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Iniziati i restauri del Giudizio Universale a Roma: la Cappella Sistina rimarrà visitabile
Beni culturali
di redazione
Sono iniziati nei giorni scorsi i lavori di manutenzione straordinaria del Giudizio universale nella Cappella Sistina, uno degli interventi di restauro conservativo più delicati e attesi degli ultimi anni. L’operazione, annunciata ufficialmente dalla direzione dei Musei Vaticani, prevede una pulitura mirata della grande parete affrescata da Michelangelo Buonarroti tra il 1536 e il 1541 e avrà una durata stimata di circa tre mesi.
Il Giudizio universale, un capolavoro da restaurare
La Cappella resterà sempre aperta al pubblico, senza variazioni negli orari di visita ma con alcune limitazioni alla visibilità. I restauratori opereranno infatti dietro un grande telo che riproduce ad alta definizione l’immagine del Giudizio universale, soluzione pensata per consentire lo svolgimento dei lavori tentando di ridurre, per quanto possibile, l’impatto sull’esperienza dei visitatori. Il montaggio del ponteggio – che coprirà l’intera parete dell’altare – è la prima fase di un intervento reso necessario dalla presenza di una diffusa velatura biancastra, dovuta in larga parte all’elevatissimo afflusso quotidiano di pubblico, che può arrivare fino a 20 mila persone al giorno.

A guidare l’operazione è il Laboratorio di Restauro Dipinti e Materiali Lignei dei Musei Vaticani, diretto da Paolo Violini, con il coinvolgimento del Gabinetto di Ricerche Scientifiche, dell’Ufficio del Conservatore e del Laboratorio Fotografico. L’intervento è sostenuto dal Capitolo della Florida dei Patrons of the Arts in the Vatican Museums e si inserisce in un più ampio programma di manutenzione preventiva dell’intero complesso decorativo della Sistina, basato su monitoraggi costanti e interventi periodici di salvaguardia.
«A circa trent’anni dall’ultimo intervento conservativo sul Giudizio universale – completato nel 1994 sotto la supervisione del direttore generale Carlo Pietrangeli ed eseguito dal capo restauratore Gianluigi Colalucci – prende il via una manutenzione straordinaria del capolavoro della maturità di Michelangelo», ha ricordato la direttrice dei Musei Vaticani, Barbara Jatta. Quel restauro, passato alla storia come il “restauro del secolo”, cambiò radicalmente la percezione dell’opera, restituendo la brillantezza cromatica e la complessità della tavolozza michelangiolesca, fino ad allora offuscata da secoli di depositi e vernici.
L’intervento in corso non ha l’ambizione di replicare quell’operazione epocale ma risponde a esigenze conservative precise, legate alle condizioni ambientali e all’impatto del turismo di massa. Nel solo 2023 i Musei Vaticani hanno registrato oltre 6,7 milioni di visitatori, un dato che rende evidente la necessità di interventi regolari su uno dei cicli pittorici più fragili e celebri al mondo.
La Cappella Sistina e il Giudizio
Fondata tra il 1475 e il 1481 per volontà di papa Sisto IV della Rovere, la Cappella Sistina – dedicata a Santa Maria Assunta in Cielo – è il cuore simbolico e liturgico del Palazzo Apostolico. Oltre a essere il luogo del conclave e delle principali cerimonie pontificie, è considerata una delle più alte espressioni di quella “teologia visiva” spesso definita Biblia pauperum. Alle pareti, gli affreschi di Botticelli, Perugino, Ghirlandaio, Cosimo Rosselli e altri maestri del Rinascimento dialogano con la volta michelangiolesca (1508–1512) e con la drammatica visione escatologica del Giudizio universale, creando un racconto unitario che attraversa Antico e Nuovo Testamento.

Dopo il montaggio dei ponteggi, Michelangelo Buonarroti iniziò a lavorare al Giudizio universale nell’estate del 1536. Nel novembre dello stesso anno papa Clemente VII emanò un motu proprio che lo liberava da ogni altro incarico, in particolare dalle pressioni degli eredi Della Rovere e di Guidobaldo d’Urbino, garantendogli piena esclusività sul cantiere della Cappella Sistina per tutto il tempo necessario al completamento dell’opera.
Michelangelo affrontò l’intero affresco quasi completamente da solo, avvalendosi soltanto di aiuti per le operazioni più materiali – la preparazione dei colori, la stesura dell’arriccio – e della collaborazione di un unico assistente, probabilmente incaricato della coloritura degli sfondi. Diffidente verso qualsiasi intervento pittorico esterno, come già accaduto per la volta, l’artista mantenne un controllo assoluto sull’esecuzione: non a caso, al di là delle successive aggiunte delle cosiddette “braghe”, la critica non riconosce mani diverse dalla sua.

Il lavoro si sviluppò in circa 450 giornate, organizzate in ampie fasce orizzontali dall’alto verso il basso, seguendo l’abbassamento progressivo dei ponteggi. Nel 1540, mentre stava dipingendo la parte inferiore della composizione, Michelangelo cadde dall’impalcatura, subendo un infortunio che lo costrinse a un mese di riposo. L’opera fu infine conclusa nel 1541 e scoperta nella notte della vigilia di Ognissanti.
Le reazioni contrastanti
Ma già prima del completamento, il Giudizio Universale suscitò reazioni fortemente contrastanti: accanto all’ammirazione, si levarono dure critiche morali e formali, con accuse di oscenità, mancanza di decoro ed errori dottrinali rivolte a Michelangelo da personaggi come Biagio da Cesena, Pietro Aretino e Andrea Gilio. Finché vissero Paolo III e Giulio III, le polemiche non ebbero conseguenze ma sotto Paolo IV e Pio IV l’artista rischiò seriamente l’intervento del Santo Uffizio.
Sul piano critico, l’opera divise anche gli interpreti: Giorgio Vasari la esaltò come vertice assoluto dell’arte per potenza e intensità espressiva, mentre Ludovico Dolce ne denunciò l’eccesso e la mancanza di misura, contrapponendola all’ideale di armonia raffaellesca.

La vicenda si chiuse nel 1564, quando la Congregazione del Concilio di Trento impose la copertura delle nudità, affidata a Daniele da Volterra, il “Braghettone”, con interventi in gran parte discreti. Le censure proseguirono nei secoli successivi, insieme a modifiche e restauri, fino alla svolta del grande intervento concluso nel 1994, che rimosse le aggiunte più tarde conservando quelle cinquecentesche come testimonianza storica del clima controriformistico. Alla riscoperta dell’affresco, Giovanni Paolo II pose simbolicamente fine alle polemiche definendo il Giudizio Universale «Il santuario della teologia del corpo umano».
















