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Sette opere sul rapporto tra corpo e conoscenza, nelle sedi dell’Università di Bologna
Arte contemporanea
Lo Special Program di Art City 2026, curato da Caterina Molteni, si articola in sette sedi dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna ed è intitolato Il corpo della lingua, riprendendo l’omonimo libro di Giorgio Agamben. Il progetto si innesta in luoghi densi di simboli del sapere e della conoscenza, attivando corrispondenze tra le strutture del pensiero istituzionalizzato e mettendone al tempo stesso in evidenza una dimensione eccedente il linguistico: quella che riguarda il corpo, la sensibilità, gli istinti e le emozioni.
È proprio l’aspetto relazionale del corpo — che percepisce, conosce e si muove nello spazio — a emergere come campo privilegiato di indagine. Le mostre si configurano così come specchi di un “sapere incarnato”, di una parola che nasce, cresce e si trasmette nel e attraverso il corpo, aprendo a forme di estraterritorialità della conoscenza fondate sulla relazione con l’alterità, in una definizione non fissa ma mobile, situata ed esperienziale.
Il video di Jenna Sutela (1983, Finlandia) trova una collocazione particolarmente appropriata nel laboratorio didattico del Distretto del Navile, parte del Centro di Laboratorio per la Didattica Chimica (CILDIC), uno spazio caratterizzato dalla presenza di sofisticate strumentazioni scientifiche. Sui monitor è presentato nimiia cétii (2018), un lavoro “aperto” che documenta un sistema di intelligenza artificiale impegnato a osservare al microscopio alcuni batteri estremofili e a interpretarli attraverso segni dinamici ed enigmatici, simili a geroglifici in movimento, accompagnati da una voce che ne traduce i comportamenti in un linguaggio misterioso.

Le immagini di fondo, dai toni rossastri, sono scenari di Marte generati dall’intelligenza artificiale, che costituiscono lo spazio visivo entro cui questi processi prendono forma. Il movimento dei microrganismi — in particolare del Bacillus subtilis, batterio noto per la sua capacità di sopravvivere in condizioni estreme e oggetto di studi che ne ipotizzano la possibile esistenza su Marte — si intreccia così a una riflessione più ampia sulla teoria della panspermia, secondo cui la vita si diffonderebbe nell’universo per disseminazione, in modo non dissimile da quanto avviene nel nostro stesso corpo, costantemente abitato da comunità batteriche.

Nella spettacolare Aula Magna della Biblioteca Universitaria di Bologna, all’interno di Palazzo Poggi, prende forma la durational performance di Nora Turato (1991, Zagabria), The Best of My Knowledge (2026), un lavoro incentrato sull’assenza di linguaggio verbale e su un processo di conoscenza del sé che passa attraverso l’ascolto del corpo. Gesti essenziali e reiterati, come il calpestare con forza il pavimento, conferiscono all’azione una dimensione profonda di radicamento e al tempo stesso di inquietudine, rendendo evidente la natura processuale dell’esperienza nello spazio. Questo processo è riconducibile alla pratica del grounding, che rimanda all’idea di una conoscenza che si fonda nel corpo stesso, nella voce, nella musica e nella danza che esso genera, prima e oltre la mediazione del linguaggio.
Poco distante, nell’Aula Alessandro Chigi dell’ex Istituto di Zoologia, è presentato PITCH, Notes on Vocal Intonation(2025), una lecture performance e video-saggio che indaga i toni della voce a partire dalla teoria del Frequency Code elaborata dal fonetista John Ohala, a sua volta basata sugli studi dello zoologo Eugene S. Morton su diverse specie di uccelli e mammiferi. Attraverso una narrazione incalzante, l’artista Giulia Deval (1993, Torino) mette in luce i sistemi di valore e i pregiudizi culturali associati ai suoni acuti e gravi, servendosi della parodia come strumento critico per mettere in discussione la presunta innocenza della percezione sonora.

Nell’atmosfera agreste della Sala della Boschereccia di Palazzo Hercolani, dipinta da Rodolfo Baruzzi nel 2010, si inserisce con discrezione il film in Super 8 mm (successivamente trasferito in digitale) di Ana Mendieta (1948, L’Avana – 1985, New York). Intitolato Flower Person, Flower Body (1975), il lavoro mostra la sagoma di una donna colmata di fiori, che galleggia sull’acqua in una lenta deriva fino al suo progressivo disfacimento. Nel corso della sua breve e folgorante carriera, Mendieta ha costantemente messo in relazione il corpo con la natura attraverso un legame empatico e rituale, riempiendo — come in questo caso — la silhouette della “grande madre” con materiali diversi, deperibili e in comunicazione ancestrale con il mondo naturale, in un gesto che unisce identità, memoria e trasformazione.

Alla Fondazione Federico Zeri, le tre sedie rialzate di Augustas Serapinas (1980, Vilnius) si mimetizzano quasi con gli scaffali in legno della biblioteca. Presentate per la prima volta alla Biennale di Venezia del 2019, le Chair for the Invigilator erano originariamente concepite per i mediatori culturali, offrendo loro visibilità e al tempo stesso una possibilità di sosta e riposo. A Bologna, questa modalità di abitare e interpretare lo spazio — inteso come luogo di gerarchie simboliche — viene rinegoziata: le sedute sono messe a disposizione degli studiosi, rendendo evidente il gesto stesso della lettura. Il lettore, così, si percepisce ed è percepito attraverso l’atto che compie nello spazio della biblioteca, in un cortocircuito tra funzione, visibilità e ruolo.

La performance Rejoin (2026) di Alexandra Pirici (1982, Bucarest) si svolge sul tavolo del Teatro Anatomico dell’Archiginnasio, luogo denso di simboli e cuore dell’antica sede universitaria: le pareti lignee sono popolate di sculture dedicate agli anatomisti del passato, mentre sul soffitto si dispiega un cielo costellato dai segni dello Zodiaco. In questo contesto, l’articolazione fisica e spaziale dei gesti della coreografa si inserisce con naturalezza all’interno di una visione enciclopedica e profondamente relazionale dell’universo, tipica del pensiero barocco, in cui ogni elemento è connesso a un altro.
La genealogia dei movimenti, accompagnata da suoni e melodie prodotti dall’artista, si sviluppa come una continuità trasformativa che mette in relazione il mondo naturale e quello meccanico e artificiale, facendo interagire linguaggi che si innestano nel proprio e in altri corpi. Ne emerge una trama fluida, coinvolgente e poetica, in cui le forme del vivente e del non vivente si trasformano reciprocamente: da un lato, una misteriosa entità metamorfica — una roccia, materia apparentemente inerte — muta nel tempo.

Nell’ampio e spoglio atrio razionalista della Facoltà di Ingegneria ci accoglie il video Day Is Done. Extracurricular Activity Projective Reconstructions #2–#32 (2005–2006) di Mike Kelley (1954, Detroit – 2012, Los Angeles). Un motivetto comico e sincopato accompagna i gesti coreografati e ironici di tre performer che entrano ed escono dallo spazio e dal racconto. Si susseguono quinte e personaggi in costume, accomunati da un tono scomposto e liberatorio, fatto di azioni e battute che attingono all’immaginario grottesco.
Il lavoro rievoca le attività studentesche legate alla festa, al carnevale e alla sospensione temporanea delle regole, sovvertendo il tempo disciplinato dello studio nel suo contrario ludico e catartico. Il ritmo accelerato, coinvolgente e parossistico del video chiude l’excursus delle mostre, restituendo una dimensione collettiva di sfogo e di liberazione.














