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Armando Lulaj – Nessuna Pietà
L’antagonismo in Lulaj prende sempre forma all’interno di processi performativi che vivono nella contingenza di atti e azioni, indipendentemente dal fatto che essi vengano registrati dalla videocamera o realizzati in presa diretta di fronte allo spettatore.
Comunicato stampa
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Con la mostra Nessuna Pietà l’artista albanese Armando Lulaj torna presso la Galleria Artra dopo la sua prima personale del 2006. La mostra, che inaugura lunedì 21 marzo, è un ulteriore appuntamento con la scena artistica est-europea a cui la Galleria Artra ha deciso di dedicare la stagione espositiva in corso. Dopo le personali di Koka Ramishvili, Pavel Braila e Deimantas Narkevicius, quella di Armando Lulaj non è tanto una riflessione sulla difficile eredità del passato socialista quanto una registrazione del trauma dell’incontro con il presente.
Reduce dall’ultima Biennale di Berlino, Armando Lulaj (Tirana, 1980) è da sempre l'autore di una messa in scena dell’antagonismo e delle dinamiche della competizione: del loro “sistema di crudeltà”. La visualizzazione lucida del conflitto tra rapporti di forza e relazioni di potere è al centro della sua pratica artistica. Dietro i suoi simboli plastici dell'autorità, l'enigmaticità delle sue foto e dei suoi video, così come dietro le allegorie violente delle sue azioni performative c'è sempre un gap, uno scarto, qualcosa di indeterminato che va decifrato.
L’antagonismo in Lulaj prende sempre forma all’interno di processi performativi che vivono nella contingenza di atti e azioni, indipendentemente dal fatto che essi vengano registrati dalla videocamera o realizzati in presa diretta di fronte allo spettatore. Il conflitto si dà come disarticolazione di un ordine esistente, come reazione tra due campi opposti e come processo di mutamento, infine. Qualcosa si dissolve e qualcos'altro trionfa. Come non ricordare, da un lato, la stella rossa che brucia nella notte di Living in Memory (2004) e, dall'altro, la mano con le dita listate di nero che fa il simbolo della vittoria nei billboards di Playcracy (2002)? C’è sempre bisogno, cioè, che la realtà possa dispiegarsi come una “prova”: come l’insorgere di circostanze in grado di far precipitare una serie di casi singolari in un evento.
Tipico della strategia artistica di Lulaj è registrare lo scontro diretto tra modelli ideali e fatti sensibili, tra segni e significati, fini e mezzi, ragione e storia, potere e vita. Se nel video Problems with relationships (2005), presentato alla Biennale di Berlino, un cavallo sottomesso con la forza cadeva a terra in un rituale ambiguo e sospeso, ora nell'ampia mostra milanese tutte le opere sono concepite come differenti articolazioni di un'unica macchina di costrizione. Il corpo umano, la vita sono l'oggetto di un immane congegno di cattura che, come recita il titolo della mostra, non lascia più spazio ad alcuna possibilità di partecipazione all’infelicità altrui, a nessuna pietà.
Dispositivi biometrici di controllo quale l'impronta digitale dell'autore riprodotta al neon (Middle finger of my writer hand, 2011). Metodi arcaici di tortura re-inscenati come nella grande foto in bianco e nero che riproduce il corpo di un giovane teso tra quattro cavalli per essere squartato (The other one 2011) e che ricorda il Damiens dell'inizio di “Sorvegliare e Punire”. Foto di operai con pallottole in bocca (Act 2011). Slogan d'interdizione come il lungo neon When you come here What you see here What you hear here When you leave here Leave it here (2009).
La mostra Nessuna Pietà è il logico dispiegamento di tutte queste figure di un vecchio e nuovo teatro dell'assoggettamento che qui trova il proprio compimento nella scritta al neon di cinque metri che campeggia sulla parete centrale della galleria. La frase è la ben nota “Arbeit Macht Frei” e il profilo è quello del cancello di Auschwitz-Birkenau realizzato per mano dei prigionieri stessi nel 1940. Attraverso un minimo espediente la frase risulta rovesciata e il modo in cui possiamo leggerla è esattamente quello dell'internato. Non aveva scritto Agamben che proprio il campo è la matrice nascosta, il nómos dello spazio politico in cui ancora viviamo?
Armando Lulaj, nato a Tirana nel 1980, vive e lavora tra Bologna e Tirana. “Scrittore di teatro, autore di testi e video su territori a rischio e immagini del conflitto, Armando Lulaj è un’analista lucido e irriverente dei dispositivi e meccanismi di potere che si nascondono dietro le forme attuali del diritto internazionale.In Lulaj non c’è nessuna volontà di rivendicare un contesto di appartenenza locale; piuttosto quello di sottolineare su scala globale il confine tra poteri economici differenti e disparità sociali” (Marco Scotini). Nel 2003 fonda a Tirana il Debatikcenter of Contemporary Art quale centro di discussione che vuole analizzare le recenti trasformazioni sociali. Adesso il Debatikcenter è divenuto un centro di produzione cinematografica guidato dall'autore e da sua sorella Anola Lulaj. Armandob Lulaj ha partecipato ad esposizioni quali: Biennale di Praga (2003 e 2007), Biennale di Tirana (2005), Padiglione Albanese alla 52ma Biennale di Venezia (2007), la Gothenburg Biennale 4 (2007), Baltic Biennial of Contemporary Art 8, Szczecin, Poland (2009)e la Sesta Biennale di Berlino (2010). Tra altri programmi di residenza si ricorda IASPIS (2010).
