26 marzo 2026

Arte e nuove tecnologie: Trevor Paglen si aggiudica l’LG Guggenheim Award 2026

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L’artista e teorico statunitense Trevor Paglen è il nuovo vincitore del premio dedicato alle pratiche tra arte e tecnologie, promosso dal Guggenheim di New York e da LG

Trevor Paglen

Dopo Stephanie Dinkins (2023), Shu Lea Cheang (2024) e Ayoung Kim (2025), è Trevor Paglen ad aggiudicarsi il premio LG Guggenheim Award 2026, il riconoscimento promosso dal Solomon R. Guggenheim Museum di New York insieme a LG, dedicato alle pratiche artistiche che interrogano il rapporto tra arte e nuove tecnologie.

Il premio, giunto al suo quarto anno, prevede un finanziamento di 100mila dollari e si inserisce all’interno della più ampia LG Guggenheim Art and Technology Initiative, programma quinquennale che intende sostenere e promuovere artisti impegnati nel ripensare criticamente le infrastrutture tecnologiche contemporanee. E, nel caso di Paglen, la giuria premia una figura che da oltre due decenne lavora precisamente su questi territori, muovendosi tra arte, geografia, nuove tecnologie, ricerca teorica e fotografia.

Il 18 maggio di quest’anno, in occasione dell’assegnazione del premio, Paglen presenterà al Guggenheim di New York una lecture-performance dal titolo The Lizard People Are Here! : un titolo che sembra giocare con l’immaginario cospirazionista, ma che, come accade spesso nella pratica dell’artista, riporta l’attenzione sulle vere strutture di potere che operano, spesso invisibilmente, nella produzione delle immagini contemporanee.

Trevor Paglen, They Watch the Moon, 2010

Trevor Paglen: tra immagini invisibili e infrastrutture tecnologiche

Nato nel 1974 negli Stati Uniti, Trevor Paglen si forma, ancor prima che come artista, come geografo. E proprio questa formazione informerà tutta la sua produzione. Paglen, infatti, è interessato a mostrare ciò che rimane “fuori dalla mappa” o dai circuiti di visibilità tradizionali.

Di questo sono un ottimo esempio i suoi primi lavori fotografici parte della serie Limit Telephotography: gli scatti di Paglen mettono in luce basi segrete e siti classificati, rendendo dunque visibile ciò che per definizione dovrebbe restare fuori campo. 

Negli anni, questa indagine si è sempre più spostata dalle geografie fisiche a quelle digitali: Paglen ha iniziato a interrogare i sistemi di sorveglianza algoritmi, lavorando su dataset e tecnologie di riconoscimento facciale.

In Training Humans — esposizione tenutasi tra 2019 e 2020 a Fondazione Prada — Paglen collabora con Kate Crawford per mettere in evidenza gli stereotipi incorporata nei sistemi di classificazione algoritmi, mostrando dunque come le immagini prodotte dalle macchine non si limitino a descrivere il mondo, ma contribuiscano attivamente a costruirlo secondo logiche di potere ed esclusione.

Parallelamente, Paglen ha indagato le cosiddette “invisible images”: imagini non destinate alla visione umana, ma generate da macchine per altre macchine.

Interessante è poi il filone della sua ricerca che si concentra sul rendere visibili le infrastrutture materiali della rete, come cavi sottomarini, data center e satelliti. Attraverso la fotografia, Paglen rende dunque tangibile la dimensione fisica di ciò che spesso viene concepito come immateriale — il cloud, appunto — e riporta l’attenzione a una geografia del digitale strettamente legata a interessi economici e militari.

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