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Terra, semi e intrecci: le geografie politiche dell’artista Binta Diaw in mostra al PAV di Torino
Arte contemporanea
«I corpi sono la traccia vivente delle nostre oppressioni, delle nostre esperienze e delle nostre azioni. I capelli intrecciati sono un simbolo di lotta e memoria» (Binta Diaw)
L’artista Binta Diaw costruisce tappeti di memorie e trame simboliche di legami e genealogie, un ecosistema poetico dove la storia si radica, si intreccia e (letteralmente) germina.

Nella personale Dove le liane s’intrecciano. Resistenze, alleanze, terre esplora temi quali l’ecologia politica, la memoria diasporica afrodiscendente, l’appartenenza e il corpo nero femminile come territorio e medium, a partire da un pensiero decoloniale consapevole. Presentata al Parco Arte Vivente di Torino e curata da Marco Scotini, in corso fino a marzo 2026, la mostra prosegue il ciclo di indagini dedicato all’indagine sulle nuove ecologie politiche, sui rapporti tra memoria diasporica e il corpo femminile, dopo le personali di Navjot Altaf, Arahmaiani e Regina José Galindo. Diaw si rivela una delle artiste under 30 più promettenti del panorama italiano, in seguito anche al recente premio per l’opera Terrestre in occasione della quarta edizione di Arte Circolare di Triennale Milano.

Abbracciando l’arte visiva con metodologia intersezionale, l’artista senegalese-italiana nata a Milano si rivolge alla narrazione afro-diasporica e femminista basata sulla sua esperienza fisica e personale, per esplorare i molteplici strati del suo essere corpo sociale e la sua posizione come donna nera in un contesto occidentale. La sua ricerca intreccia ecologia, femminismo e storia coloniale, traducendo la memoria diasporica in materia tangibile: capelli sintetici, semi, terra, tessuti intrecciati, installazioni biologiche. Sfidando lo sguardo occidentale attraverso una realtà sovvertita, la sua pratica mette in discussione le percezioni di italianità e africanità in relazione al suo patrimonio culturale e alla sua educazione.
Le opere sono memoriali, forme di resistenza gentile: si oppongono al silenzio della storia con la lingua della materia. Come le liane da cui il titolo, pianta rampicante simbolo di resilienza collettiva, le opere si arrampicano, si sostengono a vicenda, evocando ulteriori ramificazioni delle traiettorie della diaspora africana. Diaw lavora sugli episodi storici della violenza coloniale che risuonano con i processi contemporanei di espropriazione, sradicamento e sfruttamento dei corpi e del lavoro neri, dove il razzismo sistemico funziona come una tecnologia di dominio e una strategia di profitto.

«Ho costruito il mio bagaglio simbolico a partire da materiali organici come la terra per arrivare a elementi artificiali come i capelli sintetici utilizzati per le extension. Il capello ha sempre fatto parte della mia vita in quanto donna nera, una parte del corpo attraverso la quale posso sfogarmi, nascondere le mie paure», racconta Diaw. «La pratica dell’intreccio femminile nelle comunità africane durante il periodo delle piantagioni è infatti un atto simbolico oltre che estetico. Molte donne reinterpretarono i codici tradizionali delle acconciature trasformando le loro capigliature in mappe segrete, rappresentazioni criptiche dei percorsi utilizzati dagli schiavi per la fuga. Le trecce potevano custodire anche semi provenienti dalla terra natale, nascosti come simboli di e speranza».
Corpi, nature, ecologie: il percorso in mostra e le installazioni diffuse
«Sono una donna nera in un mondo eurocentrico dominante. Essendo nata e cresciuta in un contesto che non è la mia madre terra, ho sempre avuto un posizionamento diasporico. Cosa significa essere donna e artista in Italia, ma soprattutto cosa significa essere un’artista di seconda generazione?».
Nella sala di apertura del PAV è installata l’opera Chorus of Soil del 2019, una riproduzione sul suolo della pianta della nave negriera Brooks, realizzata con terra e semi. Le sagome degli schiavi, simbolo di oppressione, diventano germinazioni vegetali, trasformando la nave in un giardino di memoria e rinascita. Opera già apprezzata nella sua versione monumentale durante la Biennale di Liverpool del 2023, è concepita come uno spazio di commemorazione e di nuova vita: «Ho piantato semi di melone a causa del loro legame con le piantagioni gestite dalla mafia nel sud Iialia, dove migliaia di migranti vengono sistematicamente sfruttati e vivono sotto la minaccia dei ‘caporali’».

Altra opera centrale in mostra è Dïà s p o r a, installazione già presentata alla Biennale di Berlino 2022 e composta da una struttura sospesa appena sopra il pavimento simile a una ragnatela, realizzata con trecce di capelli. L’opera evoca la resistenza silenziosa delle donne schiavizzate, che nascondevano semi e mappe nei capelli, trasformando la materia in archivio vivente e luogo di sopravvivenza clandestina. Già dalla sua prima mostra personale ad Abidjan nel 2021, l’artista ha attinto dalla ricca storia dell’intrecciatura dei capelli africani e della trasmissione della conoscenza vernacolare, che continua ad affascinare il campo degli studi culturali negli ultimi decenni, dalla politica dei capelli degli anni ’70 ai dibattiti più recenti sulla nozione di appropriazione culturale.

La serie di lavori fotografici ha come protagonista il corpo dell’artista, trasformato e reinterpretato come paesaggio. Paysage Corporel del 2023 si ispira a una lettura eco-femminista delle mangrovie in Senegal, nella risonanza tra i capelli intrecciati e le radici della pianta, evocando il legame naturale tra corpo e ambiente sociale. Rielaborate con l’uso del gesso e di colori, le tracce sono il risultato di un processo di domande, di continua ricerca dell’anima legata al movimento ciclico delle donne, della natura e dell’arte.
Nella corte esterna ottagonale del PAV è installata Naître au monde, c’est concevoir (vivre) enfin le monde comme relation, una serie di vasche di acqua con dimensioni e contorni diversi che fanno “crescere” radici e capelli, e come mangrovie incarnano la capacità di sopravvivere in condizioni avverse, proprio come le comunità diasporiche a cui Diaw fa riferimento.

Completa il percorso il video Essere corpo, una esplorazione delle capacità sensoriali del corpo riguardanti la realtà patriarcale e capitalista. «Il corpo danza con il terreno», racconta Diaw. «Le nostre origini sono incise nei nostri corpi come la terra è inscritta in noi. L’artificialità contemporanea ci tiene separati e ci fa dimenticare chi siamo, e questa coreografia è per me un atto di liberazione dalle dinamiche di potere a cui le donne e la natura sono insieme sottoposte».

Come gli alberi di mangrovie, che crescono insieme nutrendosi e sostenendosi a vicenda attraverso un complesso sistema di radici comunicanti, le installazioni di Diaw raccontano storie di alleanze femminili, crocevia di lotte e resistenze. Prima di essere interventi artistici, i suoi lavori sono atti di ricerca di ciò che negli archivi rimane nascosto e inespresso. Lavori che parlano e ascoltano, tessono relazioni, come ricordi di identità lontane e vicine che tornano a vibrare nella materia.










