05 febbraio 2020

La rivoluzione di Save The Artistic Heritage: parola a Franco Losi

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Save The Artistic Heritage è l'associazione no profit che si occupa di promuovere il patrimonio culturale attraverso la tecnologia: ce ne parla il vicepresidente, Franco Losi

Leonardo da Vinci, ritratto di musico, 1485, Milano, Pinacoteca Ambrosiana
Leonardo da Vinci, ritratto di musico, 1485, Milano, Pinacoteca Ambrosiana

A quanto pare, oggi, tutti vogliono l’arte. Niente di male, in fondo l’opera, per esistere, deve pur essere vista, sentita, attraversata, assaggiata, insomma, esperita in qualche modo. D’altra parte, i concetti di fruizione, valorizzazione e tutela, pur non essendo affatto sinonimi, spesso si incontrano l’uno come conseguenza dell’altro e non si tratta solo di un gioco di incastri linguistici. Intorno a questi termini si giocano le politiche dei ministeri della cultura dei vari Paesi, le strategie di sviluppo dei più grandi musei del mondo. Ed è in questo contesto che agisce Save The Artistic Heritage, un’associazione non profit che, come lascia intendere molto chiaramente già dal nome, è impegnata nel delicato compito di promuovere e valorizzare il patrimonio storico e artistico, italiano in primis, su scala nazionale e internazionale.

Come? Grazie al DAW – Digital Art Work, cioè un multiplo digitale di un capolavoro della storia dell’arte prodotto in serie limitata, autenticato, numerato, certificato e protetto da un sistema brevettato di crittografia digitale. Una copia? Forse sarebbe più corretto dire un sosia, un Doppelgänger ma senza quella sfumatura da favola nera, perché con il DAW® sembra che ci guadagnino tutti. Il multiplo è infatti realizzato con il consenso del museo possessore dell’originale e il ricavato della sua vendita – a collezionisti o altre istituzioni – viene condiviso con il museo al 50%. Per il momento, tra i musei che hanno attivato questa partnership ci sono il Museo di Capodimonte di Napoli, la Pilotta di Parma, le Gallerie degli Uffizi e le Gallerie dell’Accademia di Firenze, la Pinacoteca Ambrosiana di Milano.

Per farci dire di più abbiamo raggiunto Franco Losi, vicepresidente di Save the Artistic Heritage, che è presieduta da John Blem e che può annoverare come presidente onorario Mario Cristiani, tra i fondatori della Galleria Continua.

L’intervista a Franco Losi, vicepresidente di Save The Artistic Heritage

La mission di Savetheartisticheritage è di sostenere e promuovere il patrimonio artistico del nostro Paese attraverso la messa in vendita di DAW certificati e numerati raffiguranti le più svariate icone della pittura, da Caravaggio a Leonardo (ora in mostra al Louvre, ma che resta visibile alla Pilotta – la Scapigliata – e all’Ambrosiana – il Musico – grazie alle vostre copie). Quali sono state, e quali sono, le resistenze che incontrate proponendo questo progetto?
«Le resistenze sono quelle che inevitabilmente si incontrano quando cambiano i punti di riferimento abituali e devono essere sostituiti con altri, nella maggior parte dei casi, sconosciuti. Di conseguenza anche la nostra iniziativa ha pagato l’inerzia, o peggio, creata dalle nostre abitudini consolidate nel tempo. Ed è per questo che il cambiamento deve essere guidato, anche per evitare gli effetti negativi che la paura può scatenare, come dimostrato in altri settori completamente stravolti dall’avvento del digitale.

Fortunatamente, come l’esperienza dimostra anche in questo caso, mentre si comincia a diradare la diffidenza per il nuovo si cominciano a comprenderne i benefici, e, come spesso accade nella tecnologia, questo accelera la diffusione capillare dell’innovazione e immediatamente grandi opportunità. Noi, infatti, vogliamo sfruttare queste opportunità per contribuire concretamente alla gestione e al mantenimento del nostro patrimonio artistico.

Come succede per tutte le rivoluzioni, occorre del tempo per far digerire il cambiamento. Ma è inevitabile. Io e John Blem (fondatori di Cinello e Save The Artistic Heritage) ci occupiamo da decenni di tecnologia, abbiamo lavorato a San Francisco e abbiamo visto da vicino come il digitale ha stravolto la vita delle persone. Oggi possiamo fare la spesa su internet, prenotare una visita specialistica, custodire ed investire il nostro denaro, scegliere una vacanza, leggere un libro, ascoltare tutta la musica disponibile al mondo, e soprattutto condividere la nostra vita privata. Chi considera il digitale un qualcosa di altro da noi forse non ha riflettuto sul fatto che ormai, tra digitale e realtà, non c’è più alcuna differenza. Era inevitabile che si trovasse una strada anche per l’arte. Spero che questa nostra iniziativa riesca a fare quello che non è stato possibile portare a termine in precedenza in maniera profittevole: aiutare concretamente il patrimonio artistico, e sostenerlo».

Ci spiegate, a livello tecnico ma in maniera molto semplice, come viene realizzato un DAW e quali supporti utilizza? Quali sono i costi di produzione di una copia?
«Si tratta di opere in serie limitata e autenticate, in scala 1: 1 esattamente come l’originale, numerate, certificate e protette con un sistema di crittografia digitale brevettato (simile a quello della Blockchain per intenderci). Traghettiamo l’originale nella sua dimensione digitale. Ogni DAW® è creato con il consenso del museo proprietario che conserva l’opera d’arte originale e i ricavi sono condivisi con il museo. Le opere sono gestite da una piattaforma che utilizza le più moderne tecnologie, consentendo di rispettare tutti i vincoli e i requisiti».

Avete un mercato che mi pare decisamente orientato verso il Medio Oriente: l’Italia e l’Europa sono più “inibiti” rispetto alla fruizione di un’opera attraverso un DAW? Pensate sia una questione culturale legata solamente al pensiero del “patrimonio originale” o si tratta di snobismo in generale verso l’aiuto che può fornire la tecnologia sia in senso culturale e filantropico?
«Si tratta soltanto di tempo. I mercati mediorientali, così come Cina e Russia, sono senz’altro i nostri interlocutori primari in questo momento, hanno grandi disponibilità e sono molto aperti alle novità. L’Europa è più abituata ad avere capolavori del genere a disposizione, il suo collezionismo no però, dunque ci arriverà. Forse è più facile da comprendere se si considera che, inevitabilmente, tutte le opere “materiali” sono destinate a consumarsi e infine scomparire».

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