03 gennaio 2026

Una grande mostra al MoMA riporterà Duchamp al centro del contemporaneo

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Marcel Duchamp, il fondatore dell’arte contemporanea, torna protagonista con una grande mostra di 300 opere al MoMA di New York. Dopo la tappa a Philadelphia arriverà anche al Grand Palais di Parigi

Marcel Duchamp, Fountain, 1950, replica dell'originale del 1917. Philadelphia Museum of Art

Nel 2026, il MoMA – Museum of Modern Art di New York presenterà la prima grande retrospettiva dedicata al mitico Marcel Duchamp negli Stati Uniti dal 1973, un progetto monumentale, che riapre il discorso sul fondatore indiscusso dell’arte contemporanea e sul suo lascito ancora radicalmente attuale. Visitabile dal 12 aprile al 22 agosto 2026 e intitolata attorno alla domanda che continua a inseguire l’arte del nostro tempo – Why is this art? – la mostra riunirà circa 300 opere e offrirà una lettura ampia e articolata di un percorso lungo oltre 60 anni di sperimentazioni incessanti, dal 1900 alla morte dell’artista nel 1968. Dipinti, oggetti, readymade, opere su carta e lavori concettuali andranno a scandire un racconto che attraversa tutte le metamorfosi di Duchamp, restituendone la portata rivoluzionaria senza ridurlo a un’icona monolitica.

Il progetto è curato da Ann Temkin, Michelle Kuo e Matthew Affron, in una collaborazione tra MoMA e il Philadelphia Museum of Art, istituzione che conserva il più importante nucleo di opere duchampiane. Dopo l’apertura newyorkese, la mostra si sposterà a Philadelphia dal 10 ottobre 2026 al 31 gennaio 2027. Ma non sarà un evento esclusivamente statunitense: una versione dell’esposizione approderà anche in Europa, al Grand Palais di Parigi nella primavera del 2027, co-prodotta dal Centre Pompidou, segnando il ritorno del progetto nel contesto culturale europeo da cui Duchamp proveniva.

Nato a Blainville-Crevon nel 1887, Marcel Duchamp si formò nella Francia delle avanguardie, sfiorando il Cubismo e dialogando con il clima sperimentale parigino dei primi anni del Novecento. Il vero punto di svolta, però, arrivò con il suo rapporto con gli Stati Uniti. La partecipazione all’Armory Show del 1913 a New York, dove Nude Descending a Staircase (No. 2) suscitò scandalo e ironia, segnando l’inizio di un legame decisivo con il contesto artistico statunitense.

Duchamp comprese prima di molti altri che negli Stati Uniti esistevano spazi di azione che in Europa erano ormai chiusi. Se per Duchamp il Vecchio Continente rimaneva il luogo della formazione e del pensiero, gli Stati Uniti diventavano lo spazio dell’invenzione e della sperimentazione radicale. È qui che l’artista consolidò la propria influenza su intere generazioni, aprendo la strada al Concettuale, al Minimalismo e alla Pop art.

Tra New York e Parigi, Duchamp sviluppò i suoi readymade, ridefinendo l’opera d’arte come gesto mentale prima ancora che oggetto materiale. Fountain, l’opera d’arte contemporanea per eccellenza, l’orinatoio firmato R. Mutt, nasceva proprio negli Stati Uniti, nel 1917. Curiosamente, la versione originale non è stata mai stata esposta pubblicamente, comparve fotografata da Alfred Stieglitz in un articolo firmato dalla critica d’arte Louise Varèse, quindi se ne persero le tracce e poi ricomparve in varie copie, che sono quelle che si vedono oggi esposte. Nel 2004 fu votata da 500 professionisti dell’arte come l’opera più influente di tutti i tempi.

Anche lavori come The Bride Stripped Bare by Her Bachelors, Even (The Large Glass) e il Boîte-en-valise trovavano nel pubblico americano un terreno fertile, capace di accogliere l’ironia, l’ambiguità e la sfida intellettuale che Duchamp opponeva a ogni estetica dominante, in un clima artistico segnato dal dibattito sull’anti-arte, dall’emergere del Dadaismo e da una crescente attenzione al ruolo del contesto e dell’istituzione.

La retrospettiva del 2026, oltre a colmare l’assenza di una grande retrospettiva statunitense da 50 anni, si propone come una rilettura necessaria. In mezzo secolo, gli studi su Duchamp si sono moltiplicati, così come i fraintendimenti e i miti che circondano la sua figura. Questa mostra potrebbe rimettere ordine e aggiornare la ricezione del suo pensiero, mostrando la complessità di un artista che fece della contraddizione un metodo.

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