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Archivi collettivi e poetici di Paolo Monina
La mostra è un itinerario unitario e, insieme, franto, nel quale la fotografia non “rappresenta” il mondo, ma ne saggia i limiti: il punto in cui la visione inciampa, la memoria si fa materia e l’immagine diviene traccia.
Comunicato stampa
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Montefano (Mc) — Se il presente ha un archivio, non è ordinato: è incrinato, mobile, intermittente. È dentro questa incrinatura che si colloca DIALOGHI VISIVI DEL PRESENTE – Archivi collettivi e poetici di Paolo Monina al Museo Ghergo di Montefano, dal 28 febbraio al 6 aprile 2026, con inaugurazione il 28 febbraio 2026 (ore 17.30). A salutare l’apertura sarà la sindaca Angela Barbieri, che introdurrà il senso pubblico dell’iniziativa e il valore del museo quale presidio culturale del territorio.
La mostra è un itinerario unitario e, insieme, franto, nel quale la fotografia non “rappresenta” il mondo, ma ne saggia i limiti: il punto in cui la visione inciampa, la memoria si fa materia e l’immagine diviene traccia. Il nucleo generativo del lavoro è l’acqua: elemento primario, ambivalente, generativo e perturbante; non semplice soggetto iconografico, ma dispositivo mentale, soglia fra immersione e distanza, fra buio e superficie. Come osserva il curatore Andrea Carnevali, «in queste immagini l’acqua non è un tema: è una soglia; Monina la assume come consegno speculativo, capace di mettere alla prova la fiducia nell’evidenza».
L’acqua è, innanzi tutto, esperienza: un confronto precoce con l’oscurità della profondità, con ciò che resiste alla nominazione e interrompe l’illusione di una conoscenza totale; poi, negli anni, diviene distanza e orizzonte, come accade nei mari del Nord, dove l’elemento non avvolge, ma separa, e la vastità si fa misura della solitudine. In questa tensione, l’immagine fotografica assume una responsabilità: non consolare, non narrare in modo didascalico, bensì costringere lo sguardo a sostare dinanzi all’irriducibile.
Una sezione decisiva convoca la Sindone come matrice simbolica della fotografia stessa: non reliquia in senso devozionale, ma archetipo della traccia impressa, dell’immagine che appare quale residuo, segno secondario generato dal contatto fra corpo e supporto. In tale prospettiva, il riferimento agli sbarchi e ai corpi senza nome restituiti dal mare introduce una frattura morale e storica: la superficie impressionabile (cellophane, materiali poveri e industriali) assume il valore di sudario contemporaneo, trasparente e impersonale, capace di registrare la perdita senza redimerla. È in questa responsabilità, nota Claudia Scipioni, presidente dell’Associazione Effetto Ghergo, che il Museo riconosce la propria missione: «accogliere un progetto che interroga il presente con rigore e misura, offrendo al pubblico un’esperienza densa, in cui l’archivio non è deposito, ma forma viva di memoria condivisa».
Il percorso procede per domande più che per risposte. Fra esse, una s’impone con radicalità: che colore ha la morte? Il confronto fra opere lontane nel tempo mostra una coerenza severa: il colore non è ornamento né enfasi, ma soglia critica, luogo di rarefazione e, talora, di neutralizzazione; non chiarisce, bensì sottrae. La morte, così, non è “mostrata”, ma interrogata nei limiti del linguaggio fotografico, come condizione storicizzata e, insieme, rimossa.
Accanto a questa meditazione affiora il pensiero infantile della fine: una domanda elementare e ossessiva, tanto semplice quanto perturbante, che la fotografia traduce in superfici reiterate, in tempi sospesi, in attese prive d’oggetto. E, a controcanto, l’immagine dell’infanzia dinanzi al mare — figura di spalle, isolata, in una sospensione fisica ed esistenziale — apre la riflessione sull’origine e sul futuro: l’acqua, che costituisce il corpo e, insieme, lo eccede, stabilisce una continuità inquieta fra nascita e sparizione.
Il capitolo conclusivo insiste sull’“illusione della trasparenza”: corpi ridotti a struttura, a traccia, in un immaginario che richiama la radiografia e lo sguardo clinico. È qui che l’opera di Monina articola la propria tesi più netta: la visibilità estrema coincide con una nuova forma di assenza; ciò che davvero conta — pensiero, memoria, desiderio, dolore — resta irriducibilmente opaco. La fotografia, anziché celebrare la potenza della tecnica, ne espone l’insufficienza simbolica; e, con parole ancora di Carnevali, «restituisce alla fotografia la sua vocazione più severa: essere traccia, non rassicurazione».
La mostra è stata sostenuta dalla BCC di Filottrano; ha ottenuto il patrocinio del Comune di Montefano, dell’Associazione Effetto Ghergo e della Federazione Italiana Associazioni Fotografiche.
