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Alberto Burri – La sezione aurea dei cellotex
La mostra sarà divisa in due sezioni: saranno presenti opere uniche – dieci quadri Cellotex degli anni ‘70/’90– fra le quali il bozzetto utilizzato dalla filatelia delle poste francesi per la realizzazione di un francobollo commemorativo, e la grafica, con una serie limitata di dieci Multiplex del 1971
Comunicato stampa
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Promossa dal Museo Fondazione Luciana Matalon di Milano in collaborazione con la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri di Città di Castello, s’inaugura sabato 25 novembre 2006, la mostra Alberto Burri: la sezione aurea dei cellotex. La mostra sarà divisa in due sezioni: saranno presenti opere uniche – dieci quadri Cellotex degli anni ‘70/’90– fra le quali il bozzetto utilizzato dalla filatelia delle poste francesi per la realizzazione di un francobollo commemorativo, e la grafica, con una serie limitata di dieci Multiplex del 1971.
Alberto Burri è uno degli artisti italiani più importanti del Novecento, uno dei protagonisti dell’informale europeo.
Laureato in medicina, inizia a dipingere durante la guerra, quando viene fatto prigioniero dagli alleati in Tunisia ed internato in un campo in Texas. Tornato in Italia nel 1946, abbandona la professione di medico, per dedicarsi definitivamente alla pittura.
Burri è stato sempre uno sperimentatore, prestando da subito molta attenzione alla qualità dei materiali impiegati: già dagli anni cinquanta, infatti, utilizza il colore ad olio mischiato con frammenti di tessuto, tela di juta, legno, ferro, plastica combusta, attirandosi critiche e persino denunce per aver sfidato l’allora vigente sistema dell’arte, che non ammetteva che “stracci sporchi e altro materiale anti-igienico” si introducessero nello spazio sacro del quadro.
Dal 1977 in avanti le forme in rilievo della tela di sacco, della plastica bruciata o dei cretti, cedono il posto alle campiture regolari dei Cellotex e al cromatismo degli ultimi grandi cicli. Come Burri amava ripetere, il suo primo quadro era anche l’ultimo.
La sua visione dell’arte fu una soltanto: indagare la materia per trovare la bellezza, mai sfruttarla per la rappresentazione di un dramma esistenziale.
Negli anni ottanta e novanta – sull’onda di un generico ritorno alla pittura - il colore (mai abbandonato) invade prepotentemente il suo lavoro: un colore affidato, appunto, ai grandi trittici di cellotex – superfici compresse di segatura e colla - in cui il cromatismo esplode in tutto il suo fulgore: “La resa dei conti radicale con la materia e con la forma Burri – scrive Italo Tomassoni nel catalogo della mostra – la consuma proprio nel deserto acromo del cellotex, stella collassata nella quale, all’interno, sprofonda tutto il passato… La scoperta del cellotex dunque non è soltanto la conclusione della parabola creativa burriana, ma probabilmente anche il suo irripetibile vertice”.
Burri ha avuto sempre grande considerazione per l’incisione: della fine degli anni settanta sono le sue prime serigrafie e litografie, tecniche amate dall’artista perché particolarmente idonee ad ottenere stesure compatte ed assolutamente omogenee di colore.
“Colori, materia, superfici, luci, proporzioni e differenziazioni percettive – scrive Italo Tomassoni -, si offrono come il naturale rivelarsi della scena estrema del rappresentare colto alla conclusione dell’astrazione novecentesca, che dice che l’avvenire della pittura è ancora la pittura. Una pittura che non ha più nulla a che fare con la commedia dell’arte.”
Alberto Burri è uno degli artisti italiani più importanti del Novecento, uno dei protagonisti dell’informale europeo.
Laureato in medicina, inizia a dipingere durante la guerra, quando viene fatto prigioniero dagli alleati in Tunisia ed internato in un campo in Texas. Tornato in Italia nel 1946, abbandona la professione di medico, per dedicarsi definitivamente alla pittura.
Burri è stato sempre uno sperimentatore, prestando da subito molta attenzione alla qualità dei materiali impiegati: già dagli anni cinquanta, infatti, utilizza il colore ad olio mischiato con frammenti di tessuto, tela di juta, legno, ferro, plastica combusta, attirandosi critiche e persino denunce per aver sfidato l’allora vigente sistema dell’arte, che non ammetteva che “stracci sporchi e altro materiale anti-igienico” si introducessero nello spazio sacro del quadro.
Dal 1977 in avanti le forme in rilievo della tela di sacco, della plastica bruciata o dei cretti, cedono il posto alle campiture regolari dei Cellotex e al cromatismo degli ultimi grandi cicli. Come Burri amava ripetere, il suo primo quadro era anche l’ultimo.
La sua visione dell’arte fu una soltanto: indagare la materia per trovare la bellezza, mai sfruttarla per la rappresentazione di un dramma esistenziale.
Negli anni ottanta e novanta – sull’onda di un generico ritorno alla pittura - il colore (mai abbandonato) invade prepotentemente il suo lavoro: un colore affidato, appunto, ai grandi trittici di cellotex – superfici compresse di segatura e colla - in cui il cromatismo esplode in tutto il suo fulgore: “La resa dei conti radicale con la materia e con la forma Burri – scrive Italo Tomassoni nel catalogo della mostra – la consuma proprio nel deserto acromo del cellotex, stella collassata nella quale, all’interno, sprofonda tutto il passato… La scoperta del cellotex dunque non è soltanto la conclusione della parabola creativa burriana, ma probabilmente anche il suo irripetibile vertice”.
Burri ha avuto sempre grande considerazione per l’incisione: della fine degli anni settanta sono le sue prime serigrafie e litografie, tecniche amate dall’artista perché particolarmente idonee ad ottenere stesure compatte ed assolutamente omogenee di colore.
“Colori, materia, superfici, luci, proporzioni e differenziazioni percettive – scrive Italo Tomassoni -, si offrono come il naturale rivelarsi della scena estrema del rappresentare colto alla conclusione dell’astrazione novecentesca, che dice che l’avvenire della pittura è ancora la pittura. Una pittura che non ha più nulla a che fare con la commedia dell’arte.”
25
novembre 2006
Alberto Burri – La sezione aurea dei cellotex
Dal 25 novembre 2006 al 31 gennaio 2007
arte contemporanea
Location
FONDAZIONE LUCIANA MATALON
Milano, Foro Buonaparte, 67, (Milano)
Milano, Foro Buonaparte, 67, (Milano)
Orario di apertura
da martedì a sabato 12– 13.30 / 15.30 – 19.30
giovedì 12- 13.30 / 15.30 – 22.00
domenica e lunedì chiuso
Vernissage
25 Novembre 2006, ore 18.30
Autore
Curatore


