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«Non giudicare il libro dalla copertina» è un antico detto che viene insegnato fin da bambini, indicando come, superando la soglia, ci si possa addentrare in un racconto capace di ribaltare completamente la prima impressione. È il caso del numero 131 di exibart onpaper, uscito in occasione di Arte Fiera Bologna, che è stato motivo di attacchi diretti da parte di Artribune. E ancora una volta, ci si trova a spendere parole che ci saremmo volentieri risparmiati per evitare di dare adito a cattiverie fini a se stesse – no, non c’è nessuna moralità illuminata alla fine di tutta questa storia – mettendo in piedi una gratuita macchina del fango da trarre a proprio vantaggio cercando di mettere in difficoltà i cosiddetti “competitor” (nonostante sia anacronistico definirli tali). La stessa stanca dinamica accaduta la scorsa estate quando, a seguito di una traballante ricerca, erano stati pubblicati dalla stessa testata numeri falsati di tutte le testate d’arte italiane, dovendosi anche qui prendere la briga di sottolinearne la scorrettezza nonché la scarsa utilità di un’operazione meramente autopromozionale.
Non si giudica il libro dalla copertina, dicevamo, ed è quello che hanno fatto conoscenti, colleghi, amici, curiosi, avvicinandosi allo stand di exibart durante i giorni fieristici per prendere come d’abitudine una copia del nuovo numero, cogliendo il corto circuito fin dalle prime pagine, discutendone assieme. L’iconografia di regime è stata un punto di partenza per accogliere l’allarmante pericolo che le immagini rappresentano in un mondo minato costantemente dalla minaccia di censura e autoritarismi che si insinuano in modo subdolo a partire proprio dall’immagine. Una simbologia contro cui non possiamo che prendere posizione e ribaltarne il contenuto, come si evince fin dal colophon in una esplicita nota di redazione:

L’arte non vive dentro una bolla ed è quello che abbiamo voluto ricordare all’interno di questo stesso numero, aprendo una riflessione sul dramma di un mondo sull’orlo della Terza Guerra Mondiale e citando gli artisti che dentro i conflitti operano e costruiscono attivamente nonostante le condizioni critiche:

E se di soft power si parla, per la sua presenza sempre più evidente nella cultura contemporanea globale, è stato ritenuto opportuno trarne le fila attraverso un’analisi approfondita in queste pagine:

Si potrebbe andare avanti ancora, ma preferiamo lasciare ai lettori approfondire il numero appena uscito, che con coerenza affronta temi geopolitici che hanno un impatto diretto sull’arte.

Ma veniamo al punto: è possibile che exibart sia entrato alla corte degli oligarchi e cominci a prostrarsi incondizionatamente di fronte a dinamiche di regime? È una domanda paradossale per una testata che non ha mai esitato nello scegliere da che parte stare di fronte a conflitti di ogni tipo, a fianco alla parte lesa e delle minoranze, dichiarandosi apertamente antifascista anche quando le condizioni ambientali non erano delle più favorevoli e usando il filtro della correttezza lungo tutta la sua storia. Una presa di posizione coerente che, al tempo stesso, non è stata esente da critiche e attacchi.
Lo ha fatto a partire dall’invasione dell’Ucraina, con articoli di opinione, raccontando i disastri subiti dalla popolazione da cui non è stato esente il patrimonio culturale. Lo ha fatto nel caso del museo russo comparso a Mariupol, città simbolo della distruzione bellica e dell’occupazione militare, inserendolo anche tra le notizie segnanti del 2025.
Eclatante è poi il caso sul genocidio di Gaza, in questi mesi tristemente dimenticata dai media, di cui l’impegno non solo è stato quello di seguire quotidianamente lo stato del conflitto e le sue implicazioni culturali; exibart, infatti, è stata la prima rivista culturale ad aderire ufficialmente al grande sciopero del 22 settembre, con una lettera firmata, nomi e cognomi, da tutta la redazione. Scioperi che abbiamo seguito in strada per testimoniare la mobilitazione collettiva in un momento di forti tensioni politiche.
E, a proposito di censura, a partire dalla salita di Trump al potere non c’è stata alcuna remora nel dichiarare la virata illiberale di cui stavano facendo le spese le istituzioni culturali degli Stati Uniti, aprendo una riflessione su una architettura apertamente definita fascista.
Questo è il lavoro incessante che, giorno dopo giorno, ha costruito e continuerà a costruire la storia, la credibilità e l’identità di exibart. La stessa su cui, chi ci conosce e ci legge quotidianamente, non ha avuto dubbi, neanche di fronte a una copertina ambigua. Non amiamo autocelebrarci, ma nella saturazione e volatilità di contenuti digitali oggi, si rischiano vuoti di memoria che non possiamo e non vogliamo permettere.
Come dicevamo all’inizio dell’articolo, in questa storia non c’è nessuna moralità. Chi attacca, a onor di cronaca, è stato infatti il primo a portare Safronov in Italia, vendendogli una quarta di copertina (che ha una visibilità pari quasi alla copertina, visibile anche dalla rivista chiusa) nel numero #84 uscito a maggio 2025 durante la Biennale di Architettura.

Sempre disposti a riflettere sul nostro operato, riconosciamo che scegliere una tale copertina come punto di partenza per un ribaltamento e una riflessione più ampia sia stata una provocazione forte, azzardata perfino, che avrebbe potuto essere spiegata in maniera ancora più esplicita, ed è stata quindi questa l’occasione giusta per farlo. Allo stesso tempo però, constatiamo che attacchi come questi rischiano di passare come un autoreferenziale e poco costruttivo gioco tra le parti, minando pericolosamente un panorama editoriale che vive quotidiane difficoltà, distogliendo l’attenzione da urgenze maggiori.











