06 giugno 2020

Ottone Rosai a Pontassieve. Intervista ad Antonio Natali

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Nel borgo toscano va in mostra il Rosai che s’appassiona all’uomo, alle sue relazioni, ma anche alle sue solitudini. Tra melanconie sospese e silenziose

Ottone rosai a pontassieve

Con “Ottone Rosai. Pittore di figura” si conclude “Pontassieve in Arte 2019”, il ciclo di esposizioni curate da Adriano Bimbi e Antonio Natali, che ha dato spazio ad artiste e artisti emergenti così come ai grandi maestri del XX secolo. Questa mostra conclusiva, aperta nella Sala delle Colonne del palazzo comunale di Pontassieve (con ingresso gratuito fino al 13 dicembre prossimo), rivela un Ottone Rosai (1895-1957) concentrato su scene di vita popolare, membri della famiglia, autoritratti e ritratti di artisti e letterati scanditi tra i primi decenni del Novecento. Ne parliamo con Antonio Natali, già direttore della Galleria degli Uffizi dal 2006 al 2015, qui in veste di co-curatore dell’esposizione, che ci propone in questa conversazione anche una riflessione sul provincialismo della critica dell’arte contemporanea italiana e su quei musei nostrani, con i loro direttori che si esibiscono in spot autopromozionali, che seguitano orgogliosamente a dare di sé l’idea di macchine per soldi. 

Le opere selezionate per la mostra quali momenti toccano dell’attività di Rosai?

«Nella Sala delle Colonne del municipio di Pontassieve, piccola e d’eleganza austera, sono esposte di Rosai una ventina d’opere, che cronologicamente coprono l’intero arco della sua attività: dai Fidanzatini del 1919 alle Due figure al piano del 1957, anno della sua morte».

 

Ottone Rosai a Pontassieve
Ottone Rosai a Pontassieve, vista della mostra

Questo progetto espositivo quale immagine dell’Artista consegna al pubblico?

«Nelle nostre intenzioni (mie e d’Adriano Bimbi,) c’era quella d’allestire una mostra che offrisse un profilo di Rosai un po’ meno frequentato. Per questa ragione già nel sottotitolo s’evoca l’interesse di lui per la figura umana. Interesse che fu forte, a dispetto d’una sua più nota immagine di pittore di paesaggi urbani, di vie curve e strette fra case di finestre buie, di campi e d’uliveti poco fuori Firenze. Al cospetto di questo Rosai più conosciuto, c’è appunto il Rosai che s’appassiona all’uomo, alle sue relazioni, ma anche alle sue solitudini. Che sono di frequente dipinte. Figure sole anche quando sono in compagnia. E poi figure sedute a tavoli dimessi, prese di spalle. Melanconie sospese e silenziose». 

Come si articola il percorso della mostra?

«S’è scelto d’esporre le opere secondo un criterio che – a nostro giudizio – favorisse una lettura quieta e agevolasse l’apprezzamento della poesia di Rosai, sovente così scabra e ruvida nel suo eloquio espressionistico, da cagionare financo fastidio nei riguardanti». 

Quali opere, a suo avviso, sono particolarmente significative?

«M’affascina il Ragazzo in riposo, ch’è una tela del 1942 e che al visitatore della mostra di Pontassieve appare, appena superata la soglia della sala, come un’epifania poetica. Credo però che i tre cartoni monumentali disegnati da Rosai nella prima metà degli anni Trenta e messi a campeggiare nella parete di fondo, ch’è di suo tripartita da due colonne, siano nel contesto della rassegna i più significativi. L’Uomo con la giacca in mano (1933), le Quattro figure al tavolino (1934) e l’Uomo col secchio (1934) avrebbero ben potuto da sole dare un senso compiuto al titolo Ottone Rosai. Pittore di figura».

Ottone Rosai a Pontassieve
Ottone Rosai, Fidanzati

 Quale umanità restituisce Rosai sulle sue tele?

«Sul catalogo m’è occorso di ragionare degli affreschi di Masaccio nella cappella Brancacci al Carmine e del loro ineludibile magistero sugli artisti fiorentini del Quattrocento e del Cinquecento. Ma quello stesso magistero, ancorché lontano cinque secoli, è stato influente anche nella formazione spirituale e perfino linguistica di Rosai. Non sarà difficile figurarselo seduto sulla balaustra della Brancacci a indagare – oltre alla schiettezza della forma – la disposizione spirituale e intellettuale sottesa a quel teatro popolare, a quelle rappresentazioni di vita di quartiere, a quell’umanità incontaminata e a quella Firenze rimasta dall’età di Masaccio eguale nei chiassi e nelle piazze del suo nucleo storico. Né sarà arduo immaginarselo intento a carpire il segreto di quell’antico patriarca, che fu capace di mischiarsi fra la gente di strada e di calarsi nella realtà dell’esistenze semplici di donne e uomini comuni».

