiche sulla censura dell’artista selezionata, Gabrielle Goliath, in questi ultimi giorni ulteriori elementi hanno rimesso in discussione la versione fornita dal Ministero della Cultura sudafricano, Gayton McKenzie, aprendo formalmente un fronte d’indagine interna.
Il caso prende avvio a inizio gennaio, quando il ministro McKenzie boccia il progetto già scelto per rappresentare il Sudafrica alla Biennale, definendolo «Altamente divisivo» per i riferimenti a conflitti geopolitici contemporanei. Al centro della decisione c’è Elegy, opera performativa in progress dell’artista Gabrielle Goliath, che affronta temi come il femminicidio, la violenza anti-queer, le eredità del colonialismo e, nella versione pensata per Venezia, anche la guerra a Gaza.

In una fase successiva, McKenzie ha motivato il ritiro del Padiglione sostenendo che una «Potenza straniera» avrebbe tentato di acquisire una versione dell’opera, trasformando – a suo dire – lo spazio della Biennale in uno strumento di “proxy power” culturale, ovvero una forma di influenza indiretta che impiega la cultura e le piattaforme artistiche come veicolo per diffondere posizioni politiche e geopolitiche senza esporsi direttamente. Una narrazione che ha immediatamente sollevato dubbi e critiche, sia nel mondo dell’arte sia sul piano politico. Secondo quanto emerso nei giorni scorsi e riportato dal quotidiano Daily Maverick, l’ipotizzata interferenza si ridurrebbe in realtà a un interesse esplorativo da parte di Qatar Museums ad acquistare le opere al termine della manifestazione lagunare mai tradottosi in un impegno formale.
La ricostruzione giornalistica mostra infatti che i primi contatti risalivano a novembre, prima ancora della selezione ufficiale di Goliath, e che nessun accordo era stato raggiunto al momento della cancellazione del progetto. Dopo l’annuncio del ritiro, un rappresentante di Qatar Museums avrebbe anzi commentato che «è stato un bene non essersi coinvolti». Un quadro che indebolisce sensibilmente la tesi dell’ingerenza straniera evocata dal ministro.
Nel frattempo, la decisione di McKenzie ha generato una crescente reazione istituzionale. La Public Protector sudafricana, Kholeka Gcaleka, ha confermato l’avvio della procedura di valutazione di una denuncia formale che accusa il ministro di abuso di potere e interferenza politica in un processo di selezione già concluso. La richiesta è stata presentata dal partito Alleanza Democratica, che contesta la sostituzione di un iter istituzionale con «Preferenze personali o ideologiche».
Parallelamente, il mondo culturale e la società civile hanno preso posizione. Oltre a una petizione firmata da centinaia di artisti e operatori culturali sudafricani, diverse organizzazioni per la tutela della libertà di espressione hanno scritto al presidente Cyril Ramaphosa, denunciando il rischio di un precedente pericoloso. Ridurre, come è stato scritto, la partecipazione alla Biennale a una forma di “state branding” significherebbe svuotare l’arte della sua funzione democratica.

Dal canto suo, Goliath ha respinto con fermezza l’ipotesi di condizionamenti esterni, definendo le accuse di interferenza una «Strategia di distrazione» rispetto a un atto di censura. L’artista ha ricordato che Elegy è un progetto avviato nel 2015 e sviluppato nel tempo in piena autonomia, e che il ricorso a finanziamenti e partnership multiple è una prassi consolidata nei padiglioni nazionali della Biennale. A oggi, il Padiglione del Sudafrica resta dunque ritirato ma il caso è tutt’altro che chiuso.










