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Tra ombre e lenzuola: Francisco Tropa trasforma Palazzo De’ Toschi a Bologna in uno spazio del tempo ciclico
Arte contemporanea
«Nei casermoni degli alloggi popolari, sparsi a casaccio, le molte finestre tremolavano per effetto dei più diversi movimenti o impatti della luce; su tutti gli esili balconcini c’erano donne e bambini indaffarati, ora nascosti e ora scoperti dalla biancheria e dai panni stesi che sventolavano e si gonfiavano al vento del mattino. Se si alzava lo sguardo dagli edifici, si vedevano le allodole volare altissime in cielo e, in basso invece, le rondini sfrecciare quasi sopra le teste della gente che era a bordo dei veicoli. Molte cose rammentavano a Karl il suo Paese».
Entrando nella grande Sala Convegni di Palazzo De’ Toschi, la prima impressione che si ha è quella di attraversare un paesaggio già visto, familiare, eppure leggermente fuori asse. Le parole tratte da America, di Franz Kafka, tracciano delle pennellate pervase di nostalgia: è quella stessa nostalgia che Francisco Tropa prende e porta a Bologna nella mostra in corso fino al 1° marzo 2026, non senza averla prima immersa in uno spazio quasi onirico, riconoscibile ma allo stesso tempo artificiale. Dei fili che si reggono a delle canne di bambù attraversano lo spazio, le lenzuola pendono come in un sottotetto di provincia, sorrette da mollette. Dei cartelli commerciali interrompono la continuità visiva con frasi in portoghese, legate all’attività di bar, ristoranti e altri esercizi commerciali: «Cercasi cameriera», «Torno subito», «Specialità della casa». Tutto, però, non è ciò che appare: le canne e le mollette sono in realtà dei calchi in bronzo, i cartelli non sono ready-made ma serigrafie su carta che riproducono i vecchi originali collezionati dall’artista. È qui che Miss America, la prima personale di Francisco Tropa, comincia a lavorare: sulla frizione, sull’illusione, sulla riproduzione.

A cura di Simone Menegoi e inserita all’interno del circuito di ART CITY, si tratta della decima mostra d’arte contemporanea organizzata a Palazzo De’ Toschi e consta di due opere di grandi dimensioni: Lantern with clock mechanism (Lanterna con meccanismo a orologeria), del 2025; e Miss America, nel salone centrale, installazione site-specific che inaugura un nuovo ciclo di lavori dell’artista e dà il nome alla mostra. Nel primo caso, si tratta di un’opera del ciclo Lanterns, presentato da Tropa nel Padiglione Portoghese della Biennale Arte 2011: una proiezione di ombre generata da piccoli oggetti posti davanti a sorgenti luminose progettate dall’artista. La serie mette in scena un dispositivo essenziale, che può trarre origine da elementi legati alla misurazione del tempo – clessidre, meccanismi a orologeria, come in questo lavoro del 2025 – oppure da presenze fragili ed effimere, come ragnatele, foglie secche ridotte alla sola nervatura, insetti. Il ciclo Lanterns si costruisce così come una vanitas contemporanea: una natura morta smaterializzata, che rimanda alla tradizione seicentesca e alla sua insistenza sulla caducità. Ma le ombre evocano anche altre genealogie visive, dalla sequenza ingannevole dell’allegoria platonica della caverna al fascino arcaico degli spettacoli di ombre cinesi, anticipazioni remote del cinema.

Miss America compie un percorso diverso rispetto alla produzione precedente di Tropa. Mentre infatti, all’inizio della sua carriera, otteneva le sue opere da un’azione artistica, qui è la performance a diventare essa stessa l’opera: non la genera, dunque, ma la costituisce. Utilizzando le parole del curatore: «La performance non consiste nella creazione dell’opera; è l’opera, compiuta e statica, che dà vita alla performance, e prende vita grazie ad essa». In Miss America, dal 3 all’8 febbraio, tre ragazze e tre ragazzi hanno svolto la semplice – ma ciclica – azione di stendere le lenzuola, per poi ritirarle, piegarle e ricominciare da capo. I gesti sono lenti, misurati: stendono le lenzuola, le fissano con le mollette, poi – dopo un tempo che non è mai esattamente lo stesso – le ritirano, le piegano, ricominciano.

La sala si mantiene attraversabile, ma qualcosa cambia nella percezione del tempo, perché l’azione non chiede attenzione continua, ma la dilata. Come scrive Simone Menegoi nel testo critico, «da attività quotidiana, semplice e sbrigativa, l’operazione di stendere le lenzuola diventa una coreografia. Non a caso l’artista, come fa di consueto, ha selezionato per l’azione dei giovani provenienti dall’ambito della danza». Il punto dell’opera non è la trasformazione del gesto in danza, né la sua estetizzazione, ma la qualità del movimento. Un rallentamento che mette in crisi l’automatismo, rendendo visibile ciò che normalmente resta sullo sfondo. I calchi in bronzo delle mollette e delle canne di bambù, patinati fino a confondersi con gli originali, introducono pertanto una discrepanza sottile ma persistente. Permane una sospensione: quello che sembra vero non lo è, quello che appare funzionale si è già, in realtà, fatto scultura.

E se accanto all’installazione, Lantern with clock mechanism lavora per sottrazione, con le ombre proiettate che espongono il meccanismo nella sua forma più elementare e “piatta”, misurando lo spazio, Miss America invece lo invade. In un’opera il tempo scorre regolare e ipnotico, nell’altra viene dilatato e diventa materia malleabile, un circuito chiuso. Lo stesso titolo di Miss America resta un enigma non risolto, con l’ambiguità tra la parola “Miss” e l’immaginario che si porta dietro e “miss” inteso invece come missing, una mancanza, aprendo a una doppia lettura che non viene mai chiusa. L’America evocata qui non è quindi un luogo, ma una proiezione: qualcosa che si ricorda senza averla necessariamente vissuta, come l’Amerika di Kafka, costruita per racconti, per visioni importate. La nostalgia di un luogo che non esiste più e forse non è mai esistito.
Quando i performer se ne vanno, l’installazione resta come una traccia: le lenzuola ferme, le corde tese. Il meccanismo continua a funzionare, ma in un’altra modalità.

Francisco Tropa racconta a exibart: «Miss America parla molto di ciò che sta accadendo oggi nel mondo e nell’arte, di ciò che già è successo, e in particolare di ciò che è successo all’America. È una grande scultura, un grande disegno, realizzato con linee che sono questi fili. E poi c’è questa parte performativa che muta, che in qualche modo cambia l’immagine stessa. Mi piace ci siano due momenti: si tratta di una cosa ciclica, di tempo circolare. Le lenzuola stesse che si asciugano segnano il passare del tempo. I teli diventano quindi una tela bianca, così come lo schermo di Lantern with clock mechanism. Ma soprattutto, quest’opera è una grande scultura, una sorta di natura morta che utilizza il trompe-l’oeil: figure che provengono direttamente dalla storia dell’arte – non a caso si utilizza bronzo – e le tele bianche, che provengono dal dipinto. È qualcosa che ti riempie gli occhi, una grande scultura ma mascherata da qualcosa di molto povero. Solo un luogo in cui disegnare».












