-
- container colonna1
- Categorie
- #iorestoacasa
- Agenda
- Archeologia
- Architettura
- Arte antica
- Arte contemporanea
- Arte moderna
- Arti performative
- Attualità
- Bandi e concorsi
- Beni culturali
- Cinema
- Contest
- Danza
- Design
- Diritto
- Eventi
- Fiere e manifestazioni
- Film e serie tv
- Formazione
- Fotografia
- Libri ed editoria
- Mercato
- MIC Ministero della Cultura
- Moda
- Musei
- Musica
- Opening
- Personaggi
- Politica e opinioni
- Street Art
- Teatro
- Viaggi
- Categorie
- container colonna2
- Servizi
- Sezioni
- container colonna1
Rumi Art Space, sul lago di Como l’arte contemporanea diventa mistero
Arte contemporanea
Ci sono luoghi che non nascono per essere semplici contenitori d’arte. Rumi Art Space è uno di questi. Non si tratta soltanto di uno spazio espositivo sul lago di Como, né solo di un progetto culturale nato nel 2019 per dar voce a giovani artisti: è uno spazio sospeso che sembra trattenere qualcosa.
Ci troviamo a Dongo, tra le montagne impervie che stringono il lago in una morsa cupa, dove l’acqua non ha il colore della vacanza ma quello di una mostruosa profondità. Qui, mentre la mostra Antropocene in Rumi volge ai suoi ultimi giorni, si ha la sensazione che le opere siano influenzate e imbrigliate dalla stretta di una presenza da incubo.

Rumi Art Space nasce dalla volontà del collezionista Roberto Rumi, figura difficile da definire con categorie ordinarie. Abile falegname, Rumi ha qualcosa di monacale ma non l’ascesi pacificata del contemplativo. È piuttosto una sorta di “monachello contemporaneo da leggenda”, una figura irregolare che si muove tra silenzio e visioni e in grado di affrescare — per chi capita — profezie distopiche e foschi scenari apocalittici, terrorizzando gli ospiti.
Rumi Art Space, un luogo tra acque e fantasmi
Lo spazio che Rumi ha creato gli somiglia. I casolari da lui restaurati sono fitti di sportelli di legno nascosti, che celano piccole sorprese. Dalle teste in grès porcellanato di Nicola Samorì (Forlì, 1977) raccolte alla mostra Black Square (Made in Cloister, Napoli, 2020) a una minuscola scultura di Aron Demetz (Vipiteno, 1972), fino ai più strani minerali trovati sulle montagne circostanti.

Accanto alla collezione e alle spartane sale espositive, Rumi Art Space ospita anche una residenza per artisti che, negli anni, si è caricata di una fama inquietante. Si dice — e lo si dice sottovoce — che sia infestata da presenze. Mani invisibili bussano alle porte nel cuore della notte, le luci si accendono e si spengono da sole, alcuni oggetti cambiano posto e certi rumori non trovano spiegazione. Racconti che circolano tra chi ha abitato quegli spazi, artisti e curatori, e che nessuno riesce a smentire. In un vano del giardino, poi, si erge una fontana, ricavata da un sarcofago romano, la cui fonte viene ironicamente chiamata “l’acqua del morto” dall’artista Eric Pasino (Vercelli, 1997).

È difficile non pensare che quest’atmosfera densa e conturbante non dialoghi con il paesaggio. Il lago di Como, in questo tratto, non concede indulgenze. Rumi conosce storie che non finiscono bene, come quella di un ragazzo che nel Novecento si immerse nelle acque più profonde e non riemerse mai più, inghiottito da un incidente di cui resta solo una labile memoria. Il lago, qui, è una belva latente, capace di restituire immagini ma non sempre corpi.
La mostra Antropocene: una danza macabra tra Pasino e Samorì
L’esposizione bipersonale Antropocene in Rumi appare perfettamente innestata nel luogo che la ospita. Le opere di Pasino, realizzate durante la sua residenza, sembrano assorbire il peso dell’aria: pitture in bilico tra apparizioni e dissoluzione. L’essere umano è reso fragile, frammentato, spesso sul punto di scomparire. Le figure del giovane artista si mescolano in una danza macabra, richiamando cicli perpetui di vita e morte e legandosi a filo doppio all’estetica del maestro Nicola Samorì.

A dominare il percorso, tra tavole e tele, è Artaud. Un’imponente scultura samoriana nata per contemplare libera il mare di Procida e ora portata a respirare oscuri climi lacustri. La figura evoca il drammaturgo Antonin Artaud, segnato, nell’arco della sua vita, da continui elettroshock e sofferenze. Artaud si tiene «In equilibrio su una testa come in certe rappresentazioni Cristo si mantiene in equilibrio sul globo, quale principe del mondo», commenta Samorì che, a proposito della sua opera in relazione ai temi dello spazio, aggiunge: «Scultura e memoria dei morti hanno stretto alleanza da millenni».

L’accostamento dei due artisti, tra lacerazioni e ferite, amplifica la sensazione che qui il tempo non sia lineare ma stratificato, testimone di passaggi e di avvenimenti soprannaturali. Visitare la mostra negli ultimi giorni – fino al 16 gennaio 2026 – significa avere l’impressione di arrivare tardi e, al tempo stesso, nel momento giusto. Le opere, consapevoli della loro imminente partenza, si lasciano guardare con maggiore intensità, quasi chiedendo supplici di essere colte, portate via con sé.


Chi visita Rumi Art Space torna non soltanto con l’immagine di una mostra ma con il ricordo di un luogo che sembra uscito da un romanzo di Poe o di Michele Mari. Un luogo che ha l’aria di continuare a lavorare, come fanno alcuni sogni o alcune acque oscure che non restituiscono tutto ciò che prendono.