La mostra è un itinerario unitario e, insieme, franto, nel quale la fotografia non “rappresenta” il mondo, ma ne saggia i limiti: il punto in cui la visione inciampa, la memoria si fa materia e l’immagine diviene traccia. Il nucleo generativo del lavoro è l’acqua: elemento primario, ambivalente, generativo e perturbante; non semplice soggetto iconografico, ma dispositivo mentale, soglia fra immersione e distanza, fra buio e superficie. Come osserva il curatore Andrea Carnevali, «in queste immagini l’acqua non è un tema: è una soglia; Monina la assume come consegno speculativo, capace di mettere alla prova la fiducia nell’evidenza».
L’acqua è, innanzi tutto, esperienza: un confronto precoce con l’oscurità della profondità, con ciò che resiste alla nominazione e interrompe l’illusione di una conoscenza totale; poi, negli anni, diviene distanza e orizzonte, come accade nei mari del Nord, dove l’elemento non avvolge, ma separa, e la vastità si fa misura della solitudine. In questa tensione, l’immagine fotografica assume una responsabilità: non consolare, non narrare in modo didascalico, bensì costringere lo sguardo a sostare dinanzi all’irriducibile.
Una sezione decisiva convoca la Sindone come matrice simbolica della fotografia stessa: non reliquia in senso devozionale, ma archetipo della traccia impressa, dell’immagine che appare quale residuo, segno secondario generato dal contatto fra corpo e supporto. In tale prospettiva, il riferimento agli sbarchi e ai corpi senza nome restituiti dal mare introduce una frattura morale e storica: la superficie impressionabile (cellophane, materiali poveri e industriali) assume il valore di sudario contemporaneo, trasparente e impersonale, capace di registrare la perdita senza redimerla. È in questa responsabilità, nota Claudia Scipioni, presidente dell’Associazione Effetto Ghergo, che il Museo riconosce la propria missione: «accogliere un progetto che interroga il presente con rigore e misura, offrendo al pubblico un’esperienza densa, in cui l’archivio non è deposito, ma forma viva di memoria condivisa».
Il percorso procede per domande più che per risposte. Fra esse, una s’impone con radicalità: che colore ha la morte? Il confronto fra opere lontane nel tempo mostra una coerenza severa: il colore non è ornamento né enfasi, ma soglia critica, luogo di rarefazione e, talora, di neutralizzazione; non chiarisce, bensì sottrae. La morte, così, non è “mostrata”, ma interrogata nei limiti del linguaggio fotografico, come condizione storicizzata e, insieme, rimossa.
Accanto a questa meditazione affiora il pensiero infantile della fine: una domanda elementare e ossessiva, tanto semplice quanto perturbante, che la fotografia traduce in superfici reiterate, in tempi sospesi, in attese prive d’oggetto. E, a controcanto, l’immagine dell’infanzia dinanzi al mare — figura di spalle, isolata, in una sospensione fisica ed esistenziale — apre la riflessione sull’origine e sul futuro: l’acqua, che costituisce il corpo e, insieme, lo eccede, stabilisce una continuità inquieta fra nascita e sparizione.
Il capitolo conclusivo insiste sull’“illusione della trasparenza”: corpi ridotti a struttura, a traccia, in un immaginario che richiama la radiografia e lo sguardo clinico. È qui che l’opera di Monina articola la propria tesi più netta: la visibilità estrema coincide con una nuova forma di assenza; ciò che davvero conta — pensiero, memoria, desiderio, dolore — resta irriducibilmente opaco. La fotografia, anziché celebrare la potenza della tecnica, ne espone l’insufficienza simbolica; e, con parole ancora di Carnevali, «restituisce alla fotografia la sua vocazione più severa: essere traccia, non rassicurazione».
La mostra è stata sostenuta dalla BCC di Filottrano; ha ottenuto il patrocinio del Comune di Montefano, dell’Associazione Effetto Ghergo e della Federazione Italiana Associazioni Fotografiche.
28
febbraio 2026
Archivi collettivi e poetici di Paolo Monina
Dal 28 febbraio al 06 aprile 2026
fotografia
Location
Museo Ghergo – Palazzo dei Priori
Montefano, Piazza Bracaccini, 2, (MC)
Montefano, Piazza Bracaccini, 2, (MC)
Biglietti
Biglietti: intero € 5,00 – ridotto € 3,00 – gratuito in occasioni inaugurali o eventi speciali
Orario di apertura
Orari: aperto dal venerdì alla domenica
– Mattina: 10.00 – 12.00
– Pomeriggio: 17.00 – 20.00
Vernissage
28 Febbraio 2026, ore 17,30
Sito web
Editore
Associazione Effetto Ghergo
Ufficio stampa
Effetto Ghergo
Autore
Curatore
Autore testo critico
Progetto grafico
Sponsor
Patrocini