Reduce dall’ultima Biennale di Berlino, Armando Lulaj (Tirana, 1980) è da sempre l'autore di una messa in scena dell’antagonismo e delle dinamiche della competizione: del loro “sistema di crudeltà”. La visualizzazione lucida del conflitto tra rapporti di forza e relazioni di potere è al centro della sua pratica artistica. Dietro i suoi simboli plastici dell'autorità, l'enigmaticità delle sue foto e dei suoi video, così come dietro le allegorie violente delle sue azioni performative c'è sempre un gap, uno scarto, qualcosa di indeterminato che va decifrato.
L’antagonismo in Lulaj prende sempre forma all’interno di processi performativi che vivono nella contingenza di atti e azioni, indipendentemente dal fatto che essi vengano registrati dalla videocamera o realizzati in presa diretta di fronte allo spettatore. Il conflitto si dà come disarticolazione di un ordine esistente, come reazione tra due campi opposti e come processo di mutamento, infine. Qualcosa si dissolve e qualcos'altro trionfa. Come non ricordare, da un lato, la stella rossa che brucia nella notte di Living in Memory (2004) e, dall'altro, la mano con le dita listate di nero che fa il simbolo della vittoria nei billboards di Playcracy (2002)? C’è sempre bisogno, cioè, che la realtà possa dispiegarsi come una “prova”: come l’insorgere di circostanze in grado di far precipitare una serie di casi singolari in un evento.
Tipico della strategia artistica di Lulaj è registrare lo scontro diretto tra modelli ideali e fatti sensibili, tra segni e significati, fini e mezzi, ragione e storia, potere e vita. Se nel video Problems with relationships (2005), presentato alla Biennale di Berlino, un cavallo sottomesso con la forza cadeva a terra in un rituale ambiguo e sospeso, ora nell'ampia mostra milanese tutte le opere sono concepite come differenti articolazioni di un'unica macchina di costrizione. Il corpo umano, la vita sono l'oggetto di un immane congegno di cattura che, come recita il titolo della mostra, non lascia più spazio ad alcuna possibilità di partecipazione all’infelicità altrui, a nessuna pietà.
Dispositivi biometrici di controllo quale l'impronta digitale dell'autore riprodotta al neon (Middle finger of my writer hand, 2011). Metodi arcaici di tortura re-inscenati come nella grande foto in bianco e nero che riproduce il corpo di un giovane teso tra quattro cavalli per essere squartato (The other one 2011) e che ricorda il Damiens dell'inizio di “Sorvegliare e Punire”. Foto di operai con pallottole in bocca (Act 2011). Slogan d'interdizione come il lungo neon When you come here What you see here What you hear here When you leave here Leave it here (2009).
La mostra Nessuna Pietà è il logico dispiegamento di tutte queste figure di un vecchio e nuovo teatro dell'assoggettamento che qui trova il proprio compimento nella scritta al neon di cinque metri che campeggia sulla parete centrale della galleria. La frase è la ben nota “Arbeit Macht Frei” e il profilo è quello del cancello di Auschwitz-Birkenau realizzato per mano dei prigionieri stessi nel 1940. Attraverso un minimo espediente la frase risulta rovesciata e il modo in cui possiamo leggerla è esattamente quello dell'internato. Non aveva scritto Agamben che proprio il campo è la matrice nascosta, il nómos dello spazio politico in cui ancora viviamo?
Armando Lulaj, nato a Tirana nel 1980, vive e lavora tra Bologna e Tirana. “Scrittore di teatro, autore di testi e video su territori a rischio e immagini del conflitto, Armando Lulaj è un’analista lucido e irriverente dei dispositivi e meccanismi di potere che si nascondono dietro le forme attuali del diritto internazionale.In Lulaj non c’è nessuna volontà di rivendicare un contesto di appartenenza locale; piuttosto quello di sottolineare su scala globale il confine tra poteri economici differenti e disparità sociali” (Marco Scotini). Nel 2003 fonda a Tirana il Debatikcenter of Contemporary Art quale centro di discussione che vuole analizzare le recenti trasformazioni sociali. Adesso il Debatikcenter è divenuto un centro di produzione cinematografica guidato dall'autore e da sua sorella Anola Lulaj. Armandob Lulaj ha partecipato ad esposizioni quali: Biennale di Praga (2003 e 2007), Biennale di Tirana (2005), Padiglione Albanese alla 52ma Biennale di Venezia (2007), la Gothenburg Biennale 4 (2007), Baltic Biennial of Contemporary Art 8, Szczecin, Poland (2009)e la Sesta Biennale di Berlino (2010). Tra altri programmi di residenza si ricorda IASPIS (2010).
21
marzo 2011
Armando Lulaj – Nessuna Pietà
Dal 21 marzo al 14 maggio 2011
arte contemporanea
Location
GALLERIA ARTRA
Milano, Via Francesco Burlamacchi, 1, (Milano)
Milano, Via Francesco Burlamacchi, 1, (Milano)
Orario di apertura
da martedì a sabato ore 10.30/13 e 15/19
Vernissage
21 Marzo 2011, ore 18.30
Autore
Curatore


