30 agosto 2022

Il gigante della danza: al Ravenna Festival, un omaggio a Béjart

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Sperimentatore disinvolto, promotore del balletto come rituale rock da celebrare nei palazzetti, Maurice Béjart viene ricordato da uno spettacolo antologico in scena al Ravenna Festival

Béjart Balle Lausanne © BBL - Ilia Chkolnik BBL Béjart fête, Maurice © Ilia Chkolnik, Ravenne, 2022

È un viaggio nella memoria e nella nostalgia, o una sosta nel mondo degli affetti mai perduti, lo spettacolo “t ‘M et variations”, un’antologia di alcune pagine dell’immensa biblioteca coreografica di quel gigante della danza quale Maurice Béjart è stato. Artista dalla poetica eclettica e mastodontica, che, come nessuno, ha saputo esaltare la danza maschile. Ha forgiato il classico con disinvoltura plastica e dinamica, filtrato stili “altri”, dai modernismi al folclore orientale. È stato il più fervido e decisivo promotore del balletto come arte popolare, non élitaria, non ghettizzata nei teatri d’opera, capace di farsi celebrare quasi come un rituale rock in piazze, arene, stadi, sotto le stelle e in palazzetti dello sport.

E in uno di questi, il Palazzo Mauro De André, abbiamo ritrovato la robusta e sempre giovane compagnia, ospite del Ravenna Festival dopo un’assenza di diciotto anni. Risale al 2016, a dieci anni dalla scomparsa del coreografo marsigliese, lo spettacolo “t ‘M et variations” che Gil Roman ha dedicato al suo mentore, con la compagnia che porta il suo nome, Béjart Ballet Lausanne, perpetuando il suo credo. E il timbro stilistico del maestro è ben evidente nella coreografia firmata da Roman nella prima parte dello spettacolo, che si apre con i ballerini alla sbarra degli esercizi pronti a celebrare la gioia di danzare.

Béjart Balle Lausanne © BBL – Ilia Chkolnik BBL Béjart fête, Maurice © Ilia Chkolnik, Ravenne, 2022

Accompagnati dal duo di percussionisti Citypercussion dalla sorprendente varietà di strumenti e di suoni che si sovrappongono a motivi e ritmi melodici, i ballerini si alternano in duetti, terzetti e piccoli gruppi, in varianti fluide o complesse che esprimono quel legame con Béjart fatto di amore e passione per la danza espresso nel titolo, un gioco di parole tra “t’amo” e la Suite “Tema con Variazioni” di Čajkovskij.

Intrecciando fili di memorie e di affetti, l’album coreografico che si sfoglia nella seconda parte dal titolo “Béjart fête Maurice” e dedicato a Micha van Hoecke – che di Béjart fu ballerino storico e braccio destro alla guida del Mudra -, è un ricco taccuino che dà un’idea delle molte vie della danza che egli ha esplorato rivoluzionando, sappiamo, la valutazione del corpo danzante come di una parte integrante della cultura del Novecento. Il mosaico creativo che si ricostruisce in scena, riporta a giusta memoria di coloro che lo hanno visto e a testimonianza di quanti sono troppo giovani per ricordarlo, quanto questo artista sia stato innovativo, quanto la sua impronta sulle pagine della storia della danza resti ancora nitida, influente sugli sviluppi della coreografia contemporanea, persino nei suoi aspetti più controversi.

Béjart Ballet Lausanne © Ilia Chkolnik, Ravenne, 2022

Otto gli estratti del repertorio: “Symphony n.1”, “Heliogabale”, “Im chambre séparée”, “Opéra”, “Dibouk”, “Bhatki III”, “Gaîte parisienne”, “Symphony n.9”. Il cammeo “Bhakti III”, del 1968, rivisita e rielabora la tradizione di danza indiana. Diviso in tre parti – qui è eseguita la terza – e basato sulla tecnica dei “passi a due”, Bhatki fa rivivere la trinità indiana, attraverso le persone di Brahma, Vishnu e Shiva. È l’identificazione del fedele con la divinità attraverso l’amore. Così ecco Shiva, il dio della danza e anche della distruzione, che incontra e si confonde con la sua sposa Shakti che è parte di lui in quanto emanazione della sua energia vitale. Il duetto non recupera nessun tipo di folclore ma si svolge secondo criteri di danza moderna occidentale. Interpreti principali, assieme a un cerchio di danzatori, sono Alessandro Cavallo (pugliese, formatosi alla Scala di Milano, e cresciuto nella compagnia Balletto del Sud) e Mari Ohashi, coppia magnetica.

Béjart Ballet Lausanne © Ilia Chkolnik, Ravenne, 2022

Lo struggente languore delle musiche e delle leggende ebraiche rivivono in “Dibouk”, del 1988, interpretato da Jasmine Cammarota e Vito Pansini. Sostenuto dalle musiche di Shalom Anski, l’estratto propone un’antica leggenda cassidica dove si racconta un tragico amore che, ostacolato dalle famiglie, trova prima la morte, poi una nuova vita di amore e di pace nella contemplazione. Sulle musiche di Verdi un divertente passo a due è quello di “Les Moines”, i monaci, tratto da “Opéra”, del 1992, un omaggio al cinema di Pier Paolo Pasolini.

Béjart Ballet Lausanne © Ilia Chkolnik, Ravenne, 2022

Abbiamo citato solo alcuni degli estratti. Il finale non poteva che essere che corale, con un brano dalla celebre coreografia sulla “Nona Sinfonia” di Beethoven creata nel 1964. In un crescendo di forte intensità rappresenta un inno alla libertà e all’amore tra i popoli, con Gil Roman infine entrare e mescolarsi ai danzatori. Rimane impresso – mentre il pubblico ravennate decreta il successo dello spettacolo – quel magnifico ensemble d’altissima scuola, e che continua a mostrare sempre bellezza, grazia e gioventù, come a perpetuare quello che Béjart esigeva: «Volevo che i miei danzatori non avessero l’aria di essere danzatori. Volevo che fossero ragazzi virili o femminili, grandi o belli, ma ragazzi che danzano».

Béjart Ballet Lausanne © Ilia Chkolnik, Ravenne, 2022

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