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NDT 2, tre visioni della danza contemporanea a Modena, tra tensione e humour
Danza
Compagnia versatile, costola giovanile del Nederlands Dans Theater, l’NDT 2 dimostra già un’autorevolezza di qualità tecnica e interpretativa affrontando tre stili e linguaggi coreografici diversi – di Marcos Morau, di Marco Goecke e di Alexander Ekman – nella serata che l’ha vista entusiasmare, a ragione, il pubblico del Teatro Comunale di Modena, una delle tappe della tournée italiana. Lo spettacolo è ancora in scena oggi, 7 febbraio, al Teatro Comunale di Ferrara.

L’ipnotico Folka di Marcos Morau mette in scena un rituale comunitario derivato dal folklore catalano caro al coreografo. Un ritmo percussivo e di cantilene popolari scuote e accompagna i corpi degli interpreti vestiti con lunghe gonne nere, camicioni bianchi disegnati e bretelloni. Muovendosi tra chiaroscuri, controluce, spot nebbiosi e neon – del fedele light designer Tom Visser -, la loro danza è un crescendo vorticoso di ondate avvolgenti, un turbinio di braccia, teste e busti, in sincrono o in fugaci assoli subito rientranti nel gruppo che si espande e si riconcentra, trova gesti di compassione nel sostenere chi cade, eleva come offerta in cerchio, ritrovando sempre un unico respiro pulsante. Quasi spiriti notturni, volteggiano come dervisci nel finale, mentre dal fondale nero minuscole luci si irradiano sull’intera platea: raggi luminosi che trafiggono la notte del rito.

Un mix musicale che va dal rock-punk dei Placebo, ai romantici notturni di Schubert, alle note pianistiche del compositore russo tedesco Alfred Schnittke, permea Wir sagen uns Dunkle, “Ci scambiamo parole oscure”, creato nel 2017 dal coreografo tedesco Marco Goecke. Il movimento espressionista, nervoso, scattante, spigoloso, che contraddistingue il suo linguaggio, qui è moltiplicato nei dieci interpreti i cui gesti tagliano l’aria tra spasmi dei corpi, delle mani, degli arti.

Tra continue entrate e uscite dal fondo scuro o dai lati, alternando assoli a duetti, terzetti e così via, gli 11 danzatori, mai a contatto fra di loro – tranne qualche brevissimo momento in coppia -, esprimono un’inquietudine rabbiosa, un’isteria, un senso di alienazione e disperazione, e un grido di amore che sembra una richiesta di aiuto, stati d’animo – con qualche sprazzo ironico – che trovano eco nelle parole delle canzoni della band inglese Placebo. Il finale è col romantico Quintetto per pianoforte, Parte 2 in tempo di valse di Schnittke mentre l’ultimo ballerino scompare sul fondo e un altro lo guarda andarsene.


Alla cupezza dei due primi brani, risponde la luminosità del terzo pezzo della serata del NDT 2. Vestono vaporose e lunghe gonne bianche sul torso nudo – poi indossando giacche nere, infine seminudi – tutti i 18 danzatori impegnati nel divertente e teatrale Fit firmato da Alexander Ekman, introdotto dal saluto di “Buonasera e benvenuti al miglior lavoro che abbiate mai visto”, rivolto ironicamente dai danzatori al pubblico e subito ritrattando: asserzione che sancisce la cifra umoristica e stravagante dello spettacolo che ha come unico elemento scenico un grande masso disposto lateralmente.

Il coreografo svedese mette in scena il concetto di “adattamento”, quel desiderio innato di distinguersi e al contempo la necessità di adattarsi (fit in), di sentirsi al sicuro in mezzo agli altri. A condurre le dinamiche sociali è una donna, istigatrice di movimenti imitativi del gruppo che si muove compatto, a ondate su tutto il palcoscenico, poi si sparpaglia, si ricompatta, negozia gesti e posture, si armonizza, si blocca, si spezza e riprende l’andatura.

Le spiritose relazioni si intrecciano tra saltelli, litigi, vocii, elogi reciproci, competitività, scandite da sonorità jazz ed elettroniche, con inserti surreali: come la figura in costume e occhialini da nuoto che attraversa il proscenio, o un’altra che introduce un secchio della spazzatura ficcandovi dentro la testa, mentre dietro, disposti in fila, tutti si disarticolano con smorfie e atteggiamenti bizzarri, cercando attenzione. Quelle individualità infine cedono il posto all’uniformità. Svestendosi e rimanendo seminudi, ritrovano un’immagine che li accomuna.