In che modo la mostra permette di ricostruire il contesto fiorentino artistico nei primi decenni del Novecento?

«La mostra non ha la pretesa di ricostruire il panorama fiorentino della prima metà del secolo scorso; non ne avrebbe nemmeno la possibilità. Ha semmai quella d’illustrare la presenza d’un artista che fu maestro di molti pittori fiorentini. E nel contempo aspira a infondere nei giovani d’oggi la coscienza dell’importanza della storia e della tradizione, anche quando le voci che ne sono partecipi non siano in linea con le inclinazioni culturali di chi se ne ponga all’ascolto».

Una domanda sull’attuale fortuna dell’opera di Rosai. Mi sembra che sia in Italia, dalle politiche delle mostre istituzionali alle aggiudicazioni d’asta, che ancor di più all’estero, questa figura sia ampiamente sottostimata. Un problema che non riguarda solo l’Artista toscano, ma che più in generale comprende larga parte del Novecento storico italiano. Quali sono le cause a suo avviso?

«Rosai certamente non vanta una fortuna critica all’altezza delle sue virtù, sia in Italia che all’estero. Non rappresenta però un’eccezione; basti rammentare – per rimanere in Toscana e nel Novecento – Venturino Venturi, artista spregiudicato di sicuro valore internazionale e invece di fama poco più che locale. Reputo che la ragione risieda nell’esigua credibilità di cui la critica d’arte nazionale gode nei paesi stranieri. La sensazione è che la critica dell’arte contemporanea italiana, per lo più afflitta dal provincialismo nostrano, tenda all’apprezzamento degli artisti di nazionalità estera (naturalmente di quelli che siano dalla critica estera celebrati) e abbia poco o punto coraggio nel proporre artefici connazionali. Ma così va in Italia: stiamo a cavalcioni delle antiche glorie (Botticelli, Leonardo, Michelangelo, Caravaggio e pochi altri), ma dei coetanei connazionali non ci si fida».

Ottone Rosai Pontassieve
Ottone Rosai, Ragazzo in riposo

Lei ha affermato che, riguardo la loro programmazione espositiva pubblica, molte Amministrazioni badano più all’immagine, invece di puntare sulla sostanza, ovvero sull’educazione delle giovani generazioni. Ci può approfondire questa sua riflessione? Pensa che nel tempo a venire, post-Covid 19, ci siano i presupposti al riguardo per un’inversione di tendenza?

«La fede cristiana mi dovrebbe indurre alla speranza nel futuro; ma non ce la faccio. Non ho mai creduto, durante quest’isolamento forzato, che le virtù effettivamente praticate nell’attuale contingenza avessero tante probabilità di sopravvivere. La grande solidarietà che s’è sperimentata è per solito venuta da quegli ambienti che da sempre la praticano. Chi si sia aggregato, speriamo resista. Se poi, quanto a musei e mostre (spazi che mi sono per mestiere vicini), dovessi trarre auspicî di possibili cambiamenti, mi troverei parimenti a disagio. I musei, coi loro direttori che s’esibiscono in spot autopromozionali, seguitano orgogliosamente a dare di sé l’idea di macchine per soldi, incuranti della necessità di un’inversione di rotta e incapaci d’avvalorare la loro natura di luoghi d’educazione. E le mostre proseguono nella ricerca di temi e nomi in grado di soddisfare l’esigenze di un’industria culturale che fomenta il feticismo esasperato di questa nostra turbata stagione. “Nulla sarà come prima”? Temo che tutto sarà come prima. La paura ammansisce; ma il benessere abbrevia la memoria. Ecco perché non mi stanco d’elogiare l’amministrazione d’un Comune di provincia, che, nelle ristrettezze economiche attuali e nella scarsità di fondi destinati alla cultura, da cinque anni si dedica imperterrito alla promozione di giovani artefici di piglio fiero, alternandola all’esaltazione della memoria di uomini che sono stati modelli di qualità umane oltre che artistiche: ora Ottone Rosai, ieri Carlo Ludovico Ragghianti (tredici sono state le mostre dal 2015 a quest’anno 2020). Un’impresa, quella di Pontassieve, che merita d’essere esemplare, specie in un momento in cui magari si fanno carte false per esibire un finto disegno d’un pittore esaltato dalla mitologia del mercato».

 

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